Che si dice in Italia

109 milioni non bastano

di Gabriella Patti

Ben due delle notizie che questa settimana hanno fatto le prime pagine dei giornali arrivano da Torino. Come nelle barzellette si tratta di una notizia buona e di una cattiva.

 Cominciamo da quest'ultima, in modo da concludere con lo zuccherino di quella piacevole. Viene dal mondo Fiat. Ed è un peccato visto che l'azienda simbolo dell'imprenditoria italiana si sta sempre più e insperabilmente confermando in piena e lusinghiera ripresa, grazie alle cure dell'italocanadese Sergio Marchionne. Parlo, lo avrete capito, della lite sull'eredità Agnelli. Sbaglierò ma la causa giudiziaria intentata da Margherita, figlia del defunto "avvocato" Gianni, contro i gestori del patrimonio dell'ex  patron - due hanno nomi "pesanti": Franzo Grande Stevens, legale della famiglia, Gianluigi Gabetti presidente dell'Ifil, "cassaforte" della dinastia) è destinata a diventare succulenta preda dei media specializzati in gossip.

Le televisioni si sono subito buttate a capofitto su questo che potrebbe diventare il feuilleton dell'estate ormai imminente. Non entro nel merito della questione. Semmai noto solo con un sorriso che la spiegazione di Margherita, che dice di "non aver capito se i 109 milioni di euro che ho ricevuto dopo la morte di mio padre era tutto ciò che mi spettava o soltanto un acconto", è di quelle che solo i fortunati pochi, cioè i super ricchi, si possono permettere. Se a me - e penso alla stragrande maggioranza della gente - arrivassero, chessò, 1.000  euro o anche appena cento saprei bene il perché. Quello che mi dispiace è che questa storia sembra ribadire il declino di una grande famiglia, su cui da tempo il destino sembra accanirsi.

   BEN ALTRA STORIA, invece, è la rinascita dopo un costoso restauro della Reggia di Venaria, definita giustamente "la Versailles italiana". Voluta dai Savoia nel Seicento e consegnata all'incuria dello Stato dopo l'ultima guerra, la spendida costruzione con i suoi immensi romantici giardini alle porte di Torino - dichiarata dall'Unesco "patrimonio dell'umanità" - è risorta dal degrado dopo dieci anni di lavori. Ancora poche settimane e il pubblico potrà ammirarla nella sua interezza. E' una perla che va ad aggiungersi alla serie infinita di bellezze artistiche di cui questo nostro amato Paese è fornito.

   LA RELAZIONE DEL GOVERNATORE DI BANKITALIA Mario Draghi è piaciuta molto ai commentatori e alla gente comune. Un po' meno ai politici, spiazzati e messi giustamente all'indice dal monito del primo banchiere italiano: "Le banche stiano lontane dalla politica". Che il nodo sia politico - o meglio: "nei" politici - lo fa capire anche Dario Di Vico, vice direttore del Corriere della Sera (a proposito: complimenti al foglio di via Solferino, principe dei giornali italiani che, dopo un periodo di strano offuscamento e di incomprensibili sbandamenti, pare intenzionato a volersi riprendere il ruolo di voce degli

italiani perbene, onesti e lavoratori). Ci voleva un uomo di economia per lanciare l'allarmato avvertimento: oggi in Italia, che resta ancora tra i grandi paesi industriali, "un quindicenne meridionale vive in condizioni di ‘povertà di conoscenze', costretto quindi a programmarsi un futuro di indigenza economica". E, tra pochi decenni, 83 italiani su cento saranno ultrasessantenni: la politica, quindi, "dovrà giocoforza spendere tantissimo in pensioni, sanità e assistenza". Ancora: nei giorni scorsi nella pagina delle lettere sempre del Corriere, curata dal preparatissimo e severo ex ambasciatore Sergio Romano, un

lettore ha detto una grande verità: la differenza tra i politici italiani e quelli anglosassoni consiste nel fatto che, mentre gli italiani fanno i soldi mentre sono in politica, gli anglosassoni lo fanno dopo". Ma tutto questo i politici lo capiranno? Capiranno che devono cambiare o, altrimenti, sarà il Paese a cambiare loro?