Analisi

Riforma CdS ONU e rischi per l'Italia

di Valerio Bosco

Non c'è dubbio. Quello che si è verificato al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite nella settimana appena trascorsa è stato un inatteso showdown. Un ritorno al passato.

Precisamente a due anni fa. Quando il gruppo cosìdetto dei G-4 - Giappone, Germania, Brasile e India - ha cercato di promuovere un blitz volto a favorire un immediato allargamento del Consiglio di Sicurezza (CdS) attraverso l'inserimento in blocco delle quattro potenze regionali come nuovi membri permanenti. Una proposta che, in caso di successo, avrebbe definitivamente allontanato il sogno (utopia?) di un seggio dell'Unione Europea relegando altresì quelle medie potenze, come l'Italia o il Pakistan (nostro maggiore alleato sulla questione) ai margini del sistema delle relazioni internazionali.

Quel che accaduto mercoledì scorso è stato però qualcosa di più rispetto a quanto accaduto nel 2005. Sono state questa volta i grandi Paesi emergenti, Brasile e India, a staccarsi dalle due potenze industriali dell'Occidente, Germania e Giappone, per proporre, assieme al binomio africano - Sud Africa e Nigeria - e ad un folto gruppo di piccole isole e Paesi in via di sviluppo, un progetto di risoluzione che impegna l'ormai imminente sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU (la sessantaduesima) a lanciare al più presto un negoziato intergovernativo teso a produrre un allargamento del CdS entro la fine del 2007.

Spazientiti dall'ultimo ciclo di consultazioni apertosi all'inizio dell'anno e dalla prudenza con cui il presidente uscente dell'Assemblea Generale, Haya Rashed Al Khalifa, ha sintetizzato, in un suo rapporto, i lavori degli ultimi mesi, Brasile e India hanno guidato una sorta di fronda all'interno della membership dell'ONU. L'iniziativa dei due Paesi ha chiaramente sfidato il documento presentato da Al Khalifa - una circostanza del tutto estranea ai tradizionali metodi di lavoro dell'Organizzazione - accusata di aver ridimensionato il significato della generale disponibilità mostrata da diversi Stati Membri ad evitare lo status quo promuovendo una qualche forma di "allargamento temporaneo", da sottoporre a verifica dopo un certo numero di anni. Come nel 2005, lo showdown, questa volta prodotto solo dalle due realtà emergenti del vecchio G-4, rischia di creare un clima di tensione all'interno del Palazzo di Vetro e di minacciare quello che ormai da anni è l'obiettivo della diplomazia italiana: quello di ottenere una riforma il più possibile condivisa che eviti di accrescere il circolo dei Paesi privilegiati - ovvero quello composto dagli attuali cinque permanenti, Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna e Russia - e che punti piuttosto ad aumentare il numero dei seggi non permanenti, mutandone magari la durata (attualmente biennale) o consentendone l'immediata rinnovabilitá.

Dopo intensi negoziati nella serata di venerdì 14 settembre, i Paesi Membri dell'ONU hanno trovato un compromesso in una formula che garantisce il proseguimento dei negoziati senza tuttavia imporre "artificiali deadlines" per l'approvazione della riforma.

Aldilà della soluzione trovata in extremis, quanto accaduto la settimana scorsa è comunque l'ennesima conferma di un mutamento quantomeno "ideologico" del sistema delle relazioni internazionali. I concreti equilibri di potenza economica e geopolitica non sono probabilmente ancora cambiati definitivamente - nonostante i dati in costante crescita sulla produzione industriale delle nuove potenze - ma è ne certamente mutata in maniera irreversibile la loro percezione in alcuni attori emergenti. Brasile e India, così come Sud Africa e Nigeria, scalpitano davanti alle porte del G-8 - il club esclusivo dei Paesi più industrializzati - e sono ora così "self-confident" da cercare di usare la loro rete di influenza afro-asiatica per muoversi in libertà dalle potenze occidentali anche su un delicato tema come quello della riforma del Consiglio di Sicurezza, "hot issue" sul quale fino ad ora avevano agito adottando la prudenza suggerita da Tokyo e Berlino. Dal climate change alla riforma del management delle Nazioni Unite, dai temi della cooperazione economica internazionale a quelli dei diritti umani o dell'allestimento delle operazioni di pace, Brasile e India continueranno ad accrescere la loro capacità di guidare il fronte dei Paesi in via di sviluppo nei negoziati con le potenze dell'Occidente industrializzato. L'Italia e l'Europa sapranno tenere testa a questo crescente attivismo dei Paesi emergenti sui diversi tavoli negoziali senza tradire i principi di una politica estera fondata sulla nozione di multilateralismo efficace, capace cioè di incidere concretamente in favore del consolidamento dell'ordine internazionale all'interno del paradigma della democrazia e del rispetto dei diritti umani?