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Cultura / L'Italiano e il Mare

dii Samira Leglib

Giunta ormai alla VII edizione, La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (22-26 Ottobre) ha quest'anno come filo conduttore "L'Italiano e il Mare". Il tema, dichiara Gherardo La Francesca direttore generale per la promozione e cooperazione culturale del Ministero per gli Affari Esteri, è stato scelto perchè «In grado di legarsi alla letteratura come alla poesia, all'arte, alla geografia, all'economia e all'architettura e di aiutarci a scoprire aspetti nascosti o forse dimenticati della cultura Italiana».

L'iniziativa, promossa dal Ministero degli Affari Esteri sotto il patrocinato dell'Accademia della Crusca, debutta sul palcoscenico internazionale nel 2001 seguendo l'onda alzata dai venti di popolarità della lingua italiana registrati negli ultimi anni. Recenti studi, infatti, hanno verificato un incremento di oltre il 40% tra le persone che scelgono di studiare italiano all'estero. Nel 2003, l'Italiano supera il Francese come quarta lingua più studiata nel Nord-America e l'Italia è la seconda destinazione in ordine di preferenza tra gli studenti americani per un soggiorno studio.

Assecondando questo desiderio e attestato di favore, l'Accademia della Crusca ha negli anni, attraverso gli Istituti di Cultura e le sedi di Italianistica sparse nel mondo, cercato di potenziare l'immagine della lingua italiana bandendo concorsi letterari dedicati a studenti di lingua italiana all'estero, promuovendo iniziative e mettendo in contatto tra loro quasi contemporaneamente le culle della nostra lingua da Pechino a Tunisi, da Varsavia a  Buenos Aires, da Parigi a Los Angeles.

New York sceglie come ambasciatore per questo settimo appuntamento con la lingua italiana, il Premio Nobel per la letteratura Derek Walcott. 

Arriva puntualissimo ed elegante all'Istituto Italiano di Cultura dove lo attendono, oltre al pubblico già in sala, il direttore dell'Istituto Claudio Angelini e Matteo Campagnoli, traduttore delle sue opere.

«Abbiamo affidato a Walcott il compito simbolico di aprire la settimana dedicata alla lingua italiana», preannuncia Angelini, «perché il suo linguaggio è universale e perché lui è il poeta del mare». Segue una breve introduzione di Campagnoli che ricorda la prima volta che lesse una delle sue poesie e le sensazioni che gli trasmise: «Walcott descrive posti che non ho mai visto, in cui probabilmente non andrò mai e per giunta in un altro linguaggio..eppure sembrano scritti per me».

Lui, nativo delle Antille Minori (Nasce il 23 Gennaio 1930 a Castries nell'isola di St.Lucia), disceso da schiavi neri per parte di madre e britannico per filone paterno, cresciuto tra il Creolo e l'Inglese dei primi coloni olandesi, su di un'isola che, per aver cambiato bandiera tra Francia e Inghilterra almeno 13 volte, le fu dato il nome di Elena dei Caraibi, eterno nomade di due civiltà, è considerato oggi da molti il miglior poeta vivente di lingua inglese.

"Ho dell'inglese, del negro, dell'olandese in me

sono nessuno o sono una nazione?"(da Goletta flight)

Una condizione che strizza l'occhio in segno di incoraggiamento al ruolo di perenne emigrante che la nostra cultura ha investito nell'ultimo secolo.

"Siamo tutti stranieri qui..i nostri corpi pensano in un linguaggio e si muovono in un altro" (da What the Twilight Says)

E se il poeta dedica quest'ultima strofa alla condizione dei Caraibici a seguito del Colonialismo, emigranti, loro, nella propria terra, noi tutti ci sentiamo un po' chiamati in causa.

Nei versi di Derek Walcott giocano la parte della protagonista le culture indiane del periodo post-coloniale, il simbolismo e il mito, soprattutto quello dell'Antica Grecia e della tradizione Latina. L'opera che gli valse il Nobel (e la prima pubblicata in Italia da Adelphi purtroppo solo a seguito dell'assegnazione del Premio nel 1992) è, infatti, l'epica marinara "Omeros", rivisitazione dell'originaria opera omerica, che narra la storia di due pescatori, Ettore e Achille -nomi che nella realtà puoi facilmente ed effettivamente trovare tra la popolazione caraibica-, innamorati della stessa donna, Elena, cameriera in un hotel a St.Lucia.

"Ho cantato il quieto Achille, figlio di Afolabe

che non è mai  salito in un ascensore,

che non aveva passaporto perchè l'orizzonte non lo richiede,

che mai mendicò né  prese in  prestito, e non fu cameriere di nessuno.

Ho cantato la sola strage che gli portò gioia, figlia della necessità:

quella della pesca, ho cantato i solchi della sua schiena al sole.

Ho cantato la nostra vasta nazione, il Mar dei Caraibi"

Poeta, scrittore, drammaturgo, pittore e giornalista, Walcott si divide ancora oggi tra la sua casa nei Caraibi, New York City e la Boston University dove tuttora insegna poesia presso il dipartimento di scrittura creativa.

Tempo addietro disse rispondendo ad un giornalista italiano: «Il dovere di qualsiasi scrittore, di qualsivoglia Paese, è quello di preservare ciò che c'è di buono e di vero nel proprio Paese». Oggi, nella saletta dell'Istituto di Cultura, troppo piccola per accogliere tutti gli intervenuti, Derek Walcott inizia a leggere i suoi versi: racconta la Sicilia, Milano e Genova; una cara amica italiana scomparsa precocemente e le ombre sulle colline. «Non sono il primo poeta innamorato dell'Italia e non sarò l'ultimo».

E allora, se non queste parole, quale altro manifesto migliore per un'iniziativa che primo tra tutti adempie il dovere di preservare, ma anche diffondere e promuovere la lingua e la cultura Italiana nel mondo.