Personaggi

Coppola, molto più di un maestro

di Luigi Boccia

E' nel suo appartamento, circondato da spartiti e foto ricordo, con un gran coda sullo sfondo, che incontriamo Anton Coppola, una delle leggende viventi del panorama lirico newyorkese e non solo.

Musicista, compositore, direttore d'orchestra e insegnante fra i più noti ed apprezzati per rigore e disciplina, Coppola è da sempre, e non solo per il nome che porta, uno dei vessilli più fulgidi dell'italianità nel settore della musica colta. Ed è proprio nella lingua di Dante che si svolge l'intervista: "Parla italiano? Mi difendo!", comincia scherzosamente il maestro.

I suoi genitori arrivarono in America nel 1904, il papà da Bernalda (Matera) e la madre da Tricarico. Di origini lucane, dunque, ma nato e cresciuto nell'East Harlem, all'epoca enclave italiano.

"Mio zio Giuseppe, rinomato barbiere del quartiere, aveva una passione sfrenata per l'opera e mi portava al MET con lui. Ero solo un bambino, ma avevo già una chiara percezione di quanto l'opera fosse motivo d'orgoglio per tutti coloro che erano appena emigrati dalla penisola. D'altronde, in particolare in quegli anni, Italiano era il sovrintendente del MET, Gatti Casazza, Italiane le opere rappresentate e Italiani gli interpreti: Enrico Caruso, il leggendario tenore partenopeo e l'assai avvenente basso Ezio Pinza tra quelli che più di altri valicarono i confini dell'opera e si affermarono come personalità di rilievo nello star system mondiale."

Un'infanzia dietro le quinte, quella del maestro Coppola, a cui l'intraprendente zio faceva spesso fare delle visite guidate nel backstage, tra macchinisti indaffarati e cantanti in abito da scena pronti a calcare le tavole del palcoscenico e a cantare la loro aria di bravura, in quel misto di nervosismo, ansia e superstizione che si respira in genere prima durante e dopo uno spettacolo teatrale.

"Avevo 13 anni quando mio zio Giuseppe - che si è capito sin da subito avrà un'influenza decisiva nell'indirizzare il giovane nipote verso la carriera artistica -  mi ha presentato al maestro Gennaro Papi, napoletano, che allora dirigeva La Bohème di Puccini" e che per anni - aggiungiamo noi - era stato uno dei più fidi assistenti di un'altra celebrità dell'epoca, Arturo Toscanini.

Il Metropolitan Opera Theater all'epoca era situato tra la 39 ma e la 7ma. Fu in quel teatro che un adolescente Coppola ebbe la fortuna di vedere gente del calibro di Martinelli, Pinza, Bori. Troppo giovane per poter assistere ad una recita del mitico Caruso, ci tiene a dire che per la comunità italo-americana Caruso, al pari del ruolo a cui assurgerà Pavarotti qualche decennio più tardi - "era il fulcro della Gloria e dell'orgoglio nazionale. Era importante, poter dimostrare che non eravamo in grado di offrire solo manovalanza per l'industria, ma che eravamo enormi esportatori di arte e di cultura, elementi egregiamente riassunti nel genere melodrammatico".

Gli esordi? Non facili, come in ogni storia che si rispetti, ma nel caso di Coppola, tanti gli incontri fortunati. "Un giorno il maestro Papi decise di concedermi un'audizione. Ero emozionantissimo. Il tutto si svolse nel suo camerino. Mi misi al piano e cominciai a suonare e a cantare alcuni spartiti. Quello è senza dubbio uno di quei momenti in cui si decide della vita e della sorte di un musicista. Non solo gli piacqui molto, ma, dal momento che viveva da solo a NY,  mi adottò come un figlio. Un bellissimo rapporto docente-discente: mi invitava all'opera e poi il giorno dopo mi telefonava dal suo albergo e mi chiedeva cosa ne pensassi. Ci intrattenevamo spesso in lunghe discussioni, durante le quali il maestro Papi si dimostrava sempre rispettoso e interessato al mio parere. Poi si soffermava a parlare dei passi difficili della serata precedente e mi diceva: «vedi, se ti capita di dirigere quest'opera, stai moooolto attento a quel passaggio»!!!"

