Analisi

Onu: la lunga marcia dell’Italia

di Valerio Bosco

Ormai ci siamo. Martedì 25 settembre, si apre all’ONU la 62ma Sessione dell’Assemblea Generale (AG). Tre giorni dopo, il 28, l’Italia organizzerà al Palazzo di Vetro una riunione dei ministri degli esteri dei 95 Paesi che hanno già firmato la richiesta di moratoria contro la pena di morte, ormai da diversi anni uno dei temi umanitari più...

... caldi all’interno delle Nazioni Unite. Già nel 1977, l’AG era riuscita ad approvare una risoluzione che chiedeva la riduzione dei reati punibili con la condanna capitale. Dall’inizio degli anni ’80, la presentazione e il ritiro della proposta hanno spesso costituito una sorta di test annuale dei rapporti di forza tra le posizioni che, all’interno delle Nazioni Unite, si confrontano sull’abolizione o sulla sospensione delle esecuzioni capitali. Fu nel 1994 che l’Italia cominciò a ritagliarsi un ruolo di avanguardia nella promozione della lotta contro la pena di morte: il nostro Paese riuscì infatti a superare lo scetticismo di quanti osservavano come il fronte abolizionista raccogliesse solo un terzo dei Paesi membri dell’ONU. Con una risoluzione presentata nella terza commissione dell’AG - quella che si occupa delle questioni umanitarie – l’Italia riuscì a portare dalla propria parte un ampio numero di Paesi che, pur prevedendo la pena di morte nei rispettivi ordinamenti, non la applicavano da diversi anni. Nonostante ciò, fu l’avanguardia abolizionista, composta da Egitto e Singapore, a ottenere la vittoria grazie ad un emendamento teso a ribadire il carattere nazionale della scelta sulla presenza dell’esecuzione capitale nelle legislazioni penali degli Stati. L’astensione di ben 20 Paesi degli attuali membri dell’UE fu però determinante: per soli 8 voti il testo fu bocciato.
Appena tre anni dopo, l’Italia tornava alla carica: una storica risoluzione presentata dal governo italiano il 3 aprile 1997 chiedeva a tutti gli Stati membri di sospendere, attraverso una moratoria, tutte le esecuzioni; ancora all’interno della terza commissione, nella primavera del 1999, un nuovo documento, sponsorizzato dalla Presidenza di turno dell’Unione europea a nome dei quindici Paesi dell’UE, rivolgeva ai membri delle Nazioni Unite l’invito a non concedere l’estradizione verso Paesi che non fossero in grado di assicurare la non applicazione della pena capitale. Il 1999 fu però l’anno di una nuova sconfitta, altrettanto difficile da digerire. La diplomazia italiana era riuscita a raccogliere un numero di consensi assai significativo su una nuova proposta di moratoria: quasi novanta ambasciatori all’ONU avevano trovato l’intesa ma l’Europa non era riuscita a trovare una posizione unitaria. Giunto il momento di ratificare ad un più alto livello politico, quello dei Ministri degli Esteri dell’UE, l’iniziativa diplomatica maturata a New York, il Consiglio europeo di Bruxelles si era scontrato con l’opposizione di Londra, preoccupata di turbare la special relationship con Washington che, dietro le quinte, ha spesso appoggiato le azioni di contrasto al fronte abolizionista.
Per più di un decennio, dunque, l’Italia ha svolto un ruolo di primo piano e ha costituito un solido punto di riferimento per quanti si battono per l’abolizione della pena di morte. Dopo la triste parentesi del 2003 - quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi decise di sacrificare la storica lotta italiana sull’altare delle relazioni con l’Amministrazione Bush – sono stati i diversi movimenti della galassia radicale a ridare nuovo impeto all’iniziativa. Nell’estate del 2006 la mobilitazione dell’associazione Nessuno Tocchi Caino ha incoraggiato il Parlamento italiano ad approvare all’unanimità una risoluzione che impegnava il governo a presentare all’ONU una nuova proposta di moratoria, cercando il consenso non solo all’interno dell’Unione europea, ma allargando altresì il fronte delle sponsorizzazioni ai Paesi di tutte le aree geografiche. Di fronte alle nuove perplessità inglesi, lo scorso autunno, il governo italiano ha preferito optare per una strategia graduale, puntando cioè su una più blanda dichiarazione contro la pena di morte – sottoscritta da 95 Paesi – e rinunciando solo temporaneamente alla presentazione di una risoluzione all’interno dell’Assemblea Generale. Finalmente, appena tre mesi fa, l’UE è riuscita a trovare un accordo al suo interno e l’iniziativa, pur conservando impronta e ispirazione italiana, appare ora guidata dalla presidenza di turno dell’Unione, il Portogallo, in stretta sintonia con la nostra diplomazia.
