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GIUSTIZIA & POLITICA / Salvatore Cuffaro: “La mafia? Una palla al piede”

Ferdinando D'Ondes di Valentino

Allora, presidente, come va? Salvatore Cuffaro, da quasi sette anni alla guida della Regione Sicilia, scrolla le spalle. "Come vuole che vada - ci dice con un'aria tra l'assorto e il malinconico - combattiamo la nostra battaglia. Questa è la vita". Cuffaro è sotto processo. I pubblici ministeri del tribunale di Palermo lo accusano di avere favorito i mafiosi. Una tesi che il presidente della Regione ha sempre respinto. Ora i pubblici ministeri hanno chiesto per lui addirittura otto anni di carcere. Una richiesta di pena che, a molti osservatori, è sembrata esagerata rispetto ai fatti che gli vengono contestati.

Presidente, cominciamo con il lato umano.

"Non è facile, per me, affrontare questa vicenda. Soprattutto dal punto di vista umano. Non provengo da una famiglia ricca. Ho cominciato a fare politica al liceo. Ero proprio un ragazzo. Ho sempre dialogato con tutti. Anche con chi, nella vita, ha sbagliato e pagato. Eraclito dice che il destino di un uomo è il suo carattere. Io, con molta probabilità, pago per il mio carattere aperto, solare. Non mi sono mai nascosto dietro i paraventi del potere. Del resto, sono sempre stato un cattolico impegnato nel sociale. Questo significa vivere in mezzo la gente. Sempre".

La politica italiana, così intrisa di cinismo machiavellico e di disincanto, dovrebbe insegnare a un politico ad essere almeno qualche volta, un po' faina...

"E io proprio non ci riesco. Se da quando è cominciato il processo che mi vede coinvolto, almeno qualche volta, ho rifiutato di incontrare qualcuno, ebbene, questo è avvenuto non perché sono cambiato, ma perché la vicenda giudiziaria che sto vivendo mi ha molto provato. Io capisco tutto. So che in Italia, in politica, non ti risparmiano nulla. Sono disposto ad accettare certe regole del gioco che, in verità, non ho mai condiviso. A cominciare dalla gogna mediatica propinata prima che la giustizia faccia il proprio corso. Ma c'è una cosa che non riesco a digerire, che non posso digerire".

Cosa?

"L'accusa di mafia. Ebbene, questa proprio non la mando giù. Certo, l'accetto perché credo nello Stato. Perché credo nella giustizia. Perché credo nel mio Paese. Perché un uomo pubblico deve dare l'esempio e rispettare alla lettera quanto previsto dal nostro ordinamento. Non ho fatto nulla di male. E ho sempre pensato - e lo penso ancora - che il processo avrebbe dimostrato la mia totale estraneità ai fatti che mi contestano. Sotto questo profilo, penso di essere stato un imputato modello. Ma dentro di me il sangue va a tremila. Io con la mafia non c'entro affatto. La mafia è incompatibile con il mio modo di pensare. E con il mio modo di fare politica. Vede, in tutta questa storia c'è una contraddizione profonda tra le accuse che mi muovono e la storia della mia vita sociale e politica".

In che senso?

"La mafia è, prima di ogni altra cosa, una mentalità. E' prepotenza. E' sopraffazione. E' sfruttamento ai danni di chi lavora onestamente. E' anche organizzazione criminale finalizzata all'arricchimento illecito. La mafia non ascolta le ragioni della gente: impone le proprie con la violenza. Tutte cose che non fanno parte della mia storia personale e politica. Ho sempre avuto il massimo rispetto della gente. Se ascolto tutti, se parlo con tutti è perché voglio capire le esigenze del mondo che mi circonda. Per cercare di dare, da uomo pubblico, risposte adeguate. Quello che dico può sembrare banale. Ma non lo è. Il mafioso, il politico mafioso, non si pone questi problemi. Va avanti e basta".

Che rapporto c'è, secondo lei, in Sicilia, tra mafia e consenso?

"Nel passato, è inutile nasconderlo, la mafia, in Sicilia, godeva di un certo consenso sociale. Oggi non è più così. Oggi la mafia viene vista come cosa assai negativa. Il tessuto sociale della Sicilia, a tutti i livelli, oggi respinge sia la mafia, sia la mentalità mafiosa. Oggi, più di ieri, molto più di ieri la mafia viene vista come una palla al piede. Un ostacolo sulla via dello sviluppo che deve essere eliminato".