Fu Papi che iniziò il giovane Coppola  allo studio di uno strumento: "è per capire meglio il lavoro degli orchestrali - ripeteva -  e così ho imparato a suonare l'oboe sotto la guida di Bruno Labate", all'epoca primo oboista della New York Philarmonic, diretta da Toscanini in persona.

"Un sabato, come ogni sabato, al MET era previsto il Matinée. Non ricordo quale fosse l'opera in cartellone, ma ricordo che il Maestro Papi non si presentò. Poche ore dopo si seppe che era stato precocemente stroncato da un infarto. La scomparsa di un mentore e di un amico di quel livello lasciò un segno indelebile nella mia vita artistica; se sono diventato qualcuno, lo devo senz'altro anche e soprattutto agli insegnamenti di questo grande uomo e musicista".

L'ambiente familiare, stando al racconto di Coppola, giocò un ruolo altrettanto fondamentale nell'incoraggiare ed assecondare la sua passione e i suoi studi.

Agostino, suo padre, era un macchinista tornitore. "Padre di sette figli, quando tornava dal lavoro voleva vedere tutti i figli raccolti intorno al tavolo per cena. Quando mia madre tuonava: «Ragazzi, a tavola»! - papà, indicandomi col dito spesso diceva «lascialo stare, chè sta studiando»!

Questa deroga che mi concedeva, mi faceva sentire speciale e mi responsabilizzava ancora di più nei confronti della strada intrapresa, anche se devo essere onesto nel dire che dal punto di vista economico non costituivo un enorme peso per la mia famiglia. Ho avuto l'immenso privilegio, infatti, di non aver mai dovuto pagare per le lezioni. Forse perché  negli anni della formazione, che vanno dal 1929 al 1940,  le cose erano diverse: c'erano meno soldi e più valori. Molti maestri che credevano nei loro allievi, trasmettevano tutta la loro scienza in maniera gratuita e disinteressata, come avevano prima ancora fatto i loro maestri".

È pur vero che gli anni della formazione di Coppola coincidono con quello che fino ad oggi è considerato il periodo di maggior crisi economico-finanziaria che gli USA abbiano mai attraversato. A porre rimedio ad una profondissima depressione del sistema finanziario del paese fu l'amministrazione Roosevelt, fautrice di quel "nuovo corso", tra i  cui piani ve n'era uno chiamato WPA (Work Progress Administration) il cui scopo era quello di dare lavoro a tutti a 23 dollari a settimana, indipendentemente dalla categoria professionale di appartenenza.

In quel periodo a NY operavano 5 orchestre sinfoniche e una compagnia d'opera stabile, il cui direttore era Fulgenzio Guerrieri, torinese, "quello che chiameremmo un'enciclopedia vivente; sapeva tutto, con un unico difetto: era troppo attaccato alla bottiglia. Anche se è spiacevole dirlo, quella fu in un certo senso la mia fortuna. Infatti, diventatone assistente,  ero incaricato perlopiù di far le prove con i musicisti e quando l'opera era pronta, la si portava il giro per le 5 contee di New York: 5 performances, una a contea, e poi si ricominciava da capo con un altro titolo.

Era una domenica del 1936 e quella volta doveva andare in scena l'ultima recita di Samson et Dalila di Saint-Saëns e il maestro Guerrieri non stava bene. Avevo già fatto le prove con l'orchestra, perciò conoscevo bene la partitura. Così, quando mi chiesero di salire sul podio e impugnare la bacchetta, non mi feci pregare due volte!"

Sempre nel 1936, Coppola concorse al posto di primo oboe della Radio City Hall Orchestra, ensemble formato da 50 elementi di rango e dove "la paga divenne un po' più cospicua, arrivando a guadagnare fino a 125 dollari a settimana".

