Analisi

Grilli e poteri forti all'attacco

Beppe Grillo
di Giulio Ambrosetti

Ridurremo le tasse. Anzi no, non le aumenteremo. Aboliremo lo scalone sulle pensioni. Anzi no, magari lo dimezziamo e lo facciamo diventare uno scalino.

 Elimineremo il lavoro precario. Anzi no, lo conserviamo ancora per un po' in attesa di tempi migliori. Insomma, per il welfare ecco pronta una riforma a metà. Tutti d'accordo? Sì. Anzi, quasi sì. Perché la Fiom, la potente organizzazione dei metalmeccanici che fa capo alla Cgil, dice no. Alla faccia della stessa Cgil che quell'accordo l'ha sì firmato, ma con "riserva". E mentre Prodi dice una cosa, Rifondazione comunista un'altra, il nascente Partito democratico un'altra ancora, ecco che sulla scena politica italiana irrompe il comico Beppe Grillo con il "Vaffan cu... day", oltre 300 mila italiani che scendono in piazza per dire "no". Già, no. Ma a chi? A tutti e a tutto. No al governo. No al carovita. No a un sistema fiscale che somiglia sempre più a quello di un paese comunista. No al precariato. E no anche a tutto il sistema dei partiti. Della serie, muoia Sansone con tutti i filistei.

Per l'Italia, sia chiaro, certe forme estreme di protesta non sono una novità. Nei primi anni del secondo dopo guerra del secolo sorso un uomo di teatro, Guglielmo Giannini, entrò in politica inventando il movimento dell'Uomo qualunque. I temi sventolati erano, più o meno, quelli al centro del dibattito politico dei nostri giorni: la politica che non dà risposte, i politici che rubano e via continuando. Nel Belpaese torna il qualunquismo? A chiederselo sono in tanti. E forse non sbagliano del tutto. Il comico Beppe Grillo, spia di un malessere ormai piuttosto diffuso dalle Alpi alla Sicilia, lo teorizza senza peli sulla lingua: "Vogliamo distruggere i partiti". Che, a dir la verità, sembrano facciano tutto per attirarsi l'antipatia della gente. Un esempio? Per i lettori americani ne illustriamo uno semplicissimo. In questi giorni il mondo finanziario internazionale teme un crack planetario che potrebbe essere provocato dai mutui subprime. Il problema nasce proprio negli Stati Uniti d'America. Dove qualche anno fa, grazie a tassi d'interesse bassissimi, tanti cittadini americani si sono indebitati sottoscrivendo mutui per l'acquisto di abitazioni. Oggi i tassi d'interesse sono aumentati e migliaia e migliaia di famiglie americane non riescono a pagare le rate dei mutui. E siccome la globalizzazione dell'economia vale anche per la finanza, le banche hanno impacchettato e riversato in tutto l'Occidente industrializzato questi crediti, sotto forma di mutui, sottoscritti dalle famiglie americane. Il risultato è quello di avere seminato nell'universo mondo questi mutui ormai quasi del tutto inesigibili. Da qui il grande casino finanziario-planetario di questi giorni.

Ebbene, in Italia, almeno per i politici di rango, questo non sarebbe potuto succedere. Perché a Roma e dintorni (ma forse anche in altre parti del Paese) i politici le case (e che case: da due-trecento metri quadrati cadauna in su) le acquistano a prezzi stracciati. Sfacciatamente. E il discorso riguarda indistintamente gli esponenti del centrodestra e del centrosinistra.

Anche qui vanno fatte alcune precisazioni. In Italia il malcostume esiste da sempre. Però è soltanto in questo periodo che certi fenomeni vengono portati all'attenzione della grande opinione pubblica. Prima il libro "La casta" di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, dove si denunciano incredibili sprechi e altrettanto incredibili malversazioni. Qualche settimana fa l'inchiesta del settimanale "L'Espresso" che ha fatto nomi e cognomi dei politici che hanno acquistato le abitazioni a prezzi bassissimi. Ora lo stesso settimanale punta il dito contro i mali della Giustizia, penale e civile (Giustizia che, a dir la verità, è un delirio da almeno venticinque anni). Quindi Grillo, osteggiato negli ultimi vent'anni, che riconquista la ribalta non soltanto grazie a internet, ma con il grande contributo di giornali e tv.

