Arte

Il moderno dialogo con l'antico

di Ilaria Costa

Siamo arrivati alla quarta intervista della nostra serie di artisti italiani emergenti che vivono a New York City o le cui vite e carriere hanno intersecato la scena artistica della Grande Mela. E' la volta del giovane Valerio Berruti, nato ad Alba in Piemonte nel 1977, che vive e lavora tra New York e Verduno in provincia di Cuneo, in uno studio nelle Langhe.

Ma il suo studio è davvero un "laboratorio" molto particolare; Valerio infatti  ha acquistato e restaurato una chiesa sconsacrata del 1600, che utilizza dal 1995 come suo spazio di lavoro. Oggi è piena di colori, tele ed opere del giovane artista piemontese il quale confessa di averla restaurata con tanta fatica ed immensa passione rispondendo  in tal modo ad una vocazione artistica da lui da sempre vissuta in modo "sacrale".

La produzione artistica di Valerio è prevalentemente realizzata con la tecnica dell'affresco, ereditata da un passato lontanissimo, applicata alle superfici grezze delle tele di juta, un materiale umile fortemente legato alle tradizioni ed ai costumi del popolo.

Con la freschezza di un neotrentenne e la preparazione teorica propria della sua laurea in Critica d'arte, risponde così alle domande di Oggi 7:

Perché e quando hai deciso di essere un artista? 

"Veramente non c'è mai stato né un perché, né un momento preciso in cui io abbia deciso di essere un artista; diciamo che ho sempre avuto questa vocazione. Quando ero bambino, me lo ricordo come fosse adesso, mentre i miei amici giocavano a pallone, io disegnavo; non potevo fare altrimenti."

Raccontaci  del tuo Studio in Italia... come è nata l'idea di restaurare una Chiesa sconsacrata e convertirla nel tuo Studio?

"Ecco, io ho sempre sentito di vivere il rapporto con l'arte in modo sacrale; per questo ho sempre subito il fascino dei luoghi di culto e credo che nessun altro luogo meglio di una chiesa poteva essere eletto a sede del mio lavoro. Ho inseguito a lungo questo sogno, fino a quando sono riuscito a trovare la mia chiesa, del 17simo secolo, che ho restaurato con fatica e immensa passione fino a farne il punto di riferimento più rilevante della mia geografia affettiva."

Lavori con tecniche molto tradizionali ad esempio l'affresco. C'è un rapporto tra i tuoi lavori e le tue origini italiane?

"L'affresco è una tecnica antica, alla base dell'arte italiana medievale, che amo in modo particolare. Di fronte ai grandi cicli di affreschi di Giotto provo la sensazione di turbamento che si può provare di fronte a un tramonto o allo sguardo di un bambino. E' una tecnica che più di ogni altra richiede tempi precisi e che, come quelli di un rito, non possono essere stravolti, ma solo adattati. Riprenderla oggi per me, non significa voler imitare l'antico, ma un impegno a dialogare con un passato epico per creare metafore sempre nuove."

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a venire a NYC?

"Vengo a New York regolarmente dal 1999; ne sono attratto come da una forza magnetica. Nel 2005 però sono stato selezionato dall'ISCP per partecipare al grant dell'ISCP (International Studio and Curatorial Program); per me è stata un'occasione unica ed una svolta, perché mi ha permesso di conoscere la realtà artistica newyorkese e di confrontarmi con artisti provenienti da tutto il mondo".

E invece quanto e come NY ha influenzato il tuo immaginario e quindi la tua produzione artistica?

"New York è un luogo in continuo movimento, dove niente è mai fermo. Non credo che sia un caso che proprio lì abbia preso forma il mio progetto di costruire un'animazione con i miei disegni. È una parte del mio lavoro che sta ancora evolvendo nella mia poetica, e alla quale sto dedicando ultimamente molte energie."

Come incidono il tuo vissuto personale e il tuo carattere nei tuoi progetti? E come si traduce questo nelle tue scelte estetiche?

