Analisi

La bella e brutta figura dell'Italia

di Valerio Bosco

La settimana dell'Italia alle Nazioni Unite si è chiusa così come era iniziata. Con la presentazione e il rilancio della battaglia italiana per la moratoria universale contro la pena di morte. Lo scorso venerdì 28 settembre, ministri e diplomatici di quasi cento Paesi membri dell'ONU hanno presenziato alla riunione ministeriale convocata dall'Italia e dalla presidenza portoghese dell'Unione Europea per discutere la presentazione di una risoluzione per la moratoria nella sessantaduesima sessione dell'Assemblea Generale. Aperta dagli interventi del ministro degli esteri Massimo D'Alema, da quello portoghese Luis Amado e dal presidente di Timor Est e Premio Nobel per la pace, Ramos Horta, il meeting ha registrato gli interventi di 20 Paesi appartenenti alla diverse aeree geografiche del pianeta. Tra gli altri, hanno preso la parola: le Filippine per l'Asia; Sud Africa, Gabon, Ruanda, Burundi e Angola per l'Africa; Argentina, Colombia, Cile, Brasile, Uruguay per l'America Latina. Partita come un'iniziativa europea - nonostante le furbizie polacche e la cautela di Londra - la battaglia per la moratoria ha finalmente acquisito un'autentica dimensione internazionale.

Un profilo arricchito dall'ormai ufficiale sostegno del Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-Moon annunciato dal suo consigliere giuridico, Nicolas Michel. Presente anch'essa all'evento, l'Associazione Nessuno Tocchi Caino - movimento della galassia radicale del leader  Pannella da anni impegnata contro la pena capitale - è intervenuta per sottolineare l'importanza di precisare l'elemento della sospensione delle esecuzioni - la moratoria appunto - piuttosto che il fine ultimo, auspicabile, ovvero l'abolizione. Sarà infatti la moratoria a innescare un dibattito internazionale risolutivo sull'utilità e sull'opportunità etica delle esecuzioni all'interno dei Paesi che ancora solo prevedono o applicano la pena di morte. Al termine dell'incontro è stata comunque annunciata la creazione di una task force newyorchese: una coalizione di diplomazie sarà al lavoro per estendere i consensi alla proposta di moratoria, per avviare un'intesa opera di lobby e per presentare, il prima possibile, un progetto di risoluzione. Non mancano i timori che un'eventuale dilatazione dei tempi di finalizzazione del testo possa essere l'alleato più utile alla causa del fronte anti-abolizionista, guidato da Egitto e Singapore e, dietro le quinte, dagli stessi Stati Uniti.

Proprio nella battaglia per la moratoria il Presidente del Consiglio Romano Prodi aveva sintetizzato, nel suo discorso di martedì innanzi all' Assemblea Generale, il senso della dimensione umanitaria della politica estera italiana. E però vero che, da diversi anni, i discorsi dei nostri presidenti del Consiglio davanti all'intera membership dell'ONU costituiscono, più in generale, dei piccoli manifesti di politica estera, pensati e scritti, non solo con lo sguardo rivolto al mondo, ma anche (e soprattutto) con gli occhi puntati sugli umori dell'opinione pubblica nazionale. Pena di morte a parte però, il discorso di Prodi è apparso segnato da luci e ombre. Il Premier ha saputo citare, senza sminuirli, i drammi del Darfur, quelli della Somalia e dell'Africa tutta. Un continente alla deriva tra conflitti e sottosviluppo per il quale l'Italia ha stanziato un Peace Facility nazionale - da affiancare a quello europeo - e si è anche impegnata a farne priorità dell'agenda del G8 (il club dei Paesi più industrializzati) in occasione della propria presidenza prevista per il 2009. Pur rielaborando efficacemente i temi tradizionali della politica estera italiana - lotta umanitaria, cooperazione allo sviluppo - il discorso di Prodi è apparso però indicare un disegno complessivamente poco ambizioso sul piano internazionale e troppo sensibile agli umori nazionali. La battaglia contro la pena capitale è certamente una bandiera indiscutibile della dimensione umanitaria della nostra politica estera. Ma da solo non basta. E non può bastare. Perchè la lotta in difesa dei diritti umani passa anche nella denuncia forte, coraggiosa, di quei regimi autoritari (Myanmar, Zimbabwe, Bielorussia, ecc.) che violano i diritti politici e le libertà fondamentali dei loro cittadini. Difficile aspettarsi, certo, la critica alla Cuba castrista o al Venezuela di Chavez, i modelli della sinistra comunista. Il silenzio di Prodi sull'ondata repressiva scatenata dalla giunta militare di Rangoon è apparso però davvero infelice. Addirittura incomprensibile se confrontato non tanto con le minacce di sanzioni lanciate da George Bush, quanto con la crescente indignazione dell'opinione pubblica internazionale e le critiche rivolte alla giunta da parte del primo ministro tedesco Angela Merkel o del Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy.

Solo con qualche giorno di ritardo e ormai dopo aver abbandonato il Palazzo di Vetro, il Premier ha voluto esprimere l'indignazione italiana per la repressione della protesta pacifica dei monaci nell'ex-Birmania. Silenzi altrettanto gravi sono quelli che hanno riguardato Iran e Afghanistan. In relazione al Medio Oriente, ci si è limitati a citare il fiore all'occhiello della nostra presenza nella forza ONU in Libano. Nemmeno una parola sull'atteggiamento di sfida col quale l'Iran continua ad ignorare i richiami della Comunità Internazionale sulla questione nucleare (Francia e Germania hanno detto la loro, parlando esplicitamente di "pericolo iraniano"). I nuovi mugugni dell'estrema sinistra sulla nostra presenza in Afghanistan - insofferenze seguite al sequestro dei due funzionari del nostro servizio segreto militare - hanno poi costretto Prodi ad evitare ogni accenno al contributo italiano all'International Stabilization Assistance Force in Afghanistan (ISAF), impegnata, su mandato dell'ONU, a sostenere la stabilizzazione del Paese. Un silenzio davvero assordante se si pensa che solo due settimane fa, proprio il Consiglio di Sicurezza dell'ONU nel quale sediamo, ha prolungato di un anno il mandato della forza di pace. Un ultimo riferimento formulato da Prodi, sfuggito a molti, è stato quello finale, pensato probabilmente per una platea interna e internazionale presso le quali l'attuale Amministrazione americana non gode certo di grande popolarità. Il premier ha accennato all' "epoca della paura", al rischio che le democrazie, scosse dall'incubo del terrorismo, smarriscano la rotta dei diritti e delle libertà fondamentali. Guantanamo, Abu Ghraib,  Patriot Act? È certamente importante ricordare gli errori di una grande democrazia. Sarebbe assai più ambizioso inserire però questo attaccamento ai principi democratici in una più ampia dottrina politica a favore dei diritti dell'uomo che affianchi alla lotta contro la pena capitale anche il sostegno incondizionato a quanti, dall'Africa al Medio Oriente, dall'Asia all'America Latina lottano, contro i tiranni, per l'affermazione della democrazia e delle libertà politiche ed economiche.