Il rimpatriato

Dal piccolo re un destino di cialtrone

di Franco Pantarelli

Durante gli anni americani, ogni volta che la saga dei Kennedy aveva un guizzo - una delle tante tragedie, purtroppo; qualche scandalo; alcuni processi; una montagna di pettegolezzi - mi capitava spesso di sentirmi dire dagli amici americani che loro, non avendo mai avuto una casa regnante, avevano idealmente eletto i Kennedy a quel ruolo e si comportavano di conseguenza. La cosa, devo dire, non è che mi piacesse molto. Perché mai, mi chiedevo, un popolo che ha avuto la fortuna di non avere a che fare con una casa reale dovrebbe sentirne tanto la mancanza da inventarsene una? E naturalmente il pensiero andava ai Savoia, che nella corsa al titolo di più cialtrona di tutte le dinastie europee è in pole position da sempre. Un esempio fra tanti? Più o meno negli stessi giorni in cui la regina Giuliana d'Olanda inviava proclami clandestini per fare coraggio alla popolazione del suo Paese che cercava di sopravvivere e resistere all'occupazione nazista, Vittorio Emanuele III di Savoia (che già aveva avuto modo di firmare le leggi razziali promanate da Mussolini) scappava da Roma lasciando all'esercito una sola direttiva: arrangiatevi. Gli italiani, dopo la guerra, ebbero il buon senso di liberarsi dei Savoia e con lo stesso buon senso, alcuni anni fa, hanno acconsentito a porre fine al lungo esilio degli eredi di Vittorio Emanuele III.

E' vero, il suo nipotino Vittorio Emanuele IV nel frattempo aveva avuto modo di rispettare con assoluta e coerente dedizione il marchio di cialtroneria che sembra stare ai Savoia come il cavallino rampante sta alla Ferrari, ma non è che si possa tenere un fuori dai confini solo perché - facciamo qualche esempio - fa un volo di "sfida" su Napoli sentendosi Gabriele D'Annunzio alla conquista di Vienna; ammazza un ragazzo a fucilate in Corsica (fu assolto al processo di Parigi ma poi, nelle intercettazioni telefoniche legate al suo coinvolgimento in un traffico di prostitute, lo si sentirà dire "Ho fregato i giudici francesi"); dà degli "storpi" alle persone disabili della cui associazione aveva tentato di diventare presidente onorario (non era stato accettato, ma aveva lo stesso fatto di esserci riuscito per vantare il potere di convogliare i loro voti su Berlusconi in cambio di non precisati "favori"); e l'altro giorno (ecco l'episodio che mi ha indotto a parlarne) arriva a Venarìa, la grande reggia che appartenne ai suoi avi, dicendo di "sentirsi finalmente a casa".

A casa? Quella splendida reggia non è casa sua. E' una proprietà dello Stato italiano che ha speso 200 milioni di euro per farla restaurare e che per fortuna è sfuggita alle "svendite" organizzate a suo tempo dal ministro Giulio Tremonti, sicché ora sarà goduta da tutti. L'altro giorno c'era l'inaugurazione, Vittorio Emanuele e la sua famiglia erano stati invitati come gesto di cortesia (e perché prima di tornare in Italia hanno dichiarato la loro fedeltà alla Repubblica), ma loro hanno ricambiato quel gesto con la cafonaggine che ha fatto nascere il famoso detto: "I nobili conoscono l'etichetta ma non il galateo", che nel caso dei Savoia dovrebbe essere completata con un "e nemmeno l'intelligenza". Primo: hanno istruito un loro scagnozzo a porre sulle sedie di prima fila la scritta "Altezze Reali" per fingere che quei fossero ufficialmente riservati a loro e vi si sono precipitati, appunto come se fossero a casa. Secondo: mentre alcuni curiosi li guardavano e li fotografavano con i telefonini come si fa con le scimmie allo zoo, loro hanno commentato la cosa dicendo di "sentire l'affetto del popolo". Terzo: hanno sfacciatamente mendicato lavoro, offrendo di utilizzare le loro conoscenze "per esempio nel campo delle pubbliche relazioni".

Mercedes Bresso, la presidente della Regione Piemonte che era lì per dovere istituzionale, e Piero Fassino che era anche lui lì per ragioni rimaste sconosciute, hanno reagito ignorandoli e salutando invece cordialmente Vittorio Amedeo, duca d'Aosta (il ramo cervicale della schiatta) che di Vittorio Emanuele è il cugino e contro il quale è stata avviata una causa per ottenere dal tribunale il divieto a usare il nome di Savoia "come se fosse un brevetto o un vino doc", ha commentato lui. (Non si sono neanche guardati e meno male: tempo fa si incrociarono a un ricevimento e il Savoia doc prese a cazzotti l'altro).

Una conclusione per i miei amici americani. Per carità, smettete di rimpiangere di non avere avuto una casa reale. Non è altro che un imbarazzo di meno.