CUNY/Calandra. C'è ancora bisogno degli studi italoamericani?

di Gianluca Taraborelli

"Do we still need Italian American Studies?". Domanda che può essere tanto spiazzante, quanto densa di significato che non può non generare una discussione ed accendere gli animi soprattutto nel mondo accademico. La domanda è stata la ciliegina sulla torta di un simposio organizzato il 22 settembre dal Calandra Institute at Queens College con il sostegno della National Italian American Foundation e l'American Society of the Italian Legions of Merit. Il titolo "Critical Histories, Towards a New Perspective on Italian Americans".

È estremamente difficile riassumere in poche righe tutti gli interventi che sono stati fatti durante il simposio, ognuno meriterebbe un discorso a parte. Nella prima sessione hanno relazionato Marcella Bencivenni, Hostos Community College/Cuny, su Italian American Redicalism through the Lens of Culture, Peter Vellon, Queens College/Cuny su Africa tenebrosa, pelle rosse and la razza gialla: The Italian Immigrant Press and the Language of Race, Color and Civilization, Liz Zanoni, University of Minnesota su Per Voi, Signore: Fashion, Food and the Gendered Representations of Consumption in the 1930s Italian American Press

Keynote speaker Maddalena Tirabassi del Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, Fondazione Giovanni Agnelli, con un intervento su RepresentingMigration: New Views from Italy, una panoramica su come è cambiata la rappresentazione delle migrazioni italiane negli ultimi decenni e su come queste migrazioni sono entrate a far parte del dibattito pubblico incoraggiando così la creazione di nuovi campi di ricerca.

Nella seconda sessione sono intervenuti, David Aliano, The College of Mount Saint Vincent su New Trends in the Study of Italian Identity in Latin America, Nancy Carnevale, Montclair State University su Ethnic Encounters and the Creation of Italian Americans, Jennifer Guglielmo, Smith College su Writing in Politics of Power in Italian American Women's History.

Keynote speaker Donna Gabaccia, Immigration History Research Center, University of Minnesota su Do we still need Italian American Studies? Partendo dal presupposto che - come lei stessa dice: «Quarant'anni fa gli studiosi non avrebbero potuto porsi questa domanda perché non esisteva un campo di studi con l'appellativo Italian American. Oggi, invece, Italian American Studies fanno parte del mainstrem, ci sono docenti, lauree, conferenze, centri. Se si cerca in Google "Italian American Studies"  verranno fuori più di 32mila voci, con il Calandra, Stony Brook, H-ItalAm, Ihrc (Immigration History Research Center University of Minnesota), Rutgers and Niaf in prima linea».

Ma la Gabaccia ha posto l'accento su un tema importante attraverso un'altra serie di interrogativi. Se ancora abbiamo bisogno di Italian American Studies, a che cosa ci servono? Chi sono, dopo tutto, i "we"? Cosa significa il termine "studies" per gli studiosi che ancora si formano non attraverso programmi di laurea interdisciplinari di Italian American Studies ma piuttosto attraverso discipline singole, quali la storia, la letteratura, il folklore?

Il "we" a cui si riferisce la Gabaccia è proprio il nocciolo della questione. Basta dare uno sguardo ai cognomi dei panelists per capire. Sono tutti italiani o almeno di discendenza italiana. La maggior parte degli studiosi, quindi, che danno il loro contributo a questo campo di studi continuano ad essere Italian Americans e nonostante faccia parte del mainstream non attrae accademici di altra nazionalità.

E come ha ribadito Anthony Julian Tamburri, dean del Calandra Institute: «Abbiamo ancora bisogno di Italian America Studies perché c'è ancora una buona parte del mondo accademico che non considera questo campo, che tra l'altro, per renderci giustizia, dovrebbe anche far parte della storia della letteratura italiana in Italia».