A pochi giorni dal rilancio dell’iniziativa diplomatica sulla moratoria, rischi ed incognite continuano ad accompagnare il cammino verso l’auspicato successo. Come ricordano ancora i radicali di Pannella - in questi giorni in sciopero della fame ad oltranza per tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema – la paura di vincere potrebbe giocare “brutti scherzi”. Per l’Unione Europea sarebbe deleterio mettere nuovamente il freno sull’iniziativa: scossa dalla provocazione della Polonia dei gemelli Kaczynsky - Jaroslav e Lech – che hanno messo il veto all’ipotesi di celebrare, il 10 ottobre prossimo, la giornata europea contro la pena di morte, l’UE è chiamata ad onorare le deliberazioni assunte dal Parlamento di Bruxelles sul rilancio della proposta di moratoria. Di fronte ad una nuova incomprensibile crisi all’interno dell’Unione Europea spetterebbe comunque all’Italia il compito di procedere senza tentennamenti.
In realtà sarebbe comunque meglio insistere sul carattere universale dell’iniziativa più che sulla “matrice nazionale o europea”. Appare in questo senso positivo che i terms of reference del progetto di risoluzione – non ancora reso pubblico - ma già circolato nei giorni scorsi tra i corridoi del Palazzo di Vetro, parli di un “cross regional group of countries” ormai persuaso che l’Assemblea Generale “debba assumere una decisione storica tesa ad “affermare la dignità umana e ad accrescere la protezione dei diritti dell’uomo”. La chiave sembra pertanto risiedere nella capacità di Italia e Portogallo – sperando che l’UE sappia opporsi al veto polacco - di raggiungere il maggior numero possibile di coo-sponsor: l’ideale sarebbe quello di ottenere la firma di tre o più paesi per ciascuno dei cinque gruppi regionali all’Onu” (Africa, Asia, Est Europa, Paesi dell’Europa occidentali e altri Paesi, America Latina-Caraibi) alfine di “trascinare” un numero maggiore di Stati Membri. Oltre a sottolineare lo spirito universale dell’iniziativa, il preambolo della risoluzione dovrebbe però cercare di spuntare con maggiore efficacia le armi polemiche del fronte anti-abolizionista, da sempre fondate sulla difesa irriducibile della sovranità nazionale in tema di ordinamento penale e giudiziario. Un riferimento capace di coniugare il problema della difesa della sovranità con il dettato della Carta dell’ONU, secondo cui l’Organizzazione è impegnata nella difesa dei diritti dell’uomo, potrebbe risultare estremamente utile alla causa dell’allargamento del fronte di sostegno alla risoluzione.
Qualche altra insidia all’iniziativa potrebbe infine emergere proprio all’interno della terza commissione dell’Assemblea Generale, presieduta dall’ambasciatore iracheno Hamid al Bayati: la gelosia con cui l’Iraq post-Saddam difende l’istituto della pena capitale potrebbe riflettersi in un conduzione poco equilibrata dei lavori e, in definitiva, accrescere le difficoltà per la nostra diplomazia. Mentre sulla bozza di risoluzione potrebbe essere raggiunto il totale di 95 sottoscrizioni, la vittoria può essere assicurata dal conseguimento della maggioranza assoluta dei 192 Stati Membri delle Nazioni Unite. Una “soglia di sicurezza”, secondo le stime di Nessuno Tocchi Caino, potrebbe attestarsi tra 106 e i 108 voti favorevoli. C’è ancora da lavorare dunque. Spetterà probabilmente al Presidente del Consiglio Romano Prodi, proprio martedì, rilanciare con forza una battaglia che si annuncia ancora difficile. Ma tutt’altro che impossibile. Giocata con la grinta e la spregiudicatezza necessaria potrebbe concludersi con una conquista di umanità e civiltà capace di segnare una svolta nell’evoluzione della cultura globale in materia di diritti umani.