Temi e dibattiti

L'oceano tra due giornalismi

di Michelina Zambella e Filippo Brunamonti

La scorsa settimana si è svolto un ciclo di conferenze organizzate dall'Università di Roma La Sapienza nell'ambito del progetto EUSIC, in collaborazione con l'Acina (Associazione corrispondenti italiani in Nord America), il sito www.i-Italy.org  e i-italy.us. Tre giornate dal 9 all'11 ottobre dedicate al giornalismo, ospitate alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University e che ha visto dibattere esperti giornalisti italiani e americani con gli studenti.

Il primo incontro "Come si spiega l'Italia all'America" ha visto dibattere Alessandra Stanley (columnist del New York Times e già corrispondente da Roma) e Mario Platero (corrispondente da New York de Il Sole 24 ore), Giampaolo Pioli (corrispondente del Quotidiano Nazionale, presidente Acina e moderatore degli incontri) e Stefano Vaccara (America Oggi/Oggi7).

Ognuno con il suo diverso percorso e con le proprie esperienze ha cercato di dare un contributo al dibattito con gli studenti. Ad accomunarli quasi tutti è la convinzione che oramai le storie raccontate dai giornali sono "stereotipate", sia per i corrispondenti italiani che americani. Per Platero "le notizie riguardanti l'Italia sono stereotipate, risapute e quelle più richieste dal pubblico americano. Tutti parlano di cibo, della pizza e del saper vivere italiano". Per la Stanley. i corrispondenti italiani fanno un ottimo lavoro di sintesi riprendendo le notizie che i quotidiani americani hanno riportato il giorno precedente, dicendo "Ieri il New York Times ha detto...".

Secondo Stanley quello che più conta nella produzione informativa è il cosiddetto "human interest". "Nel giornalismo americano - ha detto - è molto importante valutare la carica di umanità che un fatto trasmette. Sentimenti come solidarietà, amore, interesse umano, troveranno sempre una prima pagina sui giornali americani". Ma Vaccara è convinto che le conoscenze della Stanley sul sistema dell'informazione italiano abbiano scavato più in profondità, e ha ricordato quando, sul New York Times, la ex corrispondente, criticando un documentario della Pbs che semplicisticamente affrontava il fenomeno Berlusconi, scrisse:"Il giornalismo italiano si merita il primo ministro che ha".

 "In Italia - ha commentato Mario Platero - i valori notizia corrispondono piuttosto alla politica". Non che questo sia necessariamente un male, ma "la politica è diventata l'ossessione italiana" ha spiegato una studentessa italiana che, in occasione dell'ultimo Columbus Day, si è sentita poco rappresentata dalla parata. "Io non sono fiera di essere bollata come pizza e mafia. Non posso credere che i media americani dipingano l'Italia coi soliti luoghi comuni. Mi offende e mi rattrista".

Stereotipate, comuni, copiate, noiose, attese e richieste: sono queste le notizie che l'Italia riporta dell'America e viceversa.

Al secondo incontro "Come si spiega l'America all'Italia", hanno partecipato Mario Calabresi (corrispondente de La Repubblica), Alessandra Baldini (Ansa), Anna Guaita (Il Messaggero), Giovanna Botteri (Rai TG3), Francesca Forcella (TG5). 

Di fronte ad una moltiplicazione delle fonti di informazione e all'avvento di Internet, i corrispondenti attingono dalle stesse agenzie, quali l'Ansa, producendo storie identiche che mancano del carattere di originalità e novità. Come dice Anna Guaita "è cambiato il modo di raccontare l'America all'Italia con l'avvento della tv via cavo che fornisce una copertura frenetica e nevrotica delle notizie 24 su 24. Avvento questo che ha definito una linea di demarcazione tra il prima e dopo col risultato che oggi il giornalismo è diventato più superficiale, generando una falsità di conoscenze".  Le notizie sull'America rispecchiano quella profonda convinzione italiana del saperne sempre di più di chi sta in America, perché- spiega Mario Calabresi- "con la distanza credono di poter vedere meglio le cose". L'Italia in effetti ha una visione pregiudiziale degli States, per cui ci si aspetta che i corrispondenti riportino le notizie come viste e volute dagli italiani, commenta Francesca Forcella. Si cerca di dare alla redazione ciò che viene richiesto e ciò che il pubblico italiano si aspetta di sentire, lottando contro questo andamento talvolta frustante. "Il giornalista, il corrispondente, deve rimanere fedele al proprio credo, cercando un compromesso tra ciò che vede coi propri occhi e ciò che legge. Bisogna esserci anche se il collega Americano, con più mezzi, arriva sempre prima". Se è vero che il giornalista e corrispondente deve essere sempre accompagnato da una buona dose di fortuna, dal momento che deve trovarsi nel posto giusto al momento giusto, è pur vero il carattere stereotipato e ridondante delle nostre notizie deriva dalle difficoltà logistiche nelle quali si deve pur lavorare - come testimonia Giovanna Botteri, corrispondente di guerra da anni e da poco arrivata a New York. Di fronte al denunciato decadimento dell'originalità della notizia, quindi suggeriscono in coro un cambiamento di rotta. Dare fascino alla notizia, passando dal generale al particolare. Ricercare l'approfondimento partendo dalla notizia.  Sta nella bravura del giornalista ricreare quel puzzle vincente, indagando, scoprendo e pazientando all'inseguimento della storia. Quasi una caccia al tesoro, descritta da Mario Calabresi che ha sottolineato come il suo giornale lo spinga oltre la notizia trovando storie diverse da approfondire. Una ricerca faticosa e valorizzante, che possa dare novità a ciò che sembra essere scontato, in un mondo di pregiudizi e di false credenze.