 "Il mio vissuto personale fa parte delle mie tele, non solo per le immagini che le animano, spesso riconducibili alla mia famiglia e ai miei amici più cari, ma anche per le emozioni che vorrei vi restassero imprigionate, e che sono quelle che mi spingono a lavorare. Sono un passionale! E' l'istinto che mi porta a disegnare sulla tela ciò che sento quando guardo il mondo, ciò che mi avvince davvero. Concentrandomi sulla purezza del segno cerco di rendere indelebile la parte unica dei miei affetti, di circoscrivere e di dare forma a sentimenti che resterebbero altrimenti fugaci, sfocati."

Quale è la tua giornata tipo come borsista a NYC?

"Durante il mio soggiorno a New York ho sperimentato, ancora più del solito, la necessità quasi naturale di vivere e lavorare senza programmi. Lavoro molto ai miei progetti, incontro galleristi e curatori, visito studi di altri artisti, vedo mostre, partecipo a lezioni, dialogo con giovani artisti, ascolto discorsi per strada. Tutto a New York è assenza di esperienze catalogabili in tipologie precise; è una città che corre, pensa e crea in continuazione, dà stimoli e punzecchia di continuo la creatività di chiunque."

Tu sei un artista poliedrico e utilizzi diversi media; qual è il medium che  pensi sia più congeniale alla tua sperimentazione artistica? E perché i tuoi soggetti preferiti sono i bambini?

"I bambini sono un archetipo ricco di risonanze emozionali; ognuno di noi è stato bambino, ognuno sa riconoscere in una metafora universale, catturata in un gesto o in uno sguardo infantile, un'emozione o un ricordo che può appartenergli e nel contempo rendere universale quell'esperienza emotiva. Tra le diverse tecniche che ho sperimentato, prediligo l'affresco: mi permette di entrare in uno stato mentale ideale per dipingere e dare a questo atto un carattere sacro. La magia dell'affresco, che risiede anche nell'elitaria complessità esecutiva, non permette alcun margine di errore, anche perché il dipinto non è superficiale ma interno all' intonaco, cosa che lo rende così resistente agli anni. Questa caratteristica fusione dell'opera con il supporto permette di creare un effetto molto particolare, una sorta di autonomia dell'opera. Gli affreschi vivono una loro vita anche dopo l'intervento di chi li ha creati, sono come "creature" che traspirano, si scuriscono con l'umidità e sono influenzabili dagli effetti atmosferici e meteorologici."

Cosa vorresti che si dicesse dei tuoi lavori?

"Che arrivassero al cuore di chi li osserva, che sappiano emozionare."

Una riflessione sul concetto di "arte nazionale" oggi: ha ancora senso parlare di arte italiana o è più appropriato far riferimento a singoli artisti?

 "Da un lato credo che non abbia più senso parlare di arte italiana, poiché l'arte non ha nazionalità, ma d'altro canto non posso evitare di costatare come sia  inevitabile che si finisca per parlare dell'arte dei giovani in questi termini; siamo come rinchiusi in una gabbia interpretativa che si regge su questa regola: ci sono giovani artisti italiani, giovani artisti cinesi, giovani artisti americani..."

Quali progetti in cantiere per il futuro?

"In effetti, anche limitandomi a considerare il futuro immediato, sento di essere piuttosto sovraccarico. Sto per prendere parte a due collettive importanti con artisti internazionali: una è stata inaugurata il 29 settembre. Si tratta di  Micromalia al museo di arte contemporanea di Belgrado, curata da Lorand Heigij; un'altra (Identità) aprirà il 13 ottobre in Italia al parco culturale Le Serre di Grugliasco, a cura di Patrizia Bottallo. A ottobre e novembre sarò invece a Parigi al Program of Artists and Curators in residence del Dena Foundation for Contemporary Art. Infine a novembre avrò ancora in Italia una personale al Fondaco di Bra in cui presenterò un'animazione composta da cinquecento disegni dal titolo ‘E più non dimandare'."