Personaggi

Aldo Tambellini. Ribelle, tra passato e futuro

Aldo Tambellini nel periodo di "Electromedia" e un'opera di quando era giovane "La madre"
di Letizia Airos

Lo potresti ascoltare per ore, nelle sue parole un'esistenza intensa, giorno dopo giorno. Aldo Tambellini racconta brani della sua vita e si lascia andare frenato un po' solo dalla sua compagna Anna che, instancabile, cerca di mettere ordine.

Ma i suoi sono pensieri in libertà, ricordi, citazioni, considerazioni. Vuole raccontare il suo passato, il suo presente, il futuro, tutto.  Forse l'universo.

Aldo è cosi, ogni volta che lo incontri ti travolge.  Ti avvolge. Tra qualche giorno a Lucca comincerà una retrospettiva su di lui, molto importante, la prima in Italia.  L'ho cercato per avere impressioni su questo suo ritorno alle origini, la città dove ha vissuto l'infanzia e l'adolescenza.  Cerco di carpirgli sensazioni, emozioni, soprattutto ricordi. E' come un fiume in piena. Impossibile arginarlo, lo segui e sei come un ciottolo sbattuto da uno scoglio all'altro.

E c'è poi qualcosa di più profondo che va al di là del suo modo di comunicare, del suo essere americano ma anche indissolubilmente legato all'Italia. Il suo percorso artistico e umano è intriso dal fuoco di una ribellione costante.  Uomo pronto  a sentire - e non solo artisticamente - la responsabilità di contestare li dove gli altri sanno solo omologarsi.

"Il mio obiettivo è la massa. Cerco la simultaneità. Cerco l'umanità in quanto tale.... Per me l'umanità è la condivisione, lo scambio, il dare la mia esperienza personale agli altri. Come qualcuno potrebbe dire: ‘Posseggo un Van Gogh', vorrei poter dire che anche chi non ha niente, ha la stessa esperienza. Lo stesso coraggio, lo stesso fottuto cuore, lo stesso concetto umano che chiunque altro può avere".

Parla, non c'è un percorso lineare, in inglese e in italiano va di link in link, unico padrone dell'ipertesto della sua vita. Una vita legata a quattro città: Syracuse, Lucca, New York, Cambrige. Figlio di un brasiliano e di un'italiana,  nasce a Syracuse (NY) nel 1930, a diciotto mesi si trasferisce a Lucca. Qui comincia i suoi studi artistici ma la guerra sconvolge la sua vita. E' vicinissimo alla morte almeno due volte. Nel corso di un bombardamento a Lucca e poco dopo, nelle campagne, quando arrivano le SS.

Nel 1945 torna a  Syracuse dove diventa ricercatore. Nel 59 si trasferisce nella Lower East Side di Manhattan, fonda il movimento underground "Group Center" e diventa la guida di un gruppo di artisti fuori dall'establishment. Crea il primo cinema sperimentale, il Gate Theatre e, assieme all' artista tedesco Otto Piene, il teatro "Black Gate" per rappresentazioni live multi-mediali. All'inizio degli anni'60 comincia la sua serie di lavori intitolati "Black Film Series" e   il suo "Black tv" (oggi al Museum of Modern Art Collection of New York), poi vince  il Film Festival di Oberhausen.  Dal 1974  Aldo insegna presso il Massachussetts Institute of Tecnology (Mit) nel Center for Advanced Visual Studies (Cavs).

La personalità di Tambellini è poliedrica. Intensa anche la sua attività di scrittura e poesia. Testimone graffiante e pacifista dei nostri tempi racconta di aver dedicato negli ultimi anni sempre più tempo a questo tipo di espressione artistica. Tra le sue ultime affermazioni,  l'esibizione a Berlino al "Germany at the no!Art Show" e il suo video digitale, Listen, che ha vinto l' "Howl Festival 2004" di New York, il New England Experimental Film Festival, il Syracuse International Film Festival. 

Aldo è una figura di rottura per gli anni '60/'70,  sotto molti aspetti un anticipatore.. Propone con la sua arte temi politici e sociali, spesso scomodi. Spazia dall'assassinio di Bob Kennedy, i giovani neri, alla guerra del Vietnam, alla questione italoamericana, ai diritti civili.

 Non ha freni. Esplora le nuove tecnologie, realizza video sperimentali.   Tratta direttamente la pellicola con agenti chimici, inchiostro, la graffia e usa come corredo film commerciali e programmi di informazione.

