Il rimpatriato

i-Italy, per sentirsi a casa

di Franco Pantarelli

Ieri mi è capitato di sentirmi a casa. No, non Roma dove sono nato e dove recentemente mi sono reinstallato, bensì in quella che è stata la mia casa nei ultimi venti anni: gli Stati Uniti. Pur senza muovermi da questa città - dove Walter Veltroni impazza in vista delle primarie del nascente Partito democratico, Beppe Grillo terrorizza i politici che infatti tremano, Romano Prodi fa il domatore senza frusta, Silvio Berlusconi prepara la spallata che non arriva mai, Clemente Mastella salta da una telecamera all'altra per lanciare il suo grido "Ce l'hanno tutti con me" e Umberto Bossi si dà alla  filosofia pensando che si tratti di un esercizio di cucito - ho fatto un grande salto nei tempi di New York e del New Jersey, degli amici di lì, dei colleghi di "America Oggi" e perfino delle tematiche legate all'essere italiani e vivere negli Stati Uniti.

Tutto ciò è stato possibile grazie a questo sito              www.i-Italy.org appena lanciato, che contiene tutto ciò e anche di più. Ci ho cliccato sopra con curiosità mista (confesso) a diffidenza e mi sono ritrovato al giorno prima del viaggio in Italia per restarci, che poi voleva dire anche l'ultima volta che in un aereoporto sarei stato costretto a togliere le scarpe. Ecco per esempio Natasha Lardera che parla di sé, che mette in rete le interessanti foto che scatta (che goduria quella composizione di barattoli di Nutella!) e che fornisce perfino informazioni sulle "deviazioni" di Leonardo da Vinci: calma, non quelle sessuali cui pare che il genio del Rinascimento si abbandonasse, ma quelle che lo portavano ad apprezzare la buona cucina toscana. Quando l'ho conosciuta, Natasha mi era sembrata alquanto carina. Ma adesso, nelle foto di se stessa che ha messo in rete, ha un'aria talmente sexy che chi guarda finisce quasi per non far caso al fatto che lei non riesca a nascondere la somiglianza con suo padre, il grande "Leone degli urlatori" Tony Dallara che in tempi lontani mi aiutava a ballare con le sue "Come prima", "Brivido blu", "Romantica" (in rete c'è anche la sua esibizione sul palcoscenico del Festival di San Remo nella notte in cantando questa canzone di Renato Rascel riuscì a sconfiggere perfino Domenico Modugno), "Ghiaccio bollente", eccetera, ma che fra tutte le sue rimarchevoli qualità, quella di essere sexy non c'è proprio. Ed ecco poi Ilaria Costa, l'educatrice che se non fossi partito in tempo sarei sicuramente finito nella schiera dei suoi spasimanti respinti, e tanti altri che discutono di tutto un po', fra i quali a un certo punto è spuntato nientemeno che il nipote di un garibaldino.

Nel momento in cui guardavo io, la discussione verteva su perché mai gli emigrati italiani negli Stati Uniti non siano molto ansiosi di insegnare ai figli la loro lingua. Pigrizia? Mancanza di tempo? Resistenza da parte dei rampolli? Voglia di sottrarre potenziali lettori ad "America Oggi"? Uno si consola con il fatto che «rinunciano alla loro lingua ma non alle loro tradizioni»; un altro auspica che il sistema scolastico cambi e che i genitori possano scegliere quale seconda lingua debba essere insegnata ai loro ragazzi; a lui si associa subito quello di prima secondo cui «è una grande idea» perché la mente dei bambini «è come una spugna e assorbono molto più di un adulto». Poi arriva uno che la butta sulle ragioni storiche ricordando che «quando Mussolini dichiarò guerra agli Stati Uniti la situazione qui era molto tesa per gli immigrati italiani, percepiti come cittadini (o discendenti) di una potenza nemica. C'erano perfino cartelli in alcune strade che avvertivano a non "parlare la lingua del nemico" per mostrare il proprio patriottismo». Alla fine ecco il nipote del garibaldino che fieramente dice di rappresentare «l'eccezione alla regola», visto che lui l'italiano lo parla perfettamente. Per uno così, in fondo, era un dovere. Vero Bossi?