Arte

Artista al centro del mondo

di Ilaria Costa

Paolo Canevari è l'artista a cui dedichiamo il terzo numero della nostra serie riservata ai dodici artisti italiani che vivono, o intersecano le loro vite, con la capitale dell'arte contemporanea, New York City.

Figlio d'arte DOC, vantando tra i suoi antenati artisti che risalgono al Seicento, ha saputo accostare una formazione accademica al retaggio artistico respirato in famiglia sin da bambino; è nato a Roma nel '63 e svolge la sua vita tra New York e Roma con Marina Abramovich,  sua compagna storica sposata di recente, anche lei artista famosa a livello mondiale.

Nonostante i suoi numerosissimi successi sulla scena internazionale - i più recenti: la 52° edizione della Biennale di Venezia, una personale al MACRO di Roma, una collettiva di prossima apertura al PS1 di New York ed una collettiva a Tel Aviv - Paolo conserva tutta la sua semplicità mentre risponde alle nostre domande con una simpatia tutta romana ed una umiltà che dice di aver ereditato dal suo maestro, il mito della video arte Nam Jum Paik.

Fin dagli esordi della sua carriera artistica negli anni ‘90, ha utilizzato come strumenti espressivi video, disegni, sculture, installazioni, performance e foto per comunicare al mondo il suo impegno politico.

Ripescando nell'Arte Povera, l'artista utilizza come materiale delle sue opere pneumatici, camere d'aria e copertoni di camion - spesso in fiamme- che sono diventati così la sua cifra stilistica. Nei suoi video il pneumatico, legato alle vetture delle grandi marche, rappresenta lo status symbol dell'Occidente che riciclato nel terzo mondo diventa materiale per la costruzione di oggetti quotidiani quali scarpe e prodotti edili.

Il copertone consunto riassume così in sé progresso e povertà. Unito al fuoco evoca innumerevoli figure fantastiche tristemente reali. Come nel video Ring of Fire girato a Johannesburg, in cui l'immagine di un pneumatico brucia in verticale su una pietra che sembra un altare "In Sud-Africa quest'immagine aveva un significato ulteriore, visto che così venivano uccise le persone durante l'Apartheid: bruciati dando fuoco al pneumatico che come una collana cingeva loro il collo" spiega Canevari.

Altri dettagli sulla sua personalità, aperta e disposta a lasciarsi coinvolgere dai grandi temi della vita: è un appassionato motociclista e si è fatto tatuare il nome di Marina, sua moglie, sull'avambraccio.

 

Quando e perché hai deciso di essere un artista?

"Sono come si dice: figlio d'arte... Vengo da una famiglia di artisti, mio nonno era pittore mosaicista e suo fratello scultore, mio padre è uno scultore e il mio bisnonno era anch'egli un pittore. Ho avuto una educazione  tradizionale, liceo artististico, Accademia di Belle Arti, più tre anni di studi privati di pittura e disegno dal vero, ho una preparazione Accademica in tutti i sensi...Non ho mai deciso di essere un'artista, sono nato sapendo di esserlo".

La Biennale di Venezia è per un artista un riconoscimento molto prestigioso, come è nata la tua partecipazione a questa 52esima edizione?

"Con Robert Storr ci siamo conosciuti nel 2005, ho avuto l'opportunità di incontrarlo a New York in diverse occasioni, e nel 2006 Storr era parte della giuria per il Belgrad Art Saloon curato da René Blok dove io esponevo un lavoro in video, in quei giorni abbiamo parlato e gli raccontai un progetto a cui stavo lavorando e lui mi disse "fammi vedere quando sarà finito", due mesi dopo andai a Venezia per incontrarlo con in tasca un DVD... Il lavoro esposto ora nella Biennale".

Raccontaci la genesi del tuo video alla Biennale. Qual è  il messaggio che vuoi trasmettere tramite questo lavoro?

"Penso al mio lavoro come un'immagine autonoma e indipendente. Il video della Biennale è una riflessione sulla morte e la distruzione e il nostro senso di responsabilità. Nel Video un bambino di 11 anni palleggia con maestria con un teschio come se fosse una palla da calcio, sullo sfondo ci sono le rovine di un palazzo, quello che rimane dell'ex quartier generale Serbo di Belgrado bombardato dalla NATO nel 1999".

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a trasferirti a NYC?

"La voglia di misurarmi con un mondo e una città che sono il cuore dell'arte contemporanea. New York è una  città che ora,  come Parigi negli anni venti, rappresenta il centro del mondo per l'arte e gli artisti".

Il rapporto tra i tuoi lavori e le tue origini italiane?

"Penso che la mia formazione all'interno del patrimonio classico italiano e in maniera specifica Roma hanno alimentato una visione d'insieme nel mio lavoro. L'interpretazione dei simboli delle icone e i luoghi comuni di una cultura fanno parte del mio bagaglio e del peso di una cultura in cui mi riconosco, la loro presenza è problematica ma fondamentale nel mio lavoro. La traduzione contemporanea di questa tradizione è quello che io posso offrire".

 

Viceversa quanto e come NY ha influenzato il tuo immaginario e quindi la tua produzione artistica?

"Vivere a New York in questo momento è vivere la storia in prima persona. Penso che la responsabilità di un'artista sia quella di lavorare all'interno di una realtà con forti contraddizioni. New York rappresenta i successi e i fallimenti della società moderna, essere qui vuol dire avere a disposizione un numero incalcolabile di stimoli ai quali fare riferimento".

Come e quanto incidono il tuo vissuto personale ed il tuo carattere nei tuoi progetti? E come questo si traduce nelle tue scelte estetiche?

"Lavoro molto sul processo dell'idea, l'atto pratico del ‘fare' diventa per me solo il momento nel quale l'opera prende vita, il vivere questo processo è parte integrante del lavoro e dunque di me stesso. L'estetica se c'è è un aspetto secondario che fà parte di me dunque esiste a prescindere da una mia volontà..."

 

Sei un artista poliedrico, utilizzi diversi media, qual è il medium che  pensi sia più congeniale alla tua sperimentazione artistica?

"Non credo ci debba essere una limitazione riguardo ai media, la mia ricerca e il mio percorso mi hanno portato a sperimentare in diversi campi, quello che ritengo importante è trovare il giusto mezzo creativo per esprimere un'idea nel miglior modo possibile, che sia video, scultura/installazione o disegno è relativo l'importante è che sia vero".

Come sono recepite dall'audience americana le implicazioni politiche ed ideologiche sottointese in alcuni dei tuoi lavori?

"Penso al mio lavoro come un messaggio ‘democratico', comprensibile a diversi livelli. Credo nell'arte come un'opportunità per l'etica e la coscienza, un messaggio che và oltre il momento il periodo e il luogo in cui è stato prodotto. Penso all'audience come una realtà globale e non geografica".

 

Cosa vorresti che si dicesse dei tuoi lavori?

"Che aiutano a pensare..."

 

Una riflessione sul concetto di ‘arte nazionale' oggi: ha ancora senso parlare di arte italiana o è più appropriato far riferimento a singoli artisti?

"Si può parlare di arte italiana o americana come riferimento di nascita e formazione perché come ho accennato  prima la provenienza geografica e parte integrante della mia mentalità, ma penso sia importante guardare all'arte come un prodotto multiculturale che non conosce diversità di linguaggio o espressione".

 

Progetti in cantiere per il futuro?

"'Senso Unico' una mostra sull'arte italiana al P.S.1 Contemporary Center di New York, curata da Alanna Heiss, che inaugura il 21 Ottobre. Esporrò un disegno a grafite su carta di grande dimensione e un video".