Arte

Gatto, individualista universale

di F. B.

Da qualche giorno entrare all'Istituto Italiano di Cultura di New York si colora di un individualismo ancora più complice. Perché sappiamo che, dalle pareti, ci guardano le sfumature emancipate di Bartolomeo Gatto.

"Un po' come Picasso e sulle orme di Gauguin, negli anni Ottanta ho sentito anche io il bisogno di abbandonare la metropoli (Milano) per trovarmi solo e pensoso. Così, sono tornato nel mio paese di origine, non molto lontano dal Cilento; la natura, il vento, le rocce, rimaste a lungo creature misteriose, mi hanno suggerito la via".

Nato a Moio della Civitella, vicino Salerno, Gatto ha il viso inquieto ma dolce, i capelli fermi legati da un croma che sa di mare antico, è intenso e raccolto come una scultura. Esprime un'autenticità velata che raramente attraversa l'Atlantico e si posa con lo stesso fanciullesco entusiasmo tanto a New York quanto sul profilo di un Istituto che ha fatto dell'italianità il suo punto di forza con l'arte, orgogliosa e, come si diceva, complice.

"Quando dipingo sono un individualista. Eppure sento, fortissima, l'importanza di un linguaggio universale". Figlio del sole e della luna, dopo aver frequentato l'Accademia d'Arte di Brera negli anni Sessanta, Gatto ha deciso di aprire una sua galleria, "il Cigno", diventata presto anello di congiunzione tra alcuni intellettuali contemporanei. La sua formazione di pittore è partita da una dipendenza diretta dall'Espressionismo Tedesco. Ha incontrato Salvador Dalì a Madrid e Giorgio de Chirico a Milano. Alla fine dei Settanta è cambiato il suo rapporto con il fermento artistico, la critica e la famiglia.

"Mi sono ritirato in Sardegna come un eremita. Quell'isola è stata la mia più grande alleata, una preziosa interprete del verbo interiore e della solitudine necessaria".

L'eccesso di malinconico sentire ha trovato in Renato Miracco, neo-direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, il filo sottile tra il mondo artistico italiano e quello americano. "A partire dall'esposizione di Bartolomeo Gatto, cominciata il 19 Ottobre, ho intenzione di portare l'Istituto di Cultura a un livello successivo - ha detto Miracco - Vengo dalla Tet Model e ormai so come funzionano le cose: quello che ci serve è una filiazione con gli organi artistici americani. Sono per lo scambio, l'apertura e l'incontro".

Una direzione indipendente dai meccanismi del mercato, dunque plastica. Una scelta che permetta al pensiero e alla creatività di estendersi lungo tutta la dialettica dei colori.

"Nelle venti opere che espongo a New York fino al 15 Novembre, le scale di colore, dal rosso acceso al viola, dai turchesi ai gialli, rappresentano ciò che la Sardegna è riuscita a regalarmi: la pace e la voglia di misurarmi con le tele monocrome".

Come il Cristo di Ermanno Olmi, Bartolomeo Gatto ricorda che in Sardegna non osava parlare: "Ascoltavo, semplicemente. Il richiamo della notte, il maestrale, la brezza. La natura era diventata la mia musa ispiratrice". Ha perso gli amici per cercare la quiete a quel tempo, ma li ha ritrovati oggi, fieri e con un bicchiere di vino in mano, in mezzo ai taxi gialli che sfrecciano nella Mela. Da Salerno hanno brindato all'iniziativa dell'Istituto di Cultura e al talento di Gatto lasciando nell'armadio la valigia del pregiudizio e delle analisi snocciolate dall'Europa.

"Non è facile trovare il mio sapore a New York City - ha detto un amico dell'artista - ma quando si aprono le porte a un conterraneo così sensibile come Bartolomeo, mi viene il sospetto che New York si stia meravigliosamente evolvendo, che guardi oltre e privilegi onestamente la qualità alla quantità".

L'America, con l'Oceano di fronte e il suo respiro troppo asettico, dà il benvenuto ai silenzi difficili di Gatto. L'America scopre la sabbia bollente, il mare mosso, una voce scomoda prima di tutto per se stessa, poiché stordita dal linguaggio del caos. Non a caso, la mostra prende il nome di "Lezione nel blu". Una lezione tenuta da un artista che ama il mondo in cui vive e che, se occorre, insegna agli altri la consapevolezza dei colori e il bisogno del deserto.