A modo mio

Medioevo da Salvare

di Luigi Troiani

Settecentocinquanta anni fa, nella Bologna ora amministrata dal sindaco Cofferati, un magistrale esempio di giustizia ed equità illuminò il cielo del Medioevo, creando una di quelle situazioni che avrebbero spinto lo storico Le Goff e la sua scuola al cauto e meditato giudizio sull'Età di mezzo.

.Nel 1257 appare nella Turrita l'atto ufficiale di liberazione dei servi di città e contado, il memoriale Paradisus approvato in seduta solenne dall'istituzione comunale, oggi riconosciuto nel corpus giuridico ispiratore dell'Unione europea.

Per capire la rilevanza di quell'anticipazione profetica dei tempi, primo atto pubblico di liberazione "gratuita" e volontaria dallo schiavismo e dichiarazione dei diritti dell'uomo ante litteram, si ricordi che il parlamento di Londra delibererà l'abolizione della schiavitù 550 anni dopo nel 1807, che lo zar russo abolirà l'istituto della servitù nel 1861, e che gli stati americani andranno alla guerra civile anche per la questione della schiavitù, risolta soltanto nel 1865 attraverso il  XII emendamento. Si ricordi anche che lo schiavismo in Francia sarà abolito dalla Convenzione nel 1794 e reintrodotto dal negriero Napoleone nel 1802, per essere definitivamente cancellato (nelle colonie) nel tardo 1849.

Come spesso capita con le buone azioni, il provvedimento ha la sua genesi in una sconfitta: quella patita, da quasi tutte le signorie del contado bolognese, nella battaglia di Fossalta del 1249. S'interrogano, quei signori, sulla liceità ed eticità della proprietà esercitata sulle anime e sul lavoro dei servi, arrivando, il 25 agosto 1256, al dibattito pubblico in piazza Maggiore. Vi partecipano tutti i bolognesi, chiamati a raccolta dalle campane dell'Arengo. Podestà e Capitano del popolo, tra i vessilli delle Corporazioni delle Arti, annunciano che procederanno al riscatto dei servi, pagando i proprietari con le lire d'argento del tesoro comunale: 10 per chi ha più di 14 anni, 8 per gli under 14. La città esultante condivide e approva.

Il documento ufficiale è pronto nell'estate successiva, preparato da quattro notai tra i quali primeggia lo stile di Rolandino de' Passeggeri, per la firma delle autorità. Inizia con le parole: "Paradisum voluptatis plantavit dominus": l'albero del serpente e della mela, principio della colpa e della schiavitù, è diventato con la croce di Cristo albero di redenzione e libertà. Mischiando, come in tutti gli atti pubblici dell'Europa cristiana sino al Rinascimento, principi civili e religiosi, il memoriale evoca il "dono di prettissima e perpetua libertà" affidato da Dio ad Adamo nel giardino primordiale prima della colpa, e come "il Figlio suo Unigenito" fosse stato mandato per "spezzare le catene della schiavitù ... e restituire la primitiva libertà".

L'atto scritto originale è in ottime condizioni nell'archivio di stato di piazza dei Celestini: elenca il nome dei 5.855 servi liberati e quello dei quasi 400 padroni, con le dichiarazioni introduttive che illustrano la sua genesi ideale e religiosa. Il documento è scannerizzato e pubblicato online: la lettura onora la città felsinea e l'Italia tutta.

La "reformagione" va interpretata all'interno della logica religiosa del tempo. Risulta altrimenti incomprensibile la rinuncia unilaterale al privilegio della detenzione di servi a buon mercato. Nella "manumissio" (il termine latino può tradursi con "emancipazione") c'è evidentemente anche un calcolo di politica economica e fiscale: i cittadini liberi sono più produttivi nel lavoro, e restituiscono ricchezza alla comunità che li libera, pagando il tributo sul profitto che realizzano.