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Film Rai alla NYU. De Gasperi, l'uomo della speranza

Quanto può essere politically correct per una regista di sinistra e dichiaratamente laica come Liliana Cavani, dirigere una biografia su Alcide De Gasperi, co-fondatore del partito democristiano? Eppure il suo film "De Gasperi: L'uomo della speranza" è un esempio di professionalità come solo una veterana della regia quale la Cavani poteva realizzare. Bisogna però dire che in tutto questo buona parte del merito va al soggetto stesso, un uomo che vive in stretta comunione con la fede cattolica ma che nell'arena politica sceglie di essere laico e porre prima di qualunque fede o appartenenza, l'interesse comune. Un sapore perduto nelle utopie dell'Antica Grecia, quando la res publica era ancora un principio guida e la politica una vocazione: «Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione». (da Lettera dalla prigione, 6 Agosto 1927). 

La stessa Cavani si dichiara piacevolmente sorpresa, dopo un iniziale scetticismo, di quanto la figura del primo vero statista dell'Italia neo-repubblicana, l'abbia coinvolta. A partire dalla lettura del libro scritto dalla figlia Maria Romana, "De Gasperi uomo solo", che le ha fatto scoprire il lato più privato e familiare dell'uomo politico e a cui si è poi ispirata per tratteggiare un ritratto intimo e volutamente poco critico.

Il film andato in onda in Italia nel 2005 è stato proiettato, in versione ridotta, in occasione della settimana della fiction Rai alla Casa Italiana Zerilli Marimò della Nyu. Protagonista è Fabrizio Gifuni, che alla somiglianza fisica con De Gasperi sostituisce un'affinità elettiva che ci regala un'intensa e coinvolgente interpretazione. Il sipario si apre sugli ultimi giorni di vita dello statista che rassegnate le dimissioni nel 1953, si ritira con la sua famiglia in Val di Sella, Trentino. Qui, insieme al nipotino Giorgio inizia un viaggio a ritroso nella memoria che ripercorre come una lunga favola educativa la vita dell'uomo e la Storia della sua Italia. Dall'umile infanzia in Trentino sua terra natia -Alcide De Gasperi nasce a Pieve Tesino il 3 Aprile 1881- all'esperienza al parlamento europeo nell'allora sede di Vienna dove entra subito in contatto con un ambiente multiculturale da cui forse apprende le basi del suo personale modo di fare politica, tra laico e religioso, consapevole di dover fare da ponte tra la sua dottrina di fede e la convinzione democratica. E' su questo aspetto, o dote dell'uomo politico, che la Cavani pone un accento in più, dando risalto allo scontro diretto con il Vaticano, nel 1952, quando lo Stato Pontificio voleva imporre il suo potere sulla nascente democrazia per evitare la vittoria delle sinistre nelle elezioni cittadine di Roma, suggerendo di allearsi con le liste di estrema destra ma De Gasperi oppone un fermo no, ricordando che il seme del fascismo era ancora vivo. Tra i suoi scritti ritroviamo:«Proprio a me, un povero montanaro della Valsugana, è toccato dire no al Papa».

Oltre al fondamentale ruolo di mediatore all'interno del Paese, Alcide De Gasperi fu un magistrale ambasciatore della Repubblica Italiana all'estero. Non si face da parte quando i 21 Paesi vincitori si riunirono a Parigi alla fine della Seconda Guerra Mondiale; l'Italia non era stata invitata ma egli vi andò ugualmente, con umiltà, perché al suo Paese non venisse negato di prendere parte alla Nuova Europa. Con più caparbia e affrontando le divergenze d'opinione con gli altri ministri ed in particolare Palmiro Togliatti, lottò per l'Alleanza Atlantica con gli Stati Uniti dove si recò una prima volta nel Gennaio del 1947 per promuovere l'immagine della nuova Repubblica e ottenere i fondi previsti dal Piano Marshall. New York lo accolse e festeggiò con una ticker-tape parade, che prende il nome dal suggestivo lancio di infinite quantità di pezzettini di carta che piovono a neve sulla sezione di lower Broadway la quale, proprio a causa di ciò, viene chiamata canyon degli eroi.

Convinto sostenitore dell'ingresso dell'Italia nella NATO, a lui va il merito di aver tenuto il nostro Paese attaccato saldamente al mondo Occidentale. Nel 1953, avendo De Gasperi capito che più cambiano i governi meno cambiano i Paesi, propose una legge che prevedeva un sistema di maggioranza e un ruolo minoritario per i partiti i quali mantenevano solo quello di mediazione tra la società civile e le istituzioni. Ma la legge fu un fallimento e si macchiò della nomea di "legge truffa". De Gasperi decise di rassegnare le dimissioni.

Morì circondato dalla sua famiglia, a Sella il 19 Agosto 1954, e la sua morte discreta commosse l'Italia intera che si riversò sulla linea della ferrovia, dal Trentino al Lazio, per attendere il passaggio del treno che portava la salma a Roma.

Oggi viene da chiedere se quella proposta di legge che fu tanto condannata e che stroncò definitivamente l'uomo politico, non ci avrebbe invece salvati dal cancro della partitocrazia moderna.