"Arrivai ai media come reazione sociale contro chi metteva i media fuori dall'arte. Nessuna galleria o museo a New York nel 1967 avrebbe dato importanza ad una cassetta CV (nastro per incidere i video di bassa qualita')". Tambellini prende in mano una videocamera amatoriale ed intuisce subito di avere a disposzione un mezzo potente, immediato, economico. E ovunque, nella pellicola, nella cinepresa il colore nero. "Il nero per me è come un inizio. L'inizio di ciò che vuole essere piuttosto che di ciò che non vuole essere. Non parlo del nero come elemento della tradizione o meno nella pittura, o come qualcosa che ha a che fare con i pigmenti, o come opposizione ai colori. Lavorando ed esplorando il nero, sono sempre più convinto che questo effettivamente sia l'origine di tutto.. Il nero si sta sbarazzando di ogni definizione storica. Il nero è un modo d'essere ciechi e più consapevoli. Il nero è in unità con la nascita. Il nero è, in mezzo alla totalità, l'unicità del tutto. Il nero è l'espansione della consapevolezza in ogni direzione. Il nero è una delle maggiori ragioni per cui sono esistiti conflitti razziali, perché è parte di un'antica maniera di guardare un essere umano o la sua razza in termini di colori. Il nero spazzerà via la definizione dei colori, alla fin fine. La nerezza è l'inizio della ri-sensibilizzazione dell'essere umano. Credo profondamente nell'espressione ‘black power', come messaggio potente, grazie ad essa si distrugge l'antica nozione dell'uomo occidentale e con questa si distrugge anche la tradizione del concetto di arte".

Il ricordo della guerra permea la sua vita, personale e artistica -  e anche qui compare il ‘nero'... "Dai monti vennero giu le gip, erano americani neri che venivano a liberarci. Solo  i comandanti erano bianchi. Per questo forse sono uno dei pochi italoamericani interessati ai neri."

 Curioso,  immerso nel futuro, ma sempre sul filo del passato, Tambellini narra i suoi ricordi come eventi  appena accaduti.  Lucca gli scatena un percorso a ritroso nella memoria che sembra non terminare mai. Eventi di trenta, sessanta anni fa diventano vivi.  Ricordi della scuola d'arte che affrescò con immagini della città. Ricordi sulla sua militanza e le prime  proteste che guidava. Ricordi su sua madre, distrutta psicologicamente dalla guerra  e sempre più fragile e lontana,  a cui dice di dovere il senso artistico. Ricordi di quel fratello cosi diverso dal lui, che andava alle adunate fasciste . "Io mi rifiutavo anche se lo facevano tutti, ero un ragazzo vivace, l'unico modo per tenermi calmo era farmi dipingere o disegnare".

Orgoglioso della sua cultura italiana, Aldo racconta come sia stato fondamentale il bagaglio culturale di studi classici che ha portato con sè in America: "Dante è stato essenziale nella mia formazione". Ma con rabbia insiste che oggi l'immagine degli italoameriani è offuscata dai media. " Quando sono tornato negli USA  io rappresentavo per molti l'arte e la cultura italiana, ora invece non sarebbe la stessa cosa. Gli italoamericani sono conosciuti per i loro soldi, per la pizza, gli spaghetti, ma non per la loro cultura".

"Rispetto la gente coninvolta e militante e non le persone che pensano che nulla possa mai cambiare. La cultura è importante per mantenere il rapporto con le proprie radici, ma non esiste un'attenzione seria da parte degli italoamericani su questo aspetto e, lo devo dire, nessun italoamericano ha aiutato la mia arte". "Sono uno dei piu vecchi. Siamo rimasti in pochi...." e ancora ricordi e commenti a singhiozzo. Di quando, tornato a Sycracuse, realizza le sue opere sulla gente di colore e, con il conflitto mondiale ancora vivo nella mente, cattura la disperazione dei rioni poveri, dove trova un'altra guerra - quella della miseria. E questo lavoro per lui diventa la porta per entrare nell'accademia: "Sono andato al Museo di Fine Arts e ho fatto vedere le mie opere. Avevo 17 anni e  mi hanno detto ‘tu devi insegnare qui'. Ho fatto il professore con il mio broken english. E' stato il mio primo lavoro. Poi qualcuno mi ha parlato di un gruppo che divideva un loft in Salina Street, si chiamava Vedet.  Erano tutti piu anziani, andavano la' a dipingere, mi accettarono con loro. Erano moderni. Conoscevo poco allora dell'arte moderna. De Chirico e Boccioni per esempio, perchè in Italia  nei libri sulla letteratura mettevano  fotografie di sue opere. Marinetti era ministro della Cultura"

Siamo nel 2007 ed sui lavori tornano in Italia grazie all'attenzione di un giovane ricercatore, Nicola Borrelli, e non di un Ministro. Colpito dall'opera di Tambellini, e soprattutto dal fatto che fosse sconosciuta in Italia, lo studioso di cinema si è prodigato perché il nostro Paese prendesse conoscenza di un percorso artistico lontano ma che, in un certo senso, gli appartiene. Il programma è molto articolato, i dettagli li potete trovare sul web sul sito del Lucca Film festival (dal 28 settembre al 6 ottobre) http://www.vistanova.it

Viene spontanea una domanda: quanto tempo dovrà ancora passare prima che gli italiani e gli italoamericani prendano coscienza (e  conoscenza) di fenomeni culturali importanti come l'opera di Aldo Tambellini?