Indubbiamente parlare dell'America significa parlare di una superpotenza economica, le cui scelte sempre più spesso influiscono sugli equilibri mondiali "e quindi anche sulle  nostre vite in Italia" ha detto Botteri.  "Ma bisognerebbe capire e quindi descrivere cosa fanno gli Stati Uniti così potenti" ha aggiunto Guaita. "Bisogna guardare a come effettivamente funziona questo grande paese, non solo il suo sistema politico-economico, ma anche le sue università, i suoi centri di ricerca, come questo paese si organizza per riuscire ad essere la grande potenza che è...".

"Non esiste un unico modo di fare i giornalisti. E poi, è davvero corretto distinguere il modello italiano da quello americano?". Se lo chiede Vittorio Zucconi, famoso inviato negli Usa del quotidiano La Repubblica, presente al terzo e ultimo dibattito fra i modelli di giornalismo italiano e americano, tenuto presso la Casa Italiana Zerilli Marimò, insieme a Maurizio Molinari (La Stampa), Gerardo Greco (Tg2) e Andrea Fiano (Milano Finanza). A moderarli sempre  Giampaolo Pioli. Il ciclo di conferenze organizzato per gli studenti del progetto Eusic dell'Università di Roma, ha così chiuso l'excursus nel mondo giornalistico, cominciato il 9 ottobre, con la conferenza dal titolo: "Giornalismo italiano e americano, due modelli a confronto". "Trent'anni fa, quando ho iniziato a lavorare in America, era un'epoca diversa - ha continuato Zucconi -  c'erano il caso Watergate, la guerra del Vietnam, la vicenda Pentagon Papers. Negli anni Settanta, ricordo, è bastato l'annuncio in tv di Walter Cronkite sulla fine della guerra per dare agli americani quella versione di verità, ignorando i risvolti della battaglia del Tet. Oggi sarebbe impensabile: non solo perché le distanze si sono accorciate, ma, soprattutto, perché a cambiare è stato l'approccio alla notizia e, di conseguenza, i criteri di verifica".

Una lezione che vale tanto per l'Italia quanto per l'America. In fondo, il filo conduttore degli incontri è stato il binomio tra i due paesi, alla ricerca anche di punti d'incontro. Sin dal primo dibattito (che si era aperto con il titolo: "Come si spiega l'Italia all'America") gli intervenuti hanno subito dipinto la differente realtà del giornalismo, parlando in presa diretta della loro esperienza sul campo, delle logiche e dei valori impliciti di una notizia. Nella scatola dove si conservano i pilastri del giornalismo, qualcos'altro sta cambiando: fatti e opinioni sono sempre più uniti nello stesso foglio di giornale: "Questo accade soprattutto in Italia - ha detto Fiano, alla serata finale - per i giornali americani, invece, la tendenza è creare un prodotto iperstratificato, come il New York Times, in cui poter dividere le notizie dai commenti". Fiano ha anche messo in evidenza come gli editori dei grandi giornali americani "sono ancora degli editori cosidetti puri, insomma il loro business principlae è l'editoria, al contrario che in Italia dove gli editori dei giornali hanno ben altri interessi...".

