A modo mio

Civis romanus e cittadino globale

di Luigi Troiani

Il recente convegno sulla Cittadinanza, alla State University di New York, al quale ho avuto l'onore di essere relatore grazie alla cortesia del promotore, Distinguished Service Professor Mario Mignone, ha offerto spunti di rilievo. Civis, civitas sono i modi utilizzati nell'antica Roma per definire i  diritti di appartenenza alla comunità. Da qui i nostri "cittadino", cittadinanza, ma anche civile e civico, con la ricchezza che le assonanze etimologiche evocano. In detto contesto storico e filologico, cittadinanza è partecipazione alle sorti comuni, con diritto a stare dentro i meccanismi decisionali. Nei primordi di Roma era cittadino il figlio di madre cittadina; un principio che all'inizio consegnò il potere a ricchi e/o aristocratici terrieri, proprio come nella polis greca. Successivamente si diventò cittadino romano (civis romanus) in quanto residente di Roma che aveva derivato il titolo da genitori coniugati legittimamente (conubium). Gli stranieri non potevano contrarre conubium, negozio di ius civile.

Nella Roma antica, decidevano e contavano gli uomini liberi, che erano ingenui o libertini. Libertini erano i liberati dalla servitù legale (libertus, o liberatus per l'ex padrone). Solo chi era riconosciuto liber dalla legge (in potestate, in manu, in mancipio di un civis romano) era civis. I servi erano quindi esclusi dal godimento del diritto a meno che non fossero divenuti liberi per manumissio. Esclusi anche i non cives (stranieri) liberi per lo stato di provenienza, ma non ex iure Quiritium. Se andava bene nella Roma arcaica, il meccanismo non poteva tenere con l'allargamento territoriale del potere romano. La condizione sarebbe stata superata con l'attribuzione di cittadinanza ai Latini che abitavano i dintorni di Roma, poi agli italici, quindi a tutti gli abitanti dell'impero, superando il malumore di popolazioni che si sentivano sfruttate dall'urbs né potevano accedere alle prerogative del suo diritto civile e penale.

La "Lex Iulia" darà cittadinanza a tutte le popolazioni italiche, cercando di sanare il malessere che avvelenava la penisola in seguito alla "Guerra sociale".  Nel 212 l'imperatore Caracalla, attraverso la "Constitutio Antoniniana" allargherà il diritto di cittadinanza (civis romanus) a tutte le popolazioni abitanti entro i confini dell'Impero. In realtà farà di più e, potremmo dire, di peggio, trasformando in sudditi i cittadini dell'intero orbe romano, togliendo significato ai diritti di partecipazione e controllo che la civitas ancora deteneva rispetto all'assolutismo dell'imperatore e della sua burocrazia, assimilando chiunque nella sottomissione al principio imperiale. 

Il concetto di cittadinanza di Roma antica risulta lontano non solo dall'accezione che ha assunto nel Medioevo, impastata con i principi della fedeltà/solidarietà corporativa (più patrimonialità e interessi, minori legami con lo stato e la sua ideologia), ma anche da quella "universalista" cresciuta con la Rivoluzione del 1789. Nell'Ottocento la cittadinanza acquisisce ulteriori proprietà, collegate alle due grandi attese del tempo: la questione nazionale (si pensi alla costruzione di nazioni stato come la Germania, l'Italia, la Polonia, la Grecia) e la questione sociale (si pensi al montare del socialismo e allo scontro generalizzato tra mondo del lavoro e proprietà industriale). Nell'epoca della globalizzazione, il diritto di cittadinanza viene ancora rivisto, in relazione alle migrazioni di massa e ai diritti del lavoro.  In America, oggi, si diventa cittadini anche attraverso la partecipazione alla guerra. Ad Atene e Roma arcaiche avveniva il contrario: si poteva andare in guerra se si era cittadini.