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Storaro, il signore delle luci

di Gina Di Meo

 

Vittorio Storaro è tornato a New York a pochi mesi dalla presentazione a Open Roads, la rassegna del cinema italiano del Lincoln Center, del film Caravaggio di Angelo Longoni. È tornato ancora per presentare la pellicola, questa volta all'interno della Rai Italian Fiction Week, ma anche per tenere una lezione sul grande pittore italiano intitolata Light and shade in Caravaggio.

Una lezione che è stata un viaggio passionale sulla storia d'amore che lega i due artisti, una sorta di cordone ombelicale mai reciso ed il cui racconto ha tenuto incollato il pubblico all'Italian Academy della Columbia University.

Abbiamo avuto davanti due uomini, uno, genio indiscusso nell'arte della pittura, l'altro maestro pluridecorato nel campo della fotografia cinematografica, tre volte premio Oscar, tra loro circa 5 secoli di distanza, colmati da una passione comune, la luce. Inevitabile, quindi, che se è Storaro a parlare dell'uomo che è stato la sua musa ispiratrice, il risultato è una lezione che senza offesa ha poco di tecnico e molto di umano. Ciò significa che se un luminare della pittura fosse stato su quel podio avrebbe sicuramente fatto onore a Caravaggio, disquisendo in modo scientifico sugli aspetti della sua pittura, ma ci avrebbe mai fatto conoscere l'uomo? Evidentemente no, ed è per questo che Storaro ha fatto la differenza, perché ci ha condotto per mano, con un tono di voce estremamente musicale, con luci in "chiaroscuro", all'interno della psiche del grande pittore. Ci ha fatto conoscere il suo travaglio interiore, le sue paure, le sue debolezze, tutto ciò che ha contribuito a far nascere i capolavori che tutti conosciamo.

Storaro, come lui stesso ha raccontato durante il suo intervento, ha scoperto Caravaggio a 20 anni. «Me lo ha fatto scoprire la mia fidanzata di allora, oggi mia moglie. A pochi passi da Piazza Navona, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, mi si è aperto un mondo. Là si possono ammirare la Vocazione e il Martirio di San Matteo. La grande capacità del Caravaggio non era tanto la luce quanto soprattutto l'oscurità, l'ombra, la sua parte oscura, quella di tutti noi. Ed era incredibile come fosse riuscito a visualizzare il rapporto tra l'umano e il divino. Quando ho visto la Vocazione di San Matteo, ho avuto come una rivelazione che avvalorava il mio lavoro e ho iniziato a cercare di capire il significato di ciò che Caravaggio era riuscito a fare in pittura e come io potessi farlo in cinematografia. Questo è stato un po' il senso della mia vita. Caravaggio sicuramente è stato un grande visionario, un rivoluzionario, la più alta scuola di cinema italiano, forse è uno dei più grandi personaggi che sono riusciti tramite la pittura a raccontare la propria vita, come ognuno di noi fa.
Lui ha cercato, anche inconsciamente credo, di capire se stesso tramite la pittura, io sto cercando di capire me stesso tramite la cinemato-grafia».

Storaro rappresenta oggi la cinematografia ed in passato è stato anche l'uomo che Francis Ford Coppola ha voluto a tutti i costi per "Apocalipse Now", e per il quale ha vinto il premio Oscar.

Lui ci ha raccontato il perché poco prima della proiezione del film Caravaggio. Tra l'altro la fiction ha avuto un successo tale che l'organizzazione è stata costretta a prenotare una sala a Tribeca per assecondare tutte le richieste.

«Coppola - ci dice - si era innamorato de Il conformista di Bernardo Bertolucci, un film del 1970 e si era addirittura fatto fare una copia per lui il che era un po' insolito perché all'epoca gli americani si esprimevano in modo diverso da noi italiani. Poco dopo mi chiese se volevo fare Apocalipse Now, un film sulla guerra in Vietnam. Io gli risposi che non c'entravo niente con certe tematiche e lui a sua volta mi disse che voleva fare un film sulla civilizzazione, non sulla guerra e per questo gli serviva un uomo con la cultura europea. Noi italiani, ma anche europei, sin dalla nascita viviamo in ambienti densi di opere d'arte, in una forma architettonica, scultorea e pittorica. Magari non sappiamo se sia barocca o rinascimentale, se sia un quadro di Giotto o di Pinturicchio, ma in realtà queste immagini ci nutrono da sempre. Insomma l'arte visiva è nel nostro Dna». Ed anche modestamente ci dice che Coppola avrebbe potuto scegliere qualsiasi europeo, non necessariamente Storaro...

Maestro, ci spieghi lei cosa significa Caravaggio per Storaro.