Allo scoppiare della II Guerra Mondiale, in quanto cittadino americano, Coppola fu reclutato come soldato semplice. "Un giorno passeggiando, però, notai che ogni angolo della città c'era un avviso per direttori di banda militare. Si trattava di un corso di formazione della durata di 3 mesi. Aderii all'iniziativa con entusiasmo e dopo i tre mesi di tirocinio mi mandarono in Texas a dirigere la banda di un campo d'aviazione. Ricevemmo due volte l'ordine di partire, una volta per l'Asia, una volta per l'Europa, ma per mia fortuna, gli ordini furono smentiti entrambe le volte."

Situazione non certo facile quella di Coppola, figlio di Italiani nato negli USA e reclutato a combattere una guerra che almeno inizialmente vedeva l'Italia tra le potenze nemiche. "Mio padre era di quelli che diceva: siamo in America, ci comportiamo come ospiti grati a questa nazione. Di Mussolini non gliene importava nulla. Quelli che erano fascisti negli USA non sapevano nulla del fascismo vero, ciò che arrivava qui era un'altra cosa, era folklore. Alcuni inseguivano una vera e propria utopia, di cui, ripeto, non conoscevano però il volto vero".

Eppure, proprio il Fascismo e un certo maldestro proselitismo che suscitò negli States, riuscì a generare una certa diffidenza politica nei confronti degli italiani, che andò ad incrementare il preesistente pregiudizio, avulso da ragioni di carattere politico.

Il pregiudizio non era tuttavia forte quanto quello  vigente nei confronti dei tedeschi o dei giapponesi, che dopo Pearl Harbor furono addirittura internati in campi di concentramento.

"A guerra finita, entrai in contatto con la compagnia d'opera S.Carlo - che nulla aveva a che spartire con l'omonimo teatro partenopeo. Il manager di questa compagnia era Fortunato Gallo, napoletano, il quale si occupava di organizzare il tour della compagnia nel Nord America e in Canada. Tale compagnia rappresentava un'opera diversa ogni sera. Il repertorio era quello tradizionale, con l'unica eccezione di Lohengrin, capolavoro del tedesco Wagner. Cercavano un direttore d'orchestra, mi hanno indirizzato da Gallo e, dopo un'audizione, sono stato assunto. Questa si è rivelata essere una gavetta operistica davvero intensa, dal momento che ebbi modo di dirigere sera dopo sera, a ritmi serratissimi, tutte le opere più famose in repertorio, allora come oggi. La fine della tournéee della San Carlo era sempre a NY al Center Theater.

Quella sera si dava la Carmen di Bizet. Il direttore di New York Radio City Hall venne a vedermi sul podio e il giorno dopo mi invitò a dirigere lì. In quel periodo al Radio City Hall venivano rappresentate 28 recite a settimana, variamente distribuite tra un direttore principale e due sostituti. Io ero uno dei due sostituti. Fu proprio lì e in quell'anno che conobbi una graziosissima ballerina del corpo di ballo della NY Radio City Hall di nome Almerinda Drago, originaria della provincia di L'Aquila, che due anni dopo, nel 1950 divenne mia moglie e con la quale quest'anno festeggio i 57 anni di matrimonio!"

La signora Almerinda - che tuttora ha portamento ed eleganza da vendere - darà alla luce nel giro di pochi anni, Bruno e Lucia. "Entrambi parlano italiano come senatori romani; dal momento che li abbiamo portati via dall'ospedale, mia moglie ed io abbiamo parlato con loro sempre e solo in italiano" - aggiunge il padre, visibilmente orgoglioso.

Una svolta significativa nel cammino artistico di Anton Coppola avviene nel 1952, quando viene invitato da un direttore di una commedia teatrale di Broadway, a dirigere uno show che era particolarmente difficile e che richiedeva perciò la presenza di  uno "che avesse  il background operistico, ossia familiarità con un repertorio più complesso.

