Analisi

Il comico e l’Italia che non c’è

di Toni Di Santoli

E' successo il finimondo. Dopo aver assestato, in tempi ancora recenti, solenni legnate al centro-destra, Beppe Grillo nei giorni scorsi ha aperto il fuoco sul centro-sinistra, ha ribadito di non sentirsi rappresentato da nessun partito politico, ha...

... insultato il presidente del Consiglio Romano Prodi. “Ha l’Alzheimer!”, ha infatti esclamato il comico genovese, e questo Grillo poteva anche rispiarmarcelo, per rispetto comunque alla persona di Prodi e per rispetto verso tutti coloro i quali, purtroppo, l’Alzheimer ce l’hanno davvero.
Si è così aperto un caso nazionale su cui, martedì scorso, ha voluto esprimersi anche, e soprattutto, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il quale ha dichiarato che l’antipolitica è pericolosa e ha invitato stampa e tv a rifuggire dal sensazionalismo. Grillo agita tuttavia una problema vero, reale: mai come da una decina di anni a questa parte s’era verificato in Italia quello scollamento tra cittadini e partiti politici, tra cittadini e istituzioni, che è davanti ai nostri occhi e che sarebbe notato anche dall’individuo più distratto e apatico. Il panorama è desolante: masse di italiani, soprattutto giovani, incatenate ai contratti a termine; impaurite e soffocate quindi dal precariato; l’euro che provoca l’ingrossamento delle schiere dei “nuovi poveri”, la produttività che si fa sempre più asfittica, l’ordine pubblico che a questo punto potrebbe anche essere definito disordine pubblico…
Grillo quindi insorge, allestisce un suo web, un suo blog, riscuote consensi, raduna insomma intorno a sé parecchi italiani delusi, inaspriti, esasperati. Dice tuttavia di non aver nessuna intenzione di fondare un partito politico e sottolinea che a lui interessa solo creare un movimento spontaneo di italiani che ne hanno abbastanza del partitismo e che al partitismo vogliono opporsi con tutte le loro forze.
Ma l’insidia risiede proprio in questo: organizzato un movimento spontaneo, è poi fatale che esso di trasformi in partito politico (lo è stato per i proto-socialisti, lo è stato per il fascismo, che nel 1919 era una cosa e solo quattro o cinque anni dopo un’altra…). L’insidia è davvero questa: una volta accertato che si dispone di un largo seguito popolare - e nella volontà di tradurre in termini concreti la protesta cui si è dato vita - si cede alla tentazione di organizzare una segreteria, di aprire sezioni e federazioni, di fondare un giornale, di chiedere spazio nei mezzi di comunicazione fino ad ora esecrati… Si cede alla tentazione di candidarsi al Parlamento.
La soluzione ai grandi problemi nazionali non è riposta nella combattività di Beppe Grillo. E’ riposta in una dimensione che ci è invisibile, che è, anzi, astratta, ma della quale abbiamo una percezione che americani e inglesi chiamerebbero comunque, sì, “wishful thinking”. E’ riposta nell’Italia che “non c’è”, che non c’è mai stata, o che, forse, dette di sé un qualche segno quando eravamo ragazzi, ma poi finì presto anche questo… Rendiamoci allora conto di come siamo fatti: ci piace ricevere ossequi e complimenti, accumulare denaro col minimo sforzo, far cadere chi già traballa, rafforzare chi è già forte, esprimere, o fingere, dissenso quando si sa che non si rischia nulla. Ci piace assolvere noi stessi soprattutto dai reati morali (ma anche materiali) più gravi. Troviamo sempre una scusa, una giustificazione. Ottenuto un certo potere, questo potere ci appare inalienabile. Intanto, lo esercitiamo con alterigia, perfino con tracotanza o, ancor peggio, con falso cameratismo, con solidarietà “cosmetica”.
Beppe Grillo ha bell’e perso.