Scacco al boss della mafia

di Samira Laglib

oppio spettacolo sul tema della lotta alla Mafia all'interno della settimana della Fiction firmata Rai, che con un film e un documentario rimarca l'importanza di una guerra che non ha ancora vincitori, ma solo vinti. La proiezione de "L'Ultimo dei Corleonesi" diretto da Alberto Negrin su musiche di Ennio Morricone alla Casa Italiana della NYU, è stata infatti seguita dalla visione, che ha avuto luogo all'Istituto Italiano di Cultura, del documentario "Checkmate: Scacco al Re" diretto da Claudio Canepari.

Due atti per un solo inafferrabile padrino: Bernardo Provenzano.

Alla presenza del nuovo direttore di Rai Corporation Fabrizio Maffei e del Console Generale Francesco Maria Talò, il direttore dell'Istituto Claudio Angelini ha dato la parola prima ad Agostino Saccà, direttore generale Rai, e di seguito al regista per raccontarci gli intenti, la realizzazione ed i perché di questo lavoro.

«Il film di questa mattina (L'Ultimo dei Corleonesi, ndr)», spiega Saccà, «iniziava dalla cattura di Provenzano per raccontare il sogno folle di un gruppo di ragazzi partiti da Corleone cinquanta anni fà alla conquista di Palermo. Per quanto realistico e accurato possibile, il vero è comunque filtrato attraverso una scrittura creativa. Il documentario di stasera, invece, possiamo definirlo un dopo-fiction che usa in maniera filologicamente rigorosa materiali originali e, dove questi sono mancati, ricostruzioni in studio a tal punto fedeli da non essere riconoscibili. Viene raccontata la cattura di un uomo che si è sottratto alla giustizia per 43 anni. L'arco centrale della narrazione si concentra sui tre mesi in cui il lupo è stato costantemente braccato. Tutto questo avendo avuto il privilegio di usare materiali originali della polizia italiana. Era importante», continua Saccà, «per il nostro Paese chiudere una certa pagina. Con questa cattura lo Stato Italiano ha finalmente riaffermato la sovranità della sua democrazia».

Concluso l'intervento del direttore generale Rai, al regista Canepari non resta che aggiungere: «La difficoltà e lo sforzo maggiore è stato quello di far combaciare la verità con la narrazione, perché il desiderio era quello di realizzare un genere che fosse un po' romanzo un po' documentario».

Ora vorrei raccontarvi il film passo passo perché è cosí, una mossa alla volta, che Canepari ripercorre le tappe della cattura di Bernardo Provenzano ad opera del gruppo Duomo, avvenuta in un casolare di Montagna dei Cavalli appena fuori il paese di Corleone (Palermo), l'11 Aprile 2006 alle ore 11 e 38 minuti. C'è tutto in questo documentario, il re nero, le torri, i pedoni e la regina bianca: una partita a scacchi in presa diretta. Le immagini si incrociano tra i luoghi degli attentati e le foto segnaletiche, le riprese dei boss mafiosi effettuate dalle telecamere nascoste e le intercettazioni telefoniche, tra la Palermo che conosciamo oggi, fatta di turisti per le piazze, e quella delle grandi stragi e del "pizzo" da pagare alla famiglia in cambio di protezione.

La cattura dell'ultimo grande padrino ha richiesto oltre 40 anni e c'è chi ancora, nonostante l'esito attuale, si chiede come mai sia stato possibile sfuggire alla legge per quasi mezzo secolo restando a due passi da casa. Ci hanno provato nel 1994, quando per un caso misterioso la denuncia della presenza di Provenzano non raggiunse mai la centrale della polizia; nel 1998, quando una soffiata mandò all'aria mesi di ricerche; nel 2001, quando gli uomini della squadra mobile fecero irruzione in una masseria trovando invece un altro latitante: Zio Binnu, come chiamavano Provenzano, era a soli pochi chilometri di distanza. Ma ogni volta talpe all'interno degli organi istruttori rendevano tutto vano.

Bernardo Provenzano con i suoi "pizzini" e una politica paradossalmente pacifista, ha messo fine alle grandi rivendicazioni di sangue e alla lotta aperta allo Stato. Lui lo Stato lo voleva dalla sua: ha comprato politici, imprenditori, medici e piccola borghesia. In uno dei suoi messaggi scriveva: «Bisogna sempre valutare il danno che una persona fa', sia da vivo che da morto; se il danno è più grande da morto è meglio lasciarlo stare».

La mattina dell'11 Aprile lo hanno trovato così come se l'aspettavano: accanto alla sua macchina da scrivere, una Bibbia sul tavolo e crocifissi attorno al collo. Dopo un attimo di smarrimento si riappropria della parte che una vita addietro si era scelto, sul viso compare un lieve sorriso beffardo e nel tendere la mano a chi gli aveva dato la caccia ininterrottamente dice solo: «Complimenti». Da allora il Re tace.

Un ultimo appunto perché il valore di questo documentario a mio avviso è quello di mostrare per la prima volta una Sicilia non muta e omertosa come la storia tristemente ci ha tramandato. Ma tra una foto di De Niro  tratta dalla fortunata trilogia di Coppola e il limoncello targato "Il Padrino", si vedono le genti in piazza e gremite davanti al distretto di polizia per urlare in faccia a Provenzano il loro sdegno. Come i ragazzi di Locri che erano scesi in migliaia per le strade per dire alla mafia: "Uccideteci tutti!!"