Così è cominciata la mia avventura con Broadway, dove ho lavorato ininterrottamente per dieci anni, dirigendo le prime mondiali di spettacoli come "The Boyfriend" (1954 con Julia Anders) o New Faces (1952) o Silk Stocking (1954)." Nel 1958 dirige The most happy fellow - la storia di un emigrante italiano che non parlava bene l'inglese - e infine il famosissimo My fair lady, di cui diresse la seconda compagnia nel 1960.

Poco più tardi cominciò anche l'esperienza didattica: "Nel 1962 alla Manhattan School of Music stavano allestendo Gianni Schicchi di Puccini e L'heure espanol di Ravel. L'allora direttore mi chiamò a fa parte del dipartimento. Mi furono conferiti incarichi di  responsabile di orchestre sinfoniche, orchestra lirica e corsi di direzione. Nel frattempo, però continuavo a lavorare anche nei maggiori teatri del paese". Quindici anni durò in tutto la collaborazione col prestigioso ateneo musicale cittadino.

A partire, infatti dal 1977, Coppola decide di dedicarsi solo ed esclusivamente alla carriera di direttore ospite, carriera che lo aveva portato già in precedenza ad incarichi prestigiosi, come quello alla New York City Opera dove diresse la prima mondiale dell'opera Lizzie Borden di Jack Beeson, dirigendone successivamente anche la prima registrazione su disco. Era il 1965.  Restando in tema di prime mondiali, è sua anche la direzione della prima assoluta di Mice and Men di Carlisle Floyd, andata in scena nel 1970 alla Seattle Opera.

Negli stessi anni sotto la bacchetta di Coppola hanno sfilato nomi roboanti del firmamento canoro internazionale, quali quello di Luciano Pavarotti, che il maestro tenne a battesimo nel suo debutto assoluto negli States, la ormai storica Bohème di San Francisco. Accanto a quello di Big Luciano, famoso anche ad un pubblico di non addetti ai lavori, spuntano i nomi di Siepi, Giaiotti, Tucker, Merrill, Peerce, Consiglio, Scotto, Di Stefano e Stella, una lista di nomi da far invidia anche ai direttori più blasonati del momento.

"Tutti i cantanti coi quali ho avuto modo di lavorare si sono sempre trovati bene e non hanno mai fatto capricci. Mi hanno sempre considerato uno della VECCHIA SCUOLA e quindi rispettato per quello che potevo dare loro artisticamente. Se i giovani direttori d'oggi dessero retta a quei pochi che hanno la mia età e che sono ancora rimasti per tramandare questa gloriosa tradizione, forse l'opera avrebbe un futuro migliore e non sarebbe costretta a snaturarsi e a diventare qualcos'altro o a somigliare ad altri generi". E a cosa alluda il maestro è evidente, specie se si è avuta la malaugurata sorte di assistere a qualche scapestrata regia operistica che ha trasformato capolavori della musica di ogni tempo in volgari rappresentazioni d'avanspettacolo.

A disprezzo dell'età - se sia al di sotto o al di sopra dell'ottantina poco conta! - Anton Coppola mostra ancora grinta ed energia leonine, al punto da aver recentemente registrato per la EMI un'antologia di brani pucciniani col famosissimo soprano Angela Georghiou e l'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi.

Anche sul versante della composizione, Coppola è riuscito a dare un contributo di notevole pregio con  l'opera Sacco e Vanzetti, basata appunto sulle vicissitudini di quei due anarchici, la cui condanna a morte è ancora oggi motivo di infuocato dibattito tra gli storici. Fortunati di poter ascoltare dalle parole dell'autore come nacque l'idea.