Che succede? Si può tentare di provare a cercare una mezza spiegazione. Con il rischio, ovviamente, di sbagliare. E di pensare male. Sorretti, magari, dalla celebre battuta del senatore a vita, Giulio Andreotti, secondo il quale "a pensar male si fa peccato, però qualche volta s'indovina". Il discorso deve per forza di cosa partire dai "poteri forti". La formula, si sa, non va a genio a chi, piaccia o no, fa parte di questi poteri forti: e cioè lo scalcagnato capitalismo italiano (corredato da finanzieri spesso un po' pirati), i massoni della Banca d'Italia e la grande stampa. Questi signori, che alle ultime elezioni politiche hanno appoggiato il centrosinistra di Prodi, sembrano molto scontenti dell'attuale governo italiano. E hanno ragione, se è vero che Prodi e compagni, più che governare decidendo, governano senza decidere un tubo. Se ne sono accorti perfino gli elettori italiani, visto che, stando a recenti sondaggi, due cittadini su tre vorrebbero mandare a casa l'attuale esecutivo.

I poteri forti pensavano di condizionare la cosiddetta sinistra estrema dell'attuale maggioranza che regge le sorti del governo Prodi. Industriali, massoni della Banca d'Italia e grande stampa s'illudevano che Fausto Bertinotti, Oliviero Di Liberto e compagnia bella si sarebbero inghiottiti non soltanto gli inchini del governo Prodi a Bush che fa la guerra all'Iraq, ma anche la legge Biagi con tutto il carico di precari destinati, nei fatti, a restare tali a vita. Peccato che nel programma di governo, sottoscritto da tutti i leader del centrosinistra (e votato dalla maggioranze degli elettori italiani), se c'era magari un po' di ambiguità sull'Iraq, non ce n'era affatto sulla legge Biagi: questa legge, così c'è scritto, va cambiata.

Ma la rivisitazione della legge Biagi non va giù ai poteri forti. Che, a fronte di un governo che non ha la forza di imporre al Parlamento e al Paese i diktat di grandi imprese, Banca d'Italia e grande stampa, sogna forse una Tangentopoli 2, per giungere chissà dove. Fantapolitica? Chissà. Di certo c'è che, negli ultimi mesi, il Corriere della Sera ha messo in pista due personaggi che, lungo lo Stivale, hanno ormai quasi del tutto sostituito Antonio Gramsci e Benedetto Croce: Pietro Ichino e Francesco Giavazzi. La tesi di questi due filosofi-economisti è che la legge Biagi ha creato occupazione, mentre la sua abolizione provocherebbe chissà quali disastri. Vero? Falso? Vattelappesca. Il risultato, almeno per ora, è che Ichino e Giavazzi sono bravi, mentre Bertinotti e gli altri leader della sinistra estrema sono cattivi. Salvo a scoprire che, proprio sul precariato, Bertinotti e compagni non sono affatto estremi: al contrario, sono moderatamente socialisti e, da socialisti, chiedono di tutelare i lavoratori. Evitando a chi ha oggi venticinque anni di passarne altri venticinque da lavoratore precario: e un precario, si sa, non può acquistare una casa e, possibilmente, deve evitare di sposarsi e fare figli. E' chiedere troppo? In Italia, sì. In Italia non c'è più socialismo. E non ci sono più socialisti. Dunque è giusto santificare il precariato per fronteggiare l'economia cinese.

Insomma: addio socialismo. E non c'è da stupirsi se i diessini, che abusivamente si erano intrufolati nell'Internazionale socialista, si stanno adesso intruppando nel nuovo (o quasi) Partito democratico. Mandando in soffitta il socialismo e la parola socialista. Del resto, Walter Veltroni, probabile leader del Pd, si ispira a John Kennedy, il presidente della "Nuova frontiera" che ebbe al suo attivo, tra le tante cose, anche l'avvio della guerra in Vietnam. Tutto fa brodo, alla fine, se si considera che anche il governo D'Alema, alla fine degli anni '90, spedì i bombardieri italiani in Kosovo...