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Immigrazione. Storie di vita vissuta

di Vincenzo Miglino

Storie di vita vissuta, racconti delle difficoltà sofferte dagli immigrati italiani in America, autobiografie. In tutto sono 59, e le ha raccolte e messe insieme Ilaria Serra, docente di Italian Studies alla Florida Atlantic University. Il libro, "The Value of Worthless Lives: Writing Italian-American Immigrant Autobiographies", è stato presentato a New York giovedì al Calandra Italian American Institute della CUNY.

"L'idea di raccogliere autobiografie di immigrati - dice Ilaria Serra - mi è venuta quando un gelataio di origini siciliane, Calogero di Leo, si è presentato da me chiedendomi di aiutarlo a scrivere un racconto della sua vita". Era il 2002, e allora per l'autrice è cominciata la ricerca di autobiografie di italiani sbarcati in America. Un lavoro molto difficile. Poche autobiografie, infatti, sono state pubblicate, la maggioranza giace in scatole dei ricordi nascoste chissà dove, e la ricerca è avvenuta grazie al passa parola, quasi girando per le case, attraverso parenti e amici, oltre che consultando gli archivi del Center for Migration Studies di Staten Island, dell'Immigration History Research Center del Minnesota e di qualche biblioteca italiana.

"Mi sono concentrata solo sulle storie di immigrati della prima generazione -  continua la Serra - perché sono quelle più interessanti, quelle dove si sente con più forza lo stacco del passaggio dall'Italia all'America, in cui i migranti non si sentono né italiani né americani". Le biografie più vecchie risalgono a fine ‘800, ma buona parte è stata scritta all'inizio del ‘900.

C'è la storia di Pascal D'Angelo, arrivato a Ellis Island a 16 anni, che appena sbarcato, leggendo "Ave" a tutti gli incroci di strada pensa "oh, thery're very religious!", e dice di voler scrivere per lasciare un segno nella storia. Gabriele Iamurri, detective, racconta di alcuni amici che pensavano addirittura di uccidersi per fuggire dalla durezza del lavoro. C'è chi scrive di "avere solo i pantaloni come amici" e chi si rivolge all'Italia dicendo "cara Italia, guarda come hai ridotto tuoi figli, costringendoli ad andare all'estero". C'è, un musicista che non riesce a trovare il lavoro che vorrebbe, che per sopravvivere lava pavimenti e la sera canta nei parchi cittadini. Ci sono, infine, gli operai delle ferrovie e delle miniere di carbone.

Tra i racconti più interessanti, e anche più difficili da trovare, troviamo quelli delle donne. Persone deboli che spesso in America trovano maggiore indipendenza, proprio per questo più interessanti da ascoltare. Una donna, addirittura, a dimostrazione della sua subordinazione, scrive la biografia del padre.

A volte le autobiografie sono scritte in italiano, altre in inglese, spesso sono piene di errori grammaticali perché i loro autori non avevano una buona istruzione. Ma la cosa che  colpisce di più è proprio il bisogno di scrivere qualcosa da parte di tanti immigrati italiani che sono stati ai margini della società, la loro volontà di marcare una traccia della propria presenza nella storia, che altrimenti sarebbe passata sotto silenzio. Molti si sforzano per scrivere, addirittura alcuni compongono dei versi poetici: tutti sentono l'esigenza di lasciare un segno, magari per i loro nipoti, su ciò che hanno vissuto negli States.

Ci sono, comunque, anche storie di successi, di immigrati diventati medici, ristoratori o altro ancora. Ma sono tutti racconti sottovoce, senza trionfi, storie di chi è stato provato dalla vita.

Il libro, pubblicato dalla Fordham University Press, è disponibile presso la libreria online del sito .