Il rimpatriato

Mi-To o To-Mi, questo è il problema

Quando lasciai l'Italia per gli Stati Uniti, oltre venti anni fa, i bravi a tutto erano i settentrionali genericamente intesi - lombardi, piemontesi, liguri - e i buoni a nulla e fannulloni erano i meridionali intesi ancora più genericamente. "Da Parma in giù", dicevano sprezzanti a Milano e dintorni, infastiditi dall'invasione di "terroni" che venivano dal Sud e poco propensi a riconoscere che in fondo molto fannulloni non erano, visto che pur di lavorare avevano affrontato l'abbandono dei loro cari e delle loro abitudini. Non era una cosa carina, ma a parte qualche sporadico caso di violenza la cosa si risolveva in uno scambio di insulti campanilistici, un po' scemo ma alla fin fine innocuo. Poi, dall'America appresi che la cosa stava degenerando e che alcuni energumeni ignoranti come capre avevano addirittura fondato un movimento politico, la Lega Nord, contro i meridionali. La loro eco giunse perfino agli americani di origine italiana, in gran parte con radici nel Sud, che si ritrovarono tacciati tutti, senza distinzione, di "mafiosi". Il livello di litigiosità, già così sviluppato nell'Italia dei Guelfi e Ghibellini, sta pericolosamente aumentando, mi dicevo osservando la cosa da lontano, vagamente allarmato.

Col tempo la Lega ha limitato la sua retorica "padana" a qualche frettolosa cerimonia in omaggio al "dio Po" e per sopravvivere è passata a temi di contenuto culturale più profondo, tipo "non vogliamo pagare le tasse", e la litigiosità si è trasferita direttamente sul piano del confronto politico, tanto che oggi l'Italia è uno dei Paesi meno propensi al dialogo del mondo. Ma in questi giorni lo "spirito" dei Guelfi e Ghibellini è riemerso in una forma alquanto inaspettata: nientemeno che in una disputa fra Milano e Torino, che volendo onorare le lontane fazioni fiorentine da cui tutto nasce si potrebbe definire di Guelfi Bianchi contro Guelfi Neri. La cosa nasce dal fatto che i "bogianèn" torinesi (il termine vuol dire "non si muovono" e per estensione prudenti, tradizionalisti, conservatori, diffidenti del nuovo) negli ultimi anni si stanno muovendo parecchio e stanno mostrando anche imprevedibili "aperture" - hanno messo in piedi una trionfale Olimpiade, hanno creato un museo del cinema, hanno chiamato un "trasgressuvo" come Nanni Moretti a dirigere un Festival sempre del cinema e il loro Museo Egizio ha raggiunto un tale prestigio che quest'anno ha attratto oltre diecimila turisti, una bazzecola per Firenze, Venezia e Roma ma un'enormità per Torino - mentre i frenetici milanesi sembrano segnare pigramente il passo, come se i "bogianèn fossero diventati loro. Per dirla con una frase ricorrente nelle chiacchiere estive un po' oziose: "Torino cavalca, Milano resta indietro". 

Niente di terribile né tanto meno di violento, naturalmente. La disputa è andata avanti a suon di osservazoni civili come "A Torino c'è una classe dirigente che si mette in gioco" mentre "A Milano il potere è da molti anni nelle mani di raiders cui interessa poco della città", ambedue appartenenti al sociologo Guido Martinotti, che è stato preside della facolta di Scienze Politiche a Torino e adesso insegna a Milano. Un problema serio però è sorto quando le due città hanno deciso di prendere un'iniziativa insieme, proprio per porre fine alla "querelle": una rassegna musicale di alta qualità che dovrebbe chiamarsi Festival Mi-To, come l'autostrada che si chiama così sia andando a Ovest, cioè verso Torino, che andando nell'altro senso. Stavolta tocca a noi, dicono nella città della Fiat. Il Festival deve chiamarsi To-Mi. La discussione per ora è ferma. Ma state tranquilli, capisco la vostra ansia. Non appena riusciranno a prendere una decisione ve lo farò sapere senza perdere neppure un minuto.