"All'incirca 10 anni or sono, mio nipote Francis, il famoso regista, mi chiamò al telefono perchè interessato a fare un documentario su Sacco e Vanzetti, i due anarchici Italiani che morirono scioccati dalla sedia elettrica nel 1927. Se vuoi, mi disse, puoi provare scrivere 4 o 5 pezzi. Così feci e gli spedii la musica. «Ma zio, questa è un'opera»! - mi disse al telefono dopo aver ascoltato la musica. Fu a quel punto che considerai l'apprezzamento di Francis come un incoraggiamento a proseguire e mi appassionai incredibilmente al soggetto, leggendo tutto quello che si poteva leggere e sceverando le innumerevoli tesi dei manuali di storia. Prima scrissi la partitura e poi il libretto, che volevo fosse bilingue per meglio rappresentare uno dei tratti più salienti della comunità italo-americana degli anni Venti.

Infatti, quando sono tra di loro, parlano italiano e si rivolgono all'inglese solo quando sono in società e quindi costretti a farsi capire. Ci sono voluti 5 anni per completare il faticoso lavoro, ma alla fine l'impresa mi ha dato un'enorme soddisfazione".

La prima mondiale si tenne a Tampa - Florida nel 2001, con un cast di 24 cantanti, coro, orchestra tradizionale arricchita da 5 strumenti da band  e 160 costumi. Il successo di pubblico e di critica tributato al lavoro di Coppola rende difficile capire le ragioni per cui, al di là di una ripresa a Tokio ed una a Trieste, l'opera non venga riproposta più frequentemente nei teatri statunitensi.

"Mi ricordo che nella mia famiglia, come in molte altre famiglie italiane si dibatteva moltissimo sull'innocenza dei due. Tengo a precisare, tuttavia, che lo scopo dell'opera non è quello di dimostrare se Sacco e Vanzetti siano colpevoli o innocenti, anche perché a mio avviso Vanzetti lo era senz'altro. Forse Sacco no, ma il forse è d'obbligo. Lo scopo era piuttosto quello di far sorgere la domanda: fu il processo giusto? La giustizia fu allora uguale per tutti?

Apparentemente no, dal momento che il giudice incaricato di scrivere la sentenza uscendo dal golf club proferì le famose parole: «you'll see what I'll do with those bastards (vedrai cosa farò a quei due bastardi)». Bisogna prendere atto di una cosa: innocenti o colpevoli, pesava ai loro danni una doppio pregiudizio, erano Italiani e  anarchici, e questo influenzò senz'altro la sciagurata decisione finale."

D'altronde che si trattasse di un tragico errore, venne riconosciuto dalla macchina giudiziaria USA solo nel 1977. La riabilitazione postuma dei due operai italiani non risparmiò loro quella tragica fine.

"Quella di Sacco e Vanzetti è una storia emblematicamente significativa anche per far luce sulla situazione reale che intere generazioni di Italiani, soprattutto agli inizi del secolo hanno dovuto fronteggiare, negli USA come altrove. Spesso si parla solo dei grandi risultati raggiunti in campo politico, scientifico, culturale ed economico dai figli degli emigranti, ma si dimentica quanto grandi siano stati i sacrifici affrontati dai padri o dai nonni e quanto umilianti a volte siano state le angherie e le discrimazioni subite.

Mio nipote Francis Ford Coppola, che tra i tanti pregi ha quello di essere assai devoto alla famiglia, proprio un anno fa ha comprato un'enorme villa-tenuta, subito ribattezzata Villa Coppola, nel cuore Bernalda (Basilicata), il paese da cui mio padre emigrò per l'America agli inizi del secolo scorso. A pensarci mi viene la pelle d'oca. Mio papà è uscito dal paese con niente e ora il suo nome ritorna in quello stesso paese a campeggiare sui muri della villa più sontuosa. So che sarebbe felice se fosse ancora con noi, perché lui, come me, si è sempre sentito italiano ed ha sempre amato la sua patria per i valori e tutto ciò di buono che è riuscita ad esportare nel resto del mondo. Come musicista, mi sono sempre sentito orgoglioso ambasciatore di un patrimonio storico, artistico e culturale senza pari".

E Anton Coppola questo ruolo crediamo l'abbia svolto in maniera egregia. Grazie Maestro.