Ha mai pensato che buona parte dei suoi problemi potrebbero essere il frutto dell'invidia dei suoi avversari politici? Pensiamo al consenso che lei gode tra la gente, soprattutto tra i ceti popolari.

"A me piace ragionare sui dati di fatto. Il consenso popolare, in politica, non è un dono divino. La gente ti vota se ti conosce e ti apprezza. Ma per ottenere questo risultato devi stare tra loro. Ascoltare le loro ragioni. E, lo ripeto, possibilmente dare risposte. L'invidia? Non lo so. So, però, con certezza che, un tempo, anche la sinistra, in Sicilia, stava tra la gente del popolo. Da ragazzo assistetti a una scena che mi è rimasta impressa nella mente. Mi ritrovai per caso in un quartiere popolare di Palermo ad una manifestazione del Pci. Vidi l'allora segretario regionale di quel partito, Achille Occhetto, furente con il segretario di quella sezione. ‘Ricordati', gli disse, ‘che la gente di questo quartiere ci vota perché siamo con loro, perché gli stiamo vicino. E se noi esistiamo come partito lo dobbiamo a loro. La prossima volta che facciamo una manifestazione non voglio più sentire compagni che lamentano di non essere stati invitati. O di aver saputo per caso che avremmo tenuto questo o quell'incontro'. Ecco, sotto questo profilo l'idea dell'invidia potrebbe passare".

Cioè?

"Quanti, oggi, nel centrosinistra siciliano si preoccupano del rapporto diretto con i ceti popolari? Lì hanno tutti la puzza sotto il naso. E oltre a invidiarti il consenso, beh, ti invidiano anche la capacità di parlare con i ceti popolari, cioè la con gente semplice. Una capacità che loro non possiedono più".

Non è un caso, insomma, se il coordinatore del nuovo Partito democratico in Sicilia sia un certo Francantonio Genovese, forse uno degli uomini più ricchi della Sicilia...

"Su questo terreno non entro".  

Parliamo un po' del suo processo. L'accusano di essere stato vicino a Michele Aiello, considerato una sorta di re Mida della sanità siciliana. Un personaggio che, così dicono, sarebbe vicino al boss Bernardo Provenzano.

"Come tanti altri uomini politici siciliani, ho più volte incontrato l'ingegnere Aiello. E l'ho incontrato alla luce del sole. Quando lo incontravo, e quando lo incontravano altri uomini politici siciliani di tutti i partiti, compresi quelli di centrosinistra, Aiello era considerato uno stimato professionista della sanità. Aiello ha realizzato a Bagheria, grosso centro alle porte di Palermo, un centro per la cura dei tumori all'avanguardia nel mondo. E questo, fino a prima delle sue disavventure giudiziarie, gli era riconosciuto da tutti. Ricordo che a Sala d'Ercole, la sede del Parlamento siciliano, quando la Regione ritardava i pagamenti alla clinica Santa Teresa di Aiello, piovevano le interrogazioni parlamentari che chiedevano conto e ragione di questi ritardi. E i primi a firmare queste interrogazioni erano i parlamentari di centrosinistra".

Certi giornali ricamano sul fatto che lei avrebbe incontrato Aiello nel retrobottega di un negozio di vestiti.

"Lo fanno per mettermi in cattiva luce. Come dire: incontrava Aiello nel retrobottega chissà per concordare che cosa. E invece l'ho sempre incontrato alla luce del sole. Anche quella volta, a Bagheria, ho incontrato Aiello in un negozio alla presenza di un sacco di gente".

La accusano di aver pagato a prezzi elevati le cure alla clinica di Aiello.

"La Regione paga le prestazioni sanitarie sulla base di parametri precisi. Solo che le prestazioni che la clinica Santa Teresa assicurava ai malati di tumore, in quegli anni, non erano contemplate tra quelle previste dall'amministrazione regionale. E un motivo c'era: erano prestazioni molto innovative che consentivano a tanti siciliani ammalati di cancro di non recarsi fuori dall'Isola per curarsi. Anzi, se proprio debbo essere preciso, alla clinica di Bagheria cominciavano ad affluire malati di cancro di altre regioni del Sud d'Italia".

E questo magari non avrà fatto piacere a qualcuno, magari nello stesso mondo sanitario?