«Io mi sento qualcuno che si esprime con la luce, scrivendo delle storie (letteralmente, la parola foto-grafia, significa scrivere con la luce, e Storaro ci riprende quando lo chiamiamo direttore della fotografia, lui si definisce Fotografo Cinematografico o Cinefotografo, in inglese Cinematographer. Photòs (luce), Gràphos (segno Scritto), in più la parola Kine perché c'è il movimento, ndr). Caravaggio utilizzava la pittura e quindi l'immagine per raccontare delle storie; l'immagine è formata dalla luce, e la luce ha sempre e comunque un rapporto con la sua compagna, come io la chiamo, che è l'ombra.

In tutte le simbologie, questi due elementi, l'ombra e la luce, hanno una presenza molto specifica, molto forte su quello che è il nostro cosciente e quello che è il nostro inconscio. La luce ci fa vedere, l'inconscio ci fa nascondere, ci fa mettere in privato alcune cose. Caravaggio, utilizzando probabilmente di più l'oscurità e quindi la parte più nascosta di se stesso, scolpendoci sopra con un bisturi luminoso, che è la luce, tirando fuori delle figure, dei personaggi, in realtà ha lasciato un chiaro segno dell'indagine che lui faceva in se stesso, mostrando, raccontando delle storie.
Un po' come Michelangelo con la scultura, Caravaggio riesce a fare una pittura che sembra a rilievo, cioè dall'oscurità escono questi personaggi che hanno una prospettiva in se stessi; sembra che ci saltino agli occhi, con le loro storie, emozionandoci. Io cerco di ricreare lo stesso nei film».

Viste tutte queste premesse possiamo dedurre che Caravaggio sia in assoluto il suo miglior lavoro?

«Direi senz'altro che oggi è ciò che meglio mi rappresenta. È la sintesi di tutte le esperienze passate ed è il mio miglior lavoro proprio grazie a queste esperienze passate. Del resto tutti noi siamo il risultato di ciò che abbiamo realizzato nel corso degli anni passati».

Sta già lavorando ad un nuovo progetto?

«Sto lavorando sul set di "Io, Don Giovanni" di Carlos Saura, un film che parla della genesi della grande opera di Mozart».

Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la sua carriera?

«Quando ho iniziato la professione, mi sono reso conto che le scuole, gli istituti, le accademie, in genere cinematografiche, istruiscono ed educano professionisti come me solo in un modo tecnologico. Il cinema, che viene nominato "decima musa", si nutre anche delle altre nove arti. Soprattutto in quest'epoca moderna in cui le nuove tecnologie ci portano ad una sempre più rapida evoluzione del modo espressivo, non possiamo considerare soltanto l'aspetto tecnico senza conoscere i significati di queste cose. Quello che è mancato a me è stato questo, e così a tanti colleghi. Io ho cercato di colmarne il vuoto da autodidatta, leggendo, ascoltando. Il consiglio che posso dare, quindi, è di unire cultura e tecnologia».

La Settimana della Fiction Rai, nella quale appunto rientra l'intervento di Storaro, è stata presentata nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta nella sede di Rai Corporation. Sono intervenuti il neo Presidente di Rai Corporation Fabrizio Maffei, il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà, Vittorio Storaro, l'attore Flavio Insinna, Claudio Angelini, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura. Tra le altre cose, l'evento è stato presentato come un tentativo di commercializzare la fiction italiana nel continente Americano.

Bene, nulla da obiettare sull'intenzione. In realtà, alla conferenza stampa non era presente nessun giornalista americano. Un particolare non di poco conto visto che si vuol raggiungere un certo tipo di pubblico non ci si può limitare alla sola stampa italiana. Noi siamo onorati della considerazione ricevuta ma certe presentazioni sono improduttive se mancano determinate persone.

La rassegna terminerà domenica 30 settembre, nelle sale del Tribeca Cinema (6 pm), con la proiezione di un'altra fiction prodotta dalla Rai: "Exodus" di Gianluigi Calderone, sulla straordinaria vita di Ada Sereni, la donna che organizzò il viaggio verso la Palestina di migliaia di ebrei europei sopravvissuti ai lager nazisti. La proiezione è organizzata dalla Rai, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, ed è dedicata alla Comunità ebraica di New York e alle Organizzazioni ebraiche internazionali.

La "Rai Italian Fiction Week" sarà seguita a fine novembre da un nuovo ciclo di proiezioni, dal titolo "Crimini", che comprenderà 5 film televisivi, ambientati in 5 differenti città dell'Italia di oggi, scritti da alcuni tra i più importanti scrittori italiani contemporanei che saranno presenti alla Rassegna.