A modo mio

L'Ue mette gli USA in borsa

di Luigi Troiani

La prima settimana borsistica di aprile, a conti fatti, risulta essersi aperta all'insegna di una novità clamorosa, e che l'avvenimento fosse nell'aria da tempo, cambia poco.

La London Business School fa sapere che per la prima volta dalla "Grande guerra" mondiale di inizio Novecento, il valore di quotazione delle borse europee alla chiusura dei listini del venerdì, ha superato quello delle borse degli Stati Uniti. Le piazze finanziarie di 24 paesi, Russia inclusa, hanno dato la capitalizzazione di $15.720 miliardi, contro i $15.640 miliardi statunitensi. Il contributo dei nuovi mercati europei e il valore rampante dell'euro, secondo la prestigiosa scuola londinese, sono all'origine del sorpasso. Non si tratta di fenomeno imprevisto e improvviso: dal 2003, in termini di valuta americana, le borse europee sono salite del 160%, quelle statunitensi solo del 70,5%. Nel periodo l'euro ha recuperato il 26% del valore contro il dollaro. Commento sintetico del Financial Times del 3 aprile: "... another sign of the slipping of the global dominance of American capital markets".
      Chissà se le cose stanno davvero come le descrive il quotidiano finanziario della City londinese. Non la pensa certamente a questo modo lo storico Walter Laquer, che ha appena pubblicato da Thomas Dunne 256 pagine di fosche previsioni e contumelie sull'Unione europea, sotto il titolo sufficientemente eloquente "The Last Days of Europe: Epitaph for an Old Continent". Bassi tassi di sviluppo, alta disoccupazione, peso del welfare, declino demografico, crescita della presenza islamica, sono gli ingredienti che, secondo lo storico stanno portando all'autodistruzione gli europei. Al contrario è certo  che i mercati finanziari del vecchio continente, sull'abbrivio della splendida cavalcata dell'euro, danno segni inequivocabili di espansione. Essendo le borse lo specchio attraverso il quale passa l'immagine riflessa dell'andamento economico, il dato del sorpasso borsistico è occasione per qualche considerazione.

La prima non può che riguardare la pessima situazione del dollaro, legata più di quanto possa sembrare al cumulo di deficit dei conti correnti. Gli Stati Uniti hanno bisogno di 60-70 milardi al mese di dollari dall'estero per finanziare il deficit, e insieme di lasciar scivolare quanto possibile il valore della propria valuta così da abbassare di fatto il costo della restituzione dei "prestiti". Quanto il gioco possa durare è altra questione, ma è evidente che il piacere di investire negli Stati Uniti dovrà continuare a fare i conti con il probabile decremento del valore iniziale dell'investimento oltre che con gli attesi profitti.
     Gli squilibri strutturali accumulatisi nei mercati internazionali dei beni e dei servizi (inclusi quelli finanziari), a causa del disordine dei conti statunitensi e del pessimo esempio fornito dalle autorità con la complicità della Federal Reserve, durante le presidenze Bush in quanto alla gestione di deficit pubblico e squilibri commerciali (bolle immobiliari incluse), il rallentamento della domanda interna americana avvertito dalla fine del 2006, con altri elementi, stanno portando al restringimento dell'espansione del commercio internazionale. Si dovrebbe avere quest'anno un rallentamento della crescita al 6% contro la crescita dell'8% del 2006. Sullo sfondo, il blocco della trattativa di Doha del WTO aggiunge un ulteriore fattore di preoccupazione, aumentando le ragioni di chi teme la vicina destabilizzazione del sistema.
     Se gli Stati Uniti torneranno a comportamenti finanziari ortodossi, da un lato consentiranno il riequilibrio del proprio sistema, dall'altro riprenderanno la leadership dell'economia internazionale, tornando anche al ruolo, per quanto platonico, di prima piazza borsistica mondiale e restituendo così lo sgarbo all'amico europeo.