PUNTO DI VISTA. Che Chevara, un rivoluzionario per bene

di Toni De Santoli

Quarant'anni fa, il 9 ottobre del 1967, in Bolivia, dove aveva tentato di accendere la fiamma della rivoluzione comunista fra gli affamati e gli oppressi, veniva assassinato a sangue freddo uno dei personaggi di maggior rilievo del Novecento: Ernesto "Che" Guevara, il barbudo argentino che con Fidel Castro aveva rovesciato nel 1959 il regime cubano di Fulgencio Batista, il rampollo di "buona famiglia" che avrebbe potuto vivere negli agi se solo lo avesse voluto; il sudamericano probabilmente "più" europeo di tanti altri sudamericani.

Un tradimento, una delazione, decretarono la sua fine, all'età di trentanove anni. Il "Che" prima fu dileggiato, torturato, poi ammazzato, non si sa ancora da chi. Dall'ufficiale che col suo reparto lo aveva imbottigliato il giorno prima in un villaggio sui monti della Bolivia? Da quanti lo avevano scaricato e quindi consegnato ai governativi? Da agenti della Cia? Ognuna di queste ipotesi appare verosimile. Ma a distanza di così tanto tempo, ce ne importa poco. Ci importa molto di più rievocare una figura alla quale - comunque la si pensi - devono andare l'ammirazione e il rispetto delle persone perbene.

Quaranta o cinquant'anni fa potevamo detestare un Brezhnev, un Ullbricht, un Mao: capi che chiedevano troppo ai loro popoli e che con sconcertante disinvoltura causavano dolori, commettevano ingiustizie, perpetravano abusi e delitti. Non erano neppur tanto sinceri, né con se stessi, né con gli altri: fingevano un amore per il popolo che nei loro cuori non c'era più, cancellato, fatalmente, dalla Ragion di Stato, soffocato dalle "contingenze", dal calcolo politico o ridimensionato dalle delusioni che gli uomini sanno dare con gran facilità.

Che Guevara, no. Non lo si poteva odiare, non lo si poteva detestare, né tantomeno disprezzare. C'era in lui quella qualità (difficile da definire) che suscitava simpatia, attenzione, quindi rispetto. Ti sembrava di conoscerlo. Ti sembrava d'averci studiato insieme; d'aver corteggiato insieme a lui le ragazze della tua scuola o del tuo rione. Via via che in politica ti trovavi sempre più in disaccordo con lui, di pari passo gli volevi ancor più bene.

Il "Che" faceva il rivoluzionario. Sapeva sparare (deve saper sparare un rivoluzionario che si rispetti...) e, soprattutto, sapeva mirare, mirare bene. Andava in giro per i Caraibi e l'America Latina, organizzandovi rivolte, sommosse, tumulti. Eppure, nella sua psiche, nel suo "animus", nel suo modo di fare, c'era un qualcosa di lieve e anche di meravigliato per le massicce acclamazioni che di volta in volta riceveva. Bastava vederlo sorridere per capire che, nella circostanza, non s'aveva a che fare con un satrapo, con un prevaricatore. Guevara aveva il sorriso schietto, e disarmante, degli uomini onesti. Il suo fine non era tanto la conquista del potere e quindi la conservazione, magari spietata e cruenta, del potere. Il suo fine era il riscatto di genti che attraverso le generazioni non avevano conosciuto che umiliazioni e patimenti. Ma ora in Italia va di moda sostenere che il "Che" non fosse comunista e questo non ci piace. Così come non ci piace l'ostinatezza sfoderata per ragioni politiche opposte. L'uno e l'altro tema (il primo più del secondo) puzzano di strumentalizzazione. Puzzano di volgare calcolo politico, imbastito sulle spoglie di una retta persona che volle, e seppe, esporsi fino in fondo. E che pagò con la propria vita.