Temi e dibattiti

Tamburri. L'esperienza del voto: un libro aperto

di Letizia Airos

Chi sono e perchè votano? Chi cerca di farsi eleggere e chi - e come - ci riesce? E perché non amano parlarne? Nel suo studio della 43° strada, sullo sfondo le luci di Times Square, il Dean del J. Calandta Institute, Anthony Tamburri, riflette sul convegno appena concluso dedicato al voto degli italiani all'estero. E indica l'agenda dei prossimi incontri per cominciare a scrivere, insieme alla comunità, un nuovo "libro" sugli italo americani e la politica.

Come è andata?

"Bene. Credo sia andato molto bene. Però mi dispiace che non ci sia stato almeno uno dei rappresentanti in Parlamento  Era la prima volta che si apriva, in America, un discorso sul voto degli Italiani all'estero. Questo voto ha cambiato il governo italiano e qui nessuno ne parla. Naturalmente la sfida che affronta il rappresentante di una nazione che svolge la sua vita in un'altra, e deve andare avanti e indietro, non è facile..."

Ma le nuove tecnologie, oggi, non dovrebbero aiutare? Riprendiamo un attimo la polemica che si è creata con l'ufficio di comunicazione del Senatore Turano... Non sarebbe bastata una telefonata del senatore in conference call nel corso del convegno?

"Io dico semplicemente che i due rappresentanti non sono venuti. E spesso non hanno reagito ai miei tentativi di sollecitare una risposta. Ho visto personalmente Turano in ottobre,  gli ho inviato una email confermando il convegno ed un suo assistente mi ha scritto che sarebbe venuto, a meno che una votazione al Senato non lo avesse impedito.

Ho mandato un invito anche all'on Ferrigno, in cui precisavo le modalità. La sua  risposta è stata: "Thank you for inviting me. I will do my best to attend". Era il 27 febbraio, e da allora silenzio totale. Mi sono messo in contatto con un signore che - si dice il peccato e non il peccatore - mi ha detto di essere un suo amico, che gli avrebbe parlato... Ma niente."

Il convegno comunque si è svolto, e bene. A che tipo di pubblico era rivolto?

"A quelli che hanno votato. Volevo un confronto della comunità italo americana sul tema del voto. E' un discorso che riguarda anche noi italo americani. E' necessario che anche gli intellettuali facciano i conti con l'Italia. Chi non lo capisce deve imparare a capirlo."

Lei ha parlato di questo evento come di una sorta di prefazione....

"Si,  di un libro che andremo a scrivere. Un convegno per uno sguardo in generale sul voto all'estero. Sono rimasto molto contento dell'intervento del Console Generale, Bandini e del Prof. Luconi. Ottimi discorsi di apertura e speravo che i due eletti facessero altrettanto."

Dunque, ad un anno dalle elezioni, il Calandra ha attirato l'attenzione sul fatto che di questo voto si è parlato poco e studiato quasi niente.

"Mi risulta per esempio un saggio di Michele Colucci intitolato "Voto degli italiani all'estero" in  Storia dell"emigraizone italiana: arrivi a cura di Bevilaqua, De Clementi e Franzina (Donzelli), ma parliamo del 2003.  Ancora non c'era stato l'effetto prorompente del voto del 2006. Per dirne solo una,  si è assistito ad una controtendenza: la sinistra, storicamente frammentata, con questo voto si è compattata. Ma ci sono tanti altri temi da sviscerare. Non credo che sia stato fatto molto in questa direzione."

Quindii quello che viene dal Dean del Calandra è una sorta di "appello intellettuale"...

"Si, ripeto, si è trattato della prefazione di un libro da scrivere insieme alla comunità italo americana. Di solito non mi piace usare questo registro retorico, ma è quello che abbiamo.  Adopero questo aggettivo per includere anche chi non è nato negli Stati Uniti. Chi è nato in Italia e vive quotidianamente in questo paese chiamato Stati Uniti. Insomma tutti quelli che non vanno a far la spesa in via Masaccio a Firenze, ma da D'Agostino o da Associated."

Bisogna imparare a conoscere i comportamenti di queste persone, le loro motivazioni. La sessione finale del convegno, intitolata "Why I vote!" era molto originale ...

"Perchè uno vota? Sì è un tema che mi affascina. In questi giorni uscirà su "Italica" un articolo in cui pongo, tra le altre, questa domanda: si può parlare di una specie di debito da parte dell'Italia nei confronti degli emigranti storici, i loro figli, nipoti e pronipoti?  E' una domanda a cui ho una risposta, e al tempo stesso non ce l'ho. Da un lato direi di sì. Nel senso che l'Italia dovrebbe riconoscere questo grande sacrificio. E forse in un certo senso lo sta facendo. Anche se molti di noi, nel mondo accademico, ritengono che l'intellighentia italiana ( a parte pochi come Franzina,  Durante e Serra) non abbia preso abbastanza sul serio la storia degli emigranti, non solo di quelli venuti negli Stati Uniti, ma di tutti."

Il diritto di votare all'estero potrebbe essere stato, dunque, un modo per riconoscere questo debito?

"Certo. Non solo possono votare quelli che sono venuti qui venti o trenta anni fa, ma anche i nipoti e i pronipoti degli emigranti, come ha notato il Console Generale. Molti non lo sanno, ma sono automanticamene cittadini. Ma la vera domanda da porsi è: perchè un italo americano decide di votare per le elezioni nazionali di un'altra nazione? Il tema è affascinante. Per esempio, al convegno il giovane studente Robert Cavanna ha detto di aver votato perchè suo padre gliene aveva sempre parlato e poi perchè ha una proprietà in Italia ... Però dal pubblico gli hanno chiesto: ‘se tu, che vivi a New York, avessi proprietà in Pennsylvania... riterresti di dover votare anche lì?' Non è una domanda da scartare. Poi la collega Joan Migliori ha detto che è andata a votare per i suoi figli e anche perché pensa di tornare in Italia nel prossimo futuro... Il professor Joseph Sciorra soprattutto perchè l'Italia deve qualcosa ai figli dei suoi emigranti..."

Di cosa si parlerà nel prossimo simposio sul voto che organizzerete?

"Innanzitutto, la raccolta di testimonianze come queste è molto importante. Bisogna fare uno studio approfondito su chi ha votato e perché.  Poi sui candidati. Occorre capire se funziona questo sistema elettorale o va cambiato. Infine bisognerebbe chiedersi perchè i politici in Italia hanno voluto questo voto... Insomma c'è molto da discutere e studiare."

E si dovrà superare qualche reticenza da parte di alcuni settori della comunità...

"Sulla base di questa prima esperienza, penso di sì. Abbiamo cominciato ad organizzare il convegno in Ottobre. Ho parlato con diverse persone, rappresentanti dei Comites, Cgie,  direttamente o indirettamente con i due eletti, con alcuni professori e intellettuali che avrei voluto intervenissero. Ci abbiamo messo tanto prima di arrivare al punto in cui sapevamo di avere un paio di persone... E' strano, mi aspettavo che tutti accettassero immediatamente, vista l'importanza del tema. Invece molti sembravano avere dei dubbi. Perché? Io non lo so. Mi è sembrata significativa la battuta di chiusura di Mary Ann Re, che ha raccontato di aver proposto un convegno del genere alla New Jersey Commission on Italian and Americans of Italian Heritage  di cui è executive director.  Nessuno le ha risposto in modo positivo e alla fine non l'hanno fatto... Bisogna capire perché accadono queste cose."

                              LA