Temi e dibattiti

Debolezze e rischi del sistema elettorale: parla il console Antonio Bandini

di G. D.M.

Con Antonio Bandini, console generale d'Italia a New York, abbiamo approfondito in questa intervista alcuni aspetti "tecnici" riguardanti il voto degli italiani all'estero.

Ministro Bandini quali sono i problemi legati al voto degli italiani all'Estero?

«Un primo problema è, a mio avviso, la necessità di aggiornare la legge sulla cittadinanza. Per far votare gli italiani all'estero occorre sapere chi e quanti sono, mentre nell'attuale situazione normativa ci sono innumerevoli discendenti di italiani che sono potenziali cittadini - e dunque elettori - con conseguente indeterminatezza del corpo elettorale. C'è anche una situazione paradossale: i discendenti dei primi emigranti -i cui progenitori raramente ottenevano la cittadinanza americana- sono in larga maggioranza ancora cittadini italiani mentre gli emigrati più recenti, natutalizzati prima del 1992, se non hanno esercitato il diritto di opzione per il recupero della cittadinanza, l'hanno persa per sempre. Temo che anche la riapertura dei termini non risolverebbe il problema perché è praticamente impossibile essere sicuri di aver informato tutti gli italiani all'estero. La cosa più giusta sarebbe forse riconoscere a chi è nato in Italia il diritto di mantenere comunque la cittadinanza italiana.  Mi rendo conto che innescherebbe problemi in Italia con gli immigrati i cui figli anche se nati in Italia non sono oggi automaticamente cittadini. Si potrebbe, però, limitare la norma solo a chi è nato in Italia e ha succesivamente perso la cittadinanza per naturalizzazione».

Quale sarebbe stata la soluzione?

«Prima di rispondere devo premettere che la scelta politica fatta è stata quella di utilizzare per il voto gli elenchi del Ministero degli Interni e quindi dell'Aire dei comuni italiani di residenza. Già qui ci siamo trovati di fronte ad ampie discrepanze tra le anagrafi consolari e quelle comunali. Ambedue si basano sule informazioni volontariamente fornite dagli interessati e dunque difficilmente potranno essere precise al 100%. L'anagrafe consolare, più affidabile perché si basa su contatti più frequenti con gli interessati, ad esempio in occasione del rinnovo del passaporto, non è valida ai fini elettorali.  Bisogna qui aggiungere che in Italia è obbligatorio registrarsi all'anagrafe, mentre la stessa cosa non accade all'estero, in particolare nei paesi anglossassoni dove ad esempio non esiste un concetto di residenza analogo al nostro. I nostri Uffici devono, dunque, basarsi su ciò che i cittadini ci dicono, quando si ricordano di dircelo e spesso chi ha mutato il proprio stato civile: è diventato cittadino americano, è deceduto, si è sposato, non ha come priorità quella di informare il Consolato e ancor meno il Comune di origine affinché aggiorni l'Aire. La scadenza elettorale ha imposto un lavoro enorme - e costoso -  per incrociare i dati delle due anagrafi e uniformare gli elenchi, rendendo necessario in molti casi contattare direttamente gli elettori. Il risultato è stato quello di ridurre considerevolmente il numero degli iscritti, eliminando coloro che erano nel frattempo deceduti o avevano perso la cittadinanza. Ritornando alle soluzioni, una proposta, che avevo sottoposto anche Commissione Affari Istituzionali del Parlamento, venuta in visita a New York, suggeriva di adottare il sistema dei Paesi di "common law", i quali registrano i votanti. In questo modo si sarebbero eliminate le persone decedute e quelle che hanno perso la cittadinanza, ottenendo un corpo elettorale definito. Un sistema semplice, che aveva riscosso larghi consensi, ostacolato però da una mentalità assistenzialista, secondo la quale gli italiani all'estero devono essere "tenuti per mano" e ad essi si deve applicare sempre e comunque lo stesso trattamento degli italiani in patria».

Quali errori si sarebbero potuti evitare con questo voto?

«Non so se parlerei di errori, ma si poteva evitare di creare aspettative irragionevoli, facendo serenamente presente che ci sono dei margini strutturali di errore. Ma il solo menzionare questa parola suscitava reazioni spropositate. Nondimeno, con i limiti indicati, credo che il risultato finale sia stato largamente accettabile, e comunque superiore a quanto si verifica in altri Paesi, anche di sicura tradizione democratica».

C'è una specificità del Consolato italiano rispetto agli altri?

«Certo. Ogni Paese ha le sue modalità per il voto all'estero. In molti gli elettori non passano neppure per i Consolati, inviando direttamente la scheda in patria, all'ufficio di competenza. Noi viviamo una contraddizione: abbiamo stabilito collegi esteri, ma gli elenchi elettorali sono tenuti dai Comuni in Italia e le elezioni sono una prerogativa gelosamente custodita dal Ministero dell'Interno».

Sarebbe meglio forse spostare le competenze al Ministero degli Esteri a questo punto?

«Ripeto, l'anagrafe consolare è più precisa anche se, dopo l'immane lavoro di cui ho parlato, la discrepanza tra le due anagrafi si è attenuata. Quando, come previsto, le varie branche dell'Amministrazione saranno in rete, ci sarà la possibilità di avere un'anagrafe sola. Se invece vogliamo risolvere il problema all'origine, sarebbe meglio introdurre un registro degli elettori».

Come ci si può preparare alle prossime elezioni?

«Pensando di più a regolarizzare le propria posizione anagrafica, anche se mi rendo conto che possono esserci cose più importanti. Esprimere il voto è un diritto ma esercitarlo comporta anche dei doveri. Credo che i nostri connazionali l'abbiano ben capito e penso che chi abbia cambiato residenza o stato civile si premurerà maggiormente, in vista della prossima scadenza elettorale, di avvertire i nostri uffici».

Il suo mandato è in scadenza, cosa potrebbe suggerire al suo successore?

«Non mi sento di dare nessun consiglio in particolare: il nostro compito è quello di seguire le istruzioni da Roma e sono certo che continueremo a farlo al meglio delle nostre capacità. Penso però che sia importante mantenere un dialogo il più franco possibile su questi temi, che metta in luce sia gli importanti risultati conseguiti sia le residue difficoltà ed il modo nel quale cerchiamo di affrontarle».