Italiani in America

Capecchi, il Nobel vagabondo

di Generoso d'Agnese

Nacque a Verona nel 1937 dalla relazione di una poetessa fiorentina di origini germano-americane e da un pilota dell'aviazione italiana. La storia terrena di Mario Renato non poteva nascere con toni più romantici, ma il figlio di Lucy Ramberg e Luciano Capechi imparò presto che la felicità muta facilmente direzione. Complice la guerra e la morte prematura del padre, Mario venne presto separato anche dalla madre. Lucy era figlia di una nota pittrice americana e di un archeologo tedesco ma qeusto non bastò a salvarla dal campo di concentramento. Le origini americane unite a un convinto antifascismo la resero invisa ai regimi e nel 1941 le aprirono le porte del campo di internamento come prigioniera politica. Al dramma si unì altro dramma perché Mario fu temporaneamente affidato, all'età di soli tre anni e mezzo, a una famiglia di contadini sudtirolesi che dopo un solo anno lo allontanarono dalla casa consegnandolo di fatto al proprio destino. A cinque anni Mario Capecchi divenne un piccolo vagabondo sulle strade italiane distrutte dalla guerra e solo la caparbietà e il coraggio della madre lo avrebbero salvato da un'infanzia in orfanatrofio. Lucy, appena liberata dagli americani, prese infatti a cercare il figlio perduto in tutte le strade e in tutti gli ospedali del Norditalia fino a trovarlo, denutrito e ammalato, in un nosocomio di Reggio Emilia.

Oggi tutto questo è entrato a far parte della storia familiare di quel bambino. Che nel frattempo ha scelto di dedicare la sua vita alla genetica e che in una fresca giornata di inizio ottobre ha ricevuto la comunicazione dall'Accademia di Stockholm: una telefonata che annunciava la conquista del premio Nobel.

Mario Capecchi è il dodicesimo "italiano" a vincere il premio Nobel nell'ambito scientifico. L'ultimo a conquistare l'alloro è stato Riccardo Giacconi nel 2007 anche se nel frattempo la vittoria è arrisa anche a William Philips, italo-americano la cui madre proveniva da Ripacandida (Potenza). E ancora una volta la comunità scientifica italiana mette il dito sulla piaga della fuga delle menti scientifiche dal nostro paese. L'ultimo italiano a vincere il premio Nobel per ricerche fatte in Italia risale infatti al 1963 con le ricerche sul propilene di Giulio Natta. Gli ultimi sei premi sono invece andati a ricercatori impegnati in strutture americane, trascinando con le immancabili polemiche sull'incapacità dell'Italia di far fruttare in casa le grandi intuizioni dei suoi scienziati.

Per Mario Capecchi però, l'arrivo negli Stati Uniti è stata molto di più di una semplice scelta professionale. Lui sulla costa americana ci arrivò a soli 7 anni, nel 1947, tenendo la mano alla propria mamma. Ad accoglierlo trovò lo zio Edward, un quaccherò che vicino Pittsburg aveva creato un villaggio di 65 famiglie. Lo spirito pacifista e anticonformista dei quaccheri salvò letteralmente il bambino dal disadattamento culturale nel nuovo paese. Gli insegnanti della comunità infatti minimizzarono la sua incapacità di lettura e scrittura invitandolo a esprimere i suoi concetti attraverso i disegni. Considerati per la loro intelligenza più che per la loro capacità di apprendimento, gli studenti della comunità ebbero un grande influsso nella crescita di Mario che dallo zio ereditò la passione per la fisica. L'ex vagabondo dell'Alto Adige si iscrisse però a un College di scienze politiche, per cambiare presto  indirizzo in favore delle  scienze e della matematica. Capecchi si laureò nel 1967 ad Harvard nel  1961 in fisica e chimica "cum laude". La sua tesi di dottorato ad Harvard in biologia molecolare, fu supervisionata dal premio Nobel James D. Watson (il padre del DNA), e verteva, fra l'altro, sull'analisi dei meccanismi di iniziazione e di terminazione della sintesi proteica.

La sua vita di scienziato iniziò laddove era finita quella di studente. Ad Harvard Capecchi conquistò il titolo di professore e lavorò fino al 1973. In quell'anno infatti egli decise di trasferirsi con la moglie Martine Fraser e la figlia Misha in Utah. Nei laboratori Eccles della Utah University, Mario Capecchi trovò la tranquillità di cui aveva bisogno per lavorare alla sua ricerca. Uno studio incentrato sulle cellule staminali e sulla riparazione di materiale cromosomiche aveva bisogno di anni di ricerca e di grande fiducia. A Salt Lake City c'era il clima professionale giusto.

"Il sistema americano - ha spiegato lo scienziato - a differenza di quello italiano crede molto nei giovani e da loro fiducia. Questo aiuta a sviluppare quelle intuizioni che poi permettono di ottenere grandi risultati."

Premiato insieme a Oliver Smithies (americano) e Martin J.Evans (inglese), per "gli studi e le scoperte sulle modificazioni genetiche delle cellule staminali, in particolare per lo sviluppo del "gene targeting" nelle cellule staminali di embrioni murini", Mario Capecchi ha già avvisato i suoi collaboratori di Salt Lake che sta partendo un nuovo progetto della durata di venti anni. Ma la vittoria non cambierà di una virgola la sua passione per l'aria tersa dello Utah, dove lo scienziato vive in un ranch circondato dall'amicizia di vari animali e dove spesso la neve arriva a ricoprire l'ingresso della sua casa.

IL nome di Capecchi è legato soprattutto al lavoro pionieristico sullo sviluppo del  "gene targeting" nelle cellule staminali di embrioni murini (ES cells). Questa tecnologia è utilizzata oggi dai ricercatori di tutto il mondo per costruire topi con mutazioni inserite in un qualsiasi gene ed è talmente selettiva da permettere al ricercatore di scegliere sia quale gene mutare che come farlo. Poiché tutti i fenomeni biologici sono mediati da geni, il "gene targeting" sta avendo una ricaduta importante su praticamente tutti gli aspetti della biologia dei mammiferi, inclusi gli studi sul cancro, sull'embriogenesi, sull'immunologia, sulla neurobiologia e in pratica su tutte le malattie umane.

Grazie alle ricerche di Capecchi e dei suoi colleghi, in un prossimo futuro nuovi approcci alla  terapia genica basati sul "gene targeting" potranno essere usati per correggere un gene endogeno difettoso nel tessuto umano appropriato.

L'Italia non è mai sparita dall'orizzonte del novello premio Nobel per la medicina. Una volta l'anno Capecchi torna nel suo paese natale per tenere lezioni all'Università di Bologna, la stessa che gli ha regalato un'altra laurea Honoris Causa per il suo impegno scientifico, e le poche parole di italiano che conosce le trasferisce alla figlia Misha, preferendo nell'incertezza usare il più familiare inglese. Ma quando si tratta di scegliere il cibo, non esiste nessuna incertezza:

"La cucina italiana è talmente buona che non ammette dubbi".