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Garibaldi, eroe nella rinuncia

di Gianluca Taraborelli

L'8 novembre 1860. Dopo aver consegnato il regno delle Due Sicilie nelle mani del re Vittorio Emanuele II, Garibaldi si imbarca dal porto di Napoli alla volta di Caprera, rinunciando a marciare su Roma e Venezia assecondando i dettami  della strategia politica di Cavour. Mentre l'opinione pubblica e la stampa accolgono la mossa del generale considerandola come una sconfitta politica, il ritiro a Caprera finisce con l'alimentare l'ammirazione per Garibaldi trasformando la sua figura in un vero e proprio culto popolare.

Secondo Lucy Riall, docente alla Birkbeck University of London la svolta nella creazione del mito avvenne proprio al porto di Napoli, dove Garibaldi, incarnazione dell'eroe romantico, amato non solo per le sue vittorie ma anche per le sue sconfitte, si insediò definitivamente nella coscienza e nell'immaginario collettivo.

L'intervento si è tenuto venerdì 28 settembre, nell'ambito del convegno "Giuseppe Garibaldi between Italy and the Americas", organizzato dall'italian Academy presso la Columbia University a New York.

Nel corso dell'incontro, introdotto dalle parole di David Freedberg, direttore dell'Italian Academy, Joseph Sciame presidente dell'italian Heritage and Culture Comittee , e da Anthony Julian Tamburri, Dean del John D. Calandra Italian American Institute, sono intervenuti anche la professoressa Silvana Patriarca della Fordham University e lo scrittore Anthony Valerio, autore dei libri "Anita Garibaldi, a Biography", "The Mediterranean Runs through Brooklyn" e "Valentino and the Great italiano".

Al centro del dibattito la figura mitologica di Garibaldi, costantemente perseguitata dalla duplicità del vincitore-vinto (o del Rivoluzionario Disciplinato, come lo definì Agostino Depretis) che negli ultimi due secoli, come ha sottolineato nel suo intervento la professoressa Silvana Patriarca, ha attraversato la storia italiana, venendo manipolata a piacimento da fascisti, comunisti e cattolici, leghisti e socialisti.

La scelta del ritiro dalla scena politica, o meglio di non entrare a far parte della nascente classe politica, il rifiuto di qualsiasi compenso dopo l'impresa dei Mille, rappresentarono per Garibaldi, la stoccata finale ai fini del gradimento e dell'ammirazione popolare. Un eremitaggio ricercato e allo stesso tempo un forzato esilio in patria, impostogli dalle autorità, timorose di colpi di mano o di iniziative eversive sul piano internazionale. Le cronache del tempo parlano di statue, quadri e poemi che ogni giorno partivano alla volta dell'isola assieme a decine di ammiratori entusiasti decisi ad incontrare e a rendere omaggio all'Eroe dei Due Mondi. Dal canto suo Garibaldi, anche nella tranquillità di Caprera non abbandonò il suo attivismo politico attraverso incontri frequenti con personaggi come l'anarchico Mikhail Bakunin e molti altri protagonisti della scena politica internazionale. L'intervento di Anthony Valerio, intitolato "Garibaldi Gaucho", si è occupato della lunga parentesi sudamericana del generale, che passò ben 13 anni tra Brasile e Uruguay combattendo incessantemente e accumulando una grande esperienza nelle tattiche della guerriglia basate sul movimento e sulle azioni a sorpresa. Una periodo che si rivelerà di grande valore per la formazione di Giuseppe Garibaldi sia come condottiero di uomini sia come tattico imprevedibile. Durante quegli anni il mito del Generale verrà costantemente tenuto in vita da Giuseppe Mazzini, che da Londra si preoccupava di diffondere in Italia le notizie delle imprese eroiche di Garibaldi fino al suo ritorno in patria. Come fa notare Lucy Riall, un lungo processo verso l'unificazione nazionale cominciato dall'estero e che a ben vedere vanta profonde radici internazionali, cosa che molto spesso sia gli Italiani in patria che gli Italiani d'America tendono a dimenticare.