Multimedialità è stato un altro ritornello che si è sentito spesso  nelle tre giornate di dibattito: secondo Fiano, "un blogger è un giornalista a tutti gli effetti e, nel ramo dell'economia, le piattaforme blog non sono affatto sottovalutate. Anzi, con i dovuti filtri, attingiamo da alcuni post e la notizia che trovate pubblicata sul Wall Street Journal proviene proprio da lì". In Italia, nei confronti dei blog, c'è più diffidenza, nonostante il cinismo pungente e il fenomeno catalizzatore di Beppe Grillo, che con il suo diario virtuale ha saputo creare un pubblico devoto, oltre che una finestra sui problemi relativi all'ambiente. "Provate a prendere il blog anti-Bush di Josh Marshall e confrontatelo con quello di Grillo - ha suggerito Zucconi agli studenti - Troverete che il website Talking Points Memo, curato da Marshall, magari non soffre di fissità su certe tematiche come quello di Grillo ma fa uscire allo scoperto troppo spesso il suo autore ". Allora quale operazione è più intelligente e funzionale? Zucconi non ha dubbi: "Beppe Grillo, a differenza del giornalista americano, ha capito che in Italia è meglio restare il grande perseguitato, non esporsi troppo, tenersi fuori dalla televisione. La blogosfera deve rimanere incontaminata dagli attacchi mediatici, altrimenti la ‘rivoluzione' fallisce...".

Altro puntello, la presenza dei fact checker, tirata in ballo da Maurizio Molinari. "In America - ha spiegato il corrispondente de La Stampa- quotidiani, riviste, televisioni, radio o siti internet sono controllati da un ufficio adibito al monitoraggio delle notizie. A me non risulta che nelle testate italiane esista un fact checker". Persino Wikipedia, ultimamente, ha creato il proprio "Fact and Reference Check" per conquistare maggiore autorevolezza. Secondo uno studente "il checker è una figura che preserva lo stato di salute del giornalsimo. Ignoro se in Italia vi sia qualcuno che fa quel lavoro preziosissimo; se non ci fosse sarebbe un'altra conferma che editori e direttori hanno ben poco a cuore la credibilità dei loro prodotti, che sono bravi a elogiarsi fra di loro e a invitarsi a questa o a quella trasmissione, ma che crollano miseramente appena li si confronta con realtà straniere alle quali qualcuno di loro vorrebbe fare concorrenza".

"Fact checker o meno - ha risposto Zucconi - temo che i media americani siano scesi di credibilità al pari di quelli italiani. Una volta erano presi come modello, ora, come sostiene Bertrand Pecquerie, tutto ciò che avevano di positivo - la ricchezza, la diversità, la lotta contro il potere - si è rapidamente trasformato in negativo. La stampa estera, e non soltanto Fox News, è diventata una mera macchina da guerra al fianco dell'amministrazione Bush. Il 2003 è stato l'anno più buio per i media statunitensi, quando Jayson Blair, il giornalista che inventava le notizie, scosse quell'archetipo di indipendenza ed equilibrio che è il New York Times". Non a caso, a maggio dell'anno successivo, il Pew Research Center for the People and the Press (un'autorevole organizzazione non governativa statunitense) pubblicava i risultati di una inquietante inchiesta condotta tra 547 giornalisti statunitensi: il 51% considera che il giornalismo non sta bene; il 66% attribuisce i problemi alle indebite e sempre più forti pressioni e il 45% assicura che gli articoli pubblicati sono pieni di errori. Oscar Itzcovich, nel suo osservatorio online,  ricorda che nello stesso periodo, The Project for Excellence in Journalism, della Scuola di giornalismo della Columbia University (New York) pubblicava un'altra inchiesta condotta tra i lettori, in cui si dimostra che il giudizio che meritano i giornalisti da parte dell'opinione pubblica non ha smesso di deteriorarsi negli ultimi anni. Secondo questa inchiesta, dall'epoca d'oro di massima popolarità e credibilità del giornalismo segnata dallo scandalo Watergate che travolse il presidente Nixon (1972-1974), il cambiamento dell'opinione pubblica sui media è più che evidente. Infatti, "la professionalità dei giornalisti si è deteriorata" (dal 49% nel 1985 al 72% nel 2000); "i media nascondono i loro errori" (dal 13% al 67%), "i media non sono obbiettivi" (dal 45% al 65%).

Per il corrispondente del Tg2 Gerardo Greco, "anche la televisione, italiana e americana, non è esente da difetti. E' una televisione fatta col cronometro. Più che di pluralismo, parlerei di una moltiplicazione di cronometri, di un'informazione, in particolare quella politica, attentamente termometrata. Ne sa qualcosa il nuovo direttore del Tg1, Gianni Riotta, che ha messo una notista politica in studio".

Il ciclo di conferenze si è concluso parlando di mercato ("la pubblicità è il motore di un giornale"), di trash news ("TMZ è stata la risorsa principale quando Paris Hilton è stata portata in carcere, e negli ultimi tempi, mai come in America, c'è stata una potente esplosione di notizie futili; ma nessuno parla così tanto della guerra in Iraq") e di pluralismo. "Volete sapere cos'è il pluralismo? - ha incitato Zucconi - E' spaccarsi il piede sinistro per equilibrare il destro rotto...".