Il rimpatriato

Ci vado o no a votare

di Franco Pantarelli

 

Che faccio, ci vado a votare per scegliere il segretario del Partito democratico? E se ci vado per chi voto? Per Veltroni il buono, per Bindi la donna o per Letta il giovane? E gli altri due che promettono facce tanto nuove che nessuno le conosce? Ah, se questo partito fosse davvero come il suo omonimo americano tanto ammirato proprio dal candidato principale! I democratici americani saranno pure stati frustrati, nelle ultime due elezioni presidenziali, dalla Corte Suprema prima e dalla guerra in Iraq poi; ma almeno quando votano sanno per chi lo fanno e soprattutto sanno che, se il loro prescelto vincerà, partirà subito alla conquista della Casa Bianca e se riuscirà a sconfiggere l'avversario repubblicano andrà a installarsi nell'Oval Office, quello che vi sarà stato fino all'ultimo momento se ne andrà e per almeno i prossimi quattro anni  tutto - teoricamente - è destinato a cambiare.

 Qui invece l'idea che dopo questo voto non cambierà nulla non è un'espressione di rassegnato scetticismo: è proprio l'intenzione ufficiale, la volontà proclamata da tutti i candidati che almeno su questo sono graniticamente d'accordo. Conclusione: si va a votare per uno mentre a Palazzo Chigi c'è un altro che tutti i candidati promettono  solennemente di non volere assolutamente prendere il suo posto, per ora. Qua e là, magari, dicono anche cose che danno a Romano Prodi altre gatte da pelare, come se non ne avesse già abbastanza; ma è solo per solleticare quelli che Prodi lo hanno votato un anno e mezzo fa e che ora ne sono delusi, o magari per tentare una specie di risposta alla cosiddetta "antipolitica" di Beppe Grillo che nonostante la grande opera di demonizzazione scattata dopo il "vaffa" dell'8 settembre continua a fare una paura blu.

 Quello che conta è comunque che se vai a votare e il tuo candidato vince non cambia niente. O meglio, se cambia qualcosa, nel senso che Prodi sia costretto ad andarsene,  non è a causa del tuo voto ma semmai perché Berlusconi, cioè l'avversario di Prodi e anche del tuo candidato, è finalmente riuscito a dare la "spallata" che insegue da un anno e mezzo.

Dipende forse da ciò l'umore "tra il perplesso e il disincantato", che per esempio un osservatore acuto, Michele Serra, ha annusato, anche se poi lui tende a darne la colpa al "cinismo" degli italiani che non consentirebbe loro di eccitarsi per più di un breve momento. Quando Veltroni fu indicato come "l'uomo più adatto" per guidare il nascente partito democratico, sembrò la scelta giusta perché lui sosteneva la necessità della sua creazione dal tempo in cui l'idea era ancora alquanto impopolare. E quando indicò le "idee guida" che la nuova formazione politica avrebbe dovuto seguire elencò tutta una serie di obiettivi difficili da contestare: che il lavoro precario abbisogna di nuove regole; che la difesa dell'ambiente non può comportare solo "no" ma anche dei "sì"; che la sicurezza dei cittadini deve essere tutelata; che il nemico principale è la povertà, non la ricchezza; che le tasse devono diminuire e quelli che le evadono devono essere scovati; che le istituzioni democratiche devono essere modificate in meglio, consentendo al primo ministro di governare, evitando che Camera e Senato facciano esattamente le stesse cose allungando inutilmente i tempi necessari a varare le leggi. E negli ultimi giorni prima del voto ha aggiunto l'obiettivo di dimezzare il numero dei parlamentari e di regolamentare meglio il loro lavoro in modo da ottenerne più "sobrietà", in un evidente omaggio a Beppe Grillo, anche se non lo ammetterà mai.

 Tutto giusto e interessante, quasi da Paese ideale, se non fosse per il problema del "timing". Visto infatti l'impegno a sostenere l'attuale governo, nella migliore delle ipotesi  quelle belle cose saranno nel programma di governo per la prossima tornata elettorale, cioè nel 2011. Ma se uno le vota oggi perché dovrebbe aspettare? E qui si scende subito dal Paese ideale e si atterra in Italia, dove le affermazioni dei politici non significano mai ciò che sembrano ed hanno sempre una mezza dozzina di interpretazioni. La più ovvia delle quali è che - seppure  con motivazioni e obiettivi diametralmente opposti - l'interesse di Berlusconi a veder cadere Prodi è più meno pari a quello di Veltroni. Dunque mi ripeto la domanda: ci vado o no a votare?