Analisi

POLITICA INTERNAZIONALE / L’Italia e il braccio di ferro sull’Iran

di Valerio Bosco

Per evitare la Terza Guerra Mondiale bisogna impedire all'Iran di avere l'atomica". Con una frase apocalittica che va ben aldilà dell'idea di raids aerei per distruggere le installazioni nucleari iraniane il Presidente Bush ha reso nuovamente incandescente la questione Teheran. Con la Russia e la Cina sempre più tentate dall'idea di difendere l'Iran da un nuovo giro di vite sulle sanzioni contro il regime, quello che si annuncia per le settimane prossime al Palazzo di Vetro è un vero e proprio braccio di ferro. In questi ultimi giorni, l'Unione Europea non ha mancato di offrire il suo sostegno alla determinazione con cui gli Stati Uniti si stanno impegnando per ottenere una crescita della pressione economica e politica contro l'Iran. Nel corso dei lavori della prima commissione dell'Assemblea Generale del Palazzo di Vetro, dedicata ai temi del disarmo e della non proliferazione nucleare, l'UE ha affermato che, nel caso in cui l'Iran dovesse continuare ad ignorare le raccomandazioni dell'AIEA, i Paesi europei in Consiglio - Francia, Gran Bretagna, Italia e Belgio - sarebbero pronti a lavorare per un nuovo pronunciamento dell'ONU contro il regime iraniano.

In questa crisi l'Italia può giocare un ruolo comunque importante. Da diversi mesi siamo, tra gli Europei, il Paese che, con maggior riluttanza, ha appoggiato l'escalation diplomatica contro Teheran. Grandi interessi economici - siamo uno dei principali partner commerciali dell'Iran - hanno indubbiamente favorito l'assunzione di un low-profile da parte della nostra diplomazia. Nel corso delle prossime settimane, la credibilità della politica estera italiana affronterà una prova importante. Nel mese di novembre il capo della diplomazia europea Javier Solana e il direttore dell'AIEA, l'egiziano El Baradei, formuleranno un nuovo esame sullo stato del programma di nucleare di Teheran. Potrebbe essere proprio l'Italia, il prossimo dicembre, a dover gestire la presidenza mensile di turno del Consiglio di Sicurezza quando si tratterà di discutere il testo di una nuova risoluzione. Sarà quello un momento difficile per la nostra diplomazia, costretta a bilanciare il peso degli interessi economici nazionali con quelli della nostra appartenenza all'UE e della nostra militanza in favore delle Nazioni Unite. Proprio puntando sui due binari tradizionali della nostra politica estera, UE e ONU, in un momento di massima esposizione per la nostra diplomazia - quello della presidenza del Consiglio di Sicurezza- l'Italia potrà dare un contributo importante alla soluzione del problema iraniano. Spingendo anzitutto in favore di una più rigida iniziativa UE di contenimento dei programmi nucleari di Teheran: una drastica interruzione delle forniture di pezzi di ricambio offerte dalle industrie europee al regime iraniano potrebbe complicare sensibilmente i progetti di modernizzazione economica avviati nel Paese. Un ridimensionamento significativo dell'azione della nostra "ENI"- partner di numerose iniziative nel settore energetico - potrebbe causare, ad esempio, danni importanti all'economia iraniana. Potrebbero però essere il sistema ONU ad offrire una chiave di volta per risolvere la crisi.

Dopo le minacce formulate dal Presidente Bush appare orami chiaro che l'obiettivo della diplomazia internazionale debba essere quello di evitare un "secondo Iraq": ovvero una seconda paralisi del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che induca gli americani e qualche vecchio e nuovo volenteroso (la Francia?) a un blitz militare per distruggere le istallazioni nucleari iraniane. Ebbene, è passata generalmente inosservata, qualche giorno fa, l'elezione della Libia del dittatore Gheddafi come nuovo membro non permanente del Consiglio di Sicurezza per il biennio 2008-2009. Nonostante Tripoli non abbia ancora onorato l'impegno di versare un indennizzo ai familiari delle vittime della strage di Lockerbie - furono infatti i servizi segreti libici ad orchestrare l'attentato all'aereo della Pan Am sul cielo di Lockerbie, in Scozia (1988) - il regime di Gheddafi, poco dopo la guerra irachena, ha abbandonato i suoi programmi missilistici e nucleari, ha ripudiato il sostegno alla causa del fondamentalismo islamico, ottenendo la rimozione dalla lista degli Stati canaglia ("Axis of the Evil") e si è persino offerto, recentemente, come potenza regionale africana, impegnata nella promozione dei colloqui di pace per risolvere la drammatica crisi del Darfur. La reintegrazione della Libia nella comunità internazionale - uno dei pochi sviluppi positivi della crisi irachena - potrebbe essere letta in connessione all'unica vera "rivoluzione mediorientale" seguita alla caduta di Saddam Hussein: l'ascesa della leadership fondamentalista iraniana e sciita.

Il programma nucleare di Teheran è indubbiamente parte di un più ampio disegno di potenza accelerato dalla guerra in Iraq. Aspetto della ricerca di prestigio internazionale del regime iraniano è anche il disegno, sin qui nascosto, di voler concorrere per un seggio di membro non-permanente del Consiglio di Sicurezza per il biennio 2009-2010. Considerando ormai irreversibile - a meno di una guerra ispirata ai principi del regime change - l'acquisizione da parte di Teheran del ruolo di principale potenza regionale, la diplomazia europea e quella italiana dovrebbero ritagliarsi un ruolo un po' più ambizioso di quello sin qui adottato e costretto, di fatto, "all'inseguimento della  durezza americana". Forti della loro tradizionale sensibilità e comprensione del Medio Oriente, l'Italia e l'Europa dovrebbero riflettere maggiormente sul fatto che l'Iran punta, con il suo programma nucleare e la sua ambizione ad entrare nel Consiglio ONU, ad ottenere un riconoscimento internazionale del suo nuovo ruolo di grande potenza regionale. Tra i requisiti menzionati dalla Carta ONU per entrare nel CdS come membro eletto vi sono "il contributo al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale" e il "rispetto dei principi dell'Organizzazione". Condizioni che Teheran potrebbe rispettare obbedendo alle richieste dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AEIA) e alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Rimarrebbero, ovviamente, due problemi- chiave: l'odiosa propaganda anti-semita di Teheran e le quotidiane violazioni dei diritti umani nel Paese. In cambio dell'interruzione del programma nucleare si potrebbe però offrire al Presidente Ahmadinejad un esplicita offerta di riconoscimento della potenza persiana nella forma di un via libera ad un prossimo anche se non imminente ingresso nel Consiglio di Sicurezza. Seguendo in parte l'esempio libico, potrebbe passare cioè per questa via l'ipotesi di un "reinserimento pacifico" dell'Iran nel comunità internazionale: ormai, pensare di risolvere i problemi della regione mediorientale - dal Libano al conflitto israelo-palestinese, dall'Afghanistan all'Iraq - senza il coinvolgimento di Teheran appare una pura follia. L'Italia e l'Europa possono fare tanto per scongiurare una nuova avventura irachena. Non si eviterebbe solo un nuovo confronto militare, ma si salverebbe anche la legalità internazionale e la credibilità del Consiglio di Sicurezza.