Analisi

Primarie Usa/I candidati per la Casa Bianca e la politica estera. Poca esperienza? Don't Worry

di Rodrigo Praino

Quanto conta l'esperienza in politica estera per un futuro Presidente degli Stati Uniti? Una grande fetta del lavoro di ogni Presidente ha a che fare in qualche modo con la politica estera. Facendo un po' di mente locale, pensando alle singole presidenze, ogni Presidente potrebbe essere ricordato per grandi achievements o disastrose débacles in politica estera. Ma quanta esperienza "sul campo" avevano i Presidenti del passato prima di iniziare il loro mandato?

Negli ultimi 60 anni, partendo da Franklin D. Roosevelt per arrivare a George W. Bush, veramente pochi Presidenti potevano vantare un curriculum davvero rispettabile in ambito internazionale. Gli unici che davvero avevano fatto grandi cose in politica estera prima di arrivare alla Casa Bianca furono Dwight Eisenhower, in qualità di comandante supremo delle forze alleate, Richard Nixon, in qualità di Vicepresidente, e George H W Bush, ex-ambasciatore nonché direttore della CIA. Anche Ronald Reagan, passato alla storia come l'uomo che ha vinto la guerra fredda, non aveva alcuna esperienza in politica estera.

Qualche settimana fa Rudolph Giuliani, uno dei front-runner del partito Repubblicano per le presidenziali del 2008, ha creato scalpore parlando di un eventuale ingresso di Israele nella NATO. Grande sostenitore dello Stato ebraico, Giuliani viene spesso accusato di non aver alcuna esperienza in politica estera. E' certo che dichiarazioni di questo genere servono anche a far vedere agli elettori che il candidato ha un piano elaborato e preciso anche in questo campo. Dall'altra parte dello spettro politico, Barack Obama subisce accuse di questo tipo, anche se nel caso di un Senatore federale questo genere di accusa deve essere ridimensionata, visto che il Senato esercita in ruolo fondamentale nella definizione degli impegni degli Stati Uniti con paesi esteri. Non è chiaro invece che tipo di esperienza in questo campo possa aver maturato Hillary Clinton in qualità di First Lady.

Tornando a Giuliani ed alla sua affermazione su Israele, è difficile capire in questo preciso momento quali siano le sue intenzioni per il ruolo delgli USA nel mondo. Tra i famosi "dodici punti" della sua campagna elettorale, solo due hanno a che fare con la politica estera, uno dei quali è un generico impegno per la protezione del paese contro attacchi terroristici. Il secondo, non a caso ultimo tra i dodici punti, parla di "expand America's involvement in the global economy and strengthen our reputation around the world". E' un impegno piuttosto generico e poco definito. L'affermazione su Israele, fatta tra l'altro in Gran Bretagna, arriva dunque all'interno di una campagna elettorale poco sviluppata per quanto riguarda la politica estera. Ciò non vuol dire tuttavia che i vari critici di Giuliani hanno ragione quando lo accusano di non aver alcuna esperienza in questo campo, lasciando intendere che l'ex-Sindaco di New York sarebbe un pessimo gestore degli interessi americani nel mondo. Come abbiamo già accennato prima, la maggior parte dei Presidenti nel corso del XX secolo non avevano alcuna esperienza in questo campo. Questa è invece l'ennesima prova che per gli elettori - e quindi anche per i politici - americani, la politica interna ed i temi legati strettamente alla gestione del paese sono molto più importanti della politica estera e dei rapporti degli USA con il resto del mondo. Questo atteggiamento "isolazionista" è frutto del monito di George Washington nel suo Farewell Address, che esortò il popolo americano a trattenere rapporti commerciali con i paesi stranieri, cercando sempre di mantenere il minore impegno politico possibile. Tale atteggiamento è ormai impossibile da tenere in un mondo globalizzato, ma resta tuttavia nell'aria questa antichissima propensione all'isolamento politico. Lo stesso Giuliani, spiegando nel suo sito internet ufficiale la sua politica estera, riprende esplicitamente la metafora della shining city upon a hill di Ronald Reagan.

Originariamente elaborata nel XVII secolo da John Winthrop, questa metafora spiega benissimo - come l'astuto Ronald Reagan capì, nonostante la sua mancata esperienza in politica estera - l'idea americana di ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Per la stragrande maggioranza degli americani, il loro paese deve essere infatti una luccicante città sulla collina, che illumina il mondo e mostra a tutti la retta via. E' chiaro che una città messa su una collina difficilmente si muove o agisce in prima persona attivamente. Piuttosto questa città deve agire come una specie di faro, un punto di riferimento al quale gli altri devono guardare, convincendosi che seguire le sue orma sia l'unica strada verso un'esistenza migliore.

Analizzando le campagne elettorali presidenziali del passato, sembra chiaro che temi di politica estera siano sempre passati grosso modo in secondo piano. Le eccezioni si possono contare sulle dita delle mani: le due guerre mondiali, il Vietnam, in parte la guerra in Iraq. Chi si ricorda le presidenziali del 1992 si ricorderà anche del famoso slogan elettorale "It's the economy, stupid!", rivolto al Presidente George H. W. Bush. Queste parole la dicono lunga su quanto il pubblico americano era arrabbiato nei confronti di un Presidente troppo attento alla politica estera, con veramente troppa esperienza in quel campo e praticamente nessuna familiarità con i temi più vicini ai cittadini, legati all'economia del loro paese. Al suo posto il popolo americano preferì un Bill Clinton, direttamente da Little Rock, Arkansas, che nonostante la sua laurea in relazioni internazionali e il suo stage presso il Senatore Fulbright a Washington aveva un curriculum tutt'altro che adatto a guidare un paese nella fase cruciale di transizione tra un mondo bipolare ed una nuova, all'epoca ancora recondita, realtà. Tanto per concludere con il nostro esempio concreto, possiamo dire moltissime cose per criticare o lodare la politica e la presidenza di Bill Clinton, anche e soprattutto in politica estera. Tutto quel che si potrebbe dire ricadrebbe tuttavia nella categoria delle opinioni politiche personali. Nessuno può affermare che la politica estera di Clinton sia stata buona o cattiva per via della sua mancata esperienza sul campo. Lo stesso vale per tutti gli altri Presidenti americani del passato, del presente o del futuro.