A modo mio

Caso da manuale

di Luigi Troiani

Nel settembre di cinquant'anni fa, la casbah di Algeri andava in fiamme. La lotta armata contro il colonizzatore francese, iniziata il 1 novembre 1954, raggiungeva l'acme con l'offensiva generale del Fronte di liberazione nazionale, Fln, e la cosiddetta battaglia di Algeri. Cosa sia stata quella battaglia, lo descrive l'omonimo film di Gillo Pontecorvo. Un crudele terrorismo ne fu parte essenziale, e il milione e passa di vittime del ciclo di sollevamenti fu risultato di ripetute azioni illegali compiute da ambo le parti. Il significato di quell'evento va oltre l'esito, l'indipendenza algerina, e aiuta a capire molte cose che stiamo vivendo in questo complicato inizio di millennio. Non casualmente, all'inizio dell'intervento in Iraq, i comandi militari americani mostravano per training ai soldati in missione, la cassetta del film di Pontecorvo, "La battaglia di Algeri".

    Il prologo ai fatti del '57, può essere cercato più di un secolo prima, assumendo come data simbolo quella del 29 aprile 1827, quando il bey di Algeri, di fronte all'insolenza dell'interlocutore, colpisce con lo scacciamosche il console di Francia. Il declino dell'impero ottomano vellica gli appetiti delle potenze europee, tanto più che l'emancipazione, nel 1829, della Grecia dall'impero ottomano, conferma che Istanbul non è in grado di reggere il confronto. Il 5 luglio 1830 truppe francesi sono ad Algeri. Nata sulla violenza, l'occupazione non riuscirà mai ad uscire dalla spirale del rapporto ambiguo con la realtà locale. Da un lato l'amore sviscerato di chi si stabilisce in terra algerina (si pensi al Camus di "Lo straniero", o de "La peste"), dall'altro episodi come quello di Sétif, 8 maggio 1945. E' il giorno successivo alla resa incondizionata del Reich tedesco, che segna la fine della Seconda guerra mondiale: nella città algerina, una manifestazione nazionalista è repressa con spietatezza dai francesi che non esitano ad utilizzare artiglieria e aviazione.

    Il peggio accade nel territorio metropolitano dove bande di harkis (algerini filofrancesi) uccidono esponenti dell'Fln, provocando la rappresaglia di questo. Nel 1961, tra gennaio e ottobre, nella sola Parigi sono stati assassinati 22 agenti: il 6 ottobre il prefetto Maurice Papon dispone il coprifuoco (dalle 20 alle 5.30) per "i francesi musulmani originari d'Algeria". L'Fln chiama gli algerini alla protesta contro il "coprifuoco razzista e incostituzionale", e la polizia, coperta da Papon, approfitta per la vendetta. Il 17 ottobre la polizia lincia e getta nella Senna da Ponte Saint-Michel centinaia di algerini: i resoconti ufficiali parlano di tre vittime, la stampa di almeno 200. I fatti algerini scuotono la Francia, che deve vedersela non solo con gli insorti maghrebini, ma anche con le ripetute illegalità di connazionali in patria e in Algeria dove si arriva al colpo di stato. Solo l'arrivo al potere del generale De Gaulle e i forti poteri centrali di cui si dota la neonata Quinta repubblica, riescono a creare le condizioni per chiudere la crisi. Tra le lacrime dei francesi d'Algeria, l'accordo di Evian del marzo 1962 tra Parigi e Fln fissa le condizioni per il cessate il fuoco e le premesse per l'indipendenza, proclamata il 3 luglio 1962.

    I limiti dell'azione di governo del Fln risulteranno evidente il 6 dicembre 1991 con la vittoria, al primo turno delle elezioni politiche, del movimento islamista Fis. L'annullamento delle elezioni da parte della giunta militare in difesa della costituzione, l'arresto dei capi islamici, portano alla guerra interna. Nello stillicidio di attacchi ed attentati che ripiomba il paese nella violenza indiscriminata della battaglia d'Algeri, moriranno più di 100 mila persone. Oggi, come allora, l'identità arabo-islamica è intransigente e usa il terrorismo come arma di mobilitazione politica.