"Su questo aspetto della questione non entro. Dico solo che, da amministratore pubblico, ritenevo giusto fare in modo che i siciliani malati di tumore si potessero curare in Sicilia, senza bisogno di recarsi altrove. E, soprattutto, senza bisogno di pagare, spesso a proprie spese, le cure".

I pubblici ministeri sostengono che lei avrebbe intralciato la ‘macchina' della giustizia.

"Non entro in aspetti tecnici che competono ai miei avvocati. Dico soltanto che quando si muovono accuse così gravi bisognerebbe avere la certezza di quanto si sostiene. E non mi pare che le cose stiano così".

                Si riferisce alla frase che sarebbe stata pronunciata dalla moglie del boss Guttadauro, frase la cui interpretazione ha diviso i periti?

                "Ripeto: non entro nei particolari".

L'ordinamento giudiziario italiano dice che un imputato dovrebbe essere condannato se le responsabilità a suo carico sono provate oltre ogni ragionevole dubbio. Nella sua vicenda riscontra molti dubbi?

"Questo lo lascio decidere ai giudici che mi giudicheranno e a tutti i liberi cittadini che stanno seguendo il mio processo. Quello che posso dire è che continuo a nutrire fiducia nell'operato della magistratura".

Lei, nel recente passato, è stato vittima di un errore giudiziario. Cosa è successo?

"Che un pubblico ministero mi notificò un avviso di garanzia sulla base delle dichiarazioni di un cosiddetto pentito di mafia. Questo pentito aveva detto che io, nel 1993, grazie a un decreto firmato dal parlamentare europeo, Salvo Lima, avevo preso una tangente".

Com'è finita?

"Come doveva finire, secondo lei? In primo luogo, i parlamentari europei non firmano decreti. E poi, nel 1993, l'onorevole Lima era morto da oltre un anno. Ciò nonostante mi hanno crocifisso con un avviso di garanzia riportato da tutti gli organi d'informazione. La solita gogna mediatica. Poi, quando sono stato scagionato, la notizia, nei mezzi di informazione, è passata in secondo piano...".  

Se un pubblico ministero si presentasse a una sua manifestazione elettorale e le battesse le mani lei come si comporterebbe?

"Proverei grande disagio".

E secondo lei quegli esponenti del centrosinistra siciliano che, ad una loro manifestazione pubblica, si sono visti applauditi da qualche pubblico ministero sono rimasti a disagio?

"Lo chieda a loro".

In una trasmissione televisiva di qualche giorno fa il giornalista Lino Iannuzzi ha fatto il seguente ragionamento. Ha detto, e non è stato smentito, che un magistrato della Procura della Repubblica di Palermo, Antonio Ingroia, cenava con l'imprenditore Michele Aiello. Non solo. A quanto pare, gli operai dell'impresa Aiello riparavano l'abitazione dei suoi parenti. Se un magistrato, ha affermato Iannuzzi, si accompagna con un imprenditore, ebbene, questo dovrebbe essere una garanzia per tutti...

"Su questo argomento non entro".

Perché se un pubblico ministero tratta con un imprenditore che poi si rivela mafioso, o con esponenti delle forze dell'ordine che poi si rivelano essere dei traditori dello Stato, viene considerato innocente a prescindere, mentre se le stesse cose le fa un politico rischia di finire sotto processo?

"Ha detto tutto lei... Non è a me che deve rivolgere questa domanda, ma ad altri".

Raffaele Lombardo, il leader degli autonomisti siciliani, dice che la richiesta di condanna nei suoi riguardi è esagerata. E aggiunge che lei avrebbe diritto a un processo più sereno e, quindi, a un giudizio più sereno.

"Sul primo punto, cioè sulla richiesta di condanna, non commento. Sul secondo punto do per scontato un giudizio sereno nei miei riguardi. Per gli altri aspetti, ovvero per la richiesta di trasferimento dei mio processo, mi affido ai miei avvocati. Anche se i contrasti emersi in seno alla Procura della Repubblica di Palermo tra i magistrati non credo che siano espressione di serenità e, in particolare, di serenità di giudizio nei miei riguardi".

Lei ha sempre detto che, in caso di condanna, si dimetterebbe da presidente della Regione. Ma sono in tanti, tra gli esponenti del centrodestra siciliano, a chiedere che lei resti in carica anche in caso di condanna.

"Io mi auguro di essere assolto. Confermo, comunque, che in caso di condanna rassegnerò le dimissioni. Sarebbe l'ultimo atto di amore verso la Sicilia".