Analisi

Nazioni Unite & Diritti Umani. Bene Italia, adesso fatti sentire

di Valerio Bosco

Lo scorso giovedì 17 maggio, dopo un breve ma incerto sprint alla ricerca dell'ultimo voto, l'Italia è riuscita a battere le concorrenza della Danimarca nella corsa al seggio triennale del nuovo Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Per il nostro Paese si tratta di un successo di grande rilevanza: l'attuale membership 2007-2008 nel Consiglio di Sicurezza (CdS)  è infatti accompagnata dalla presenza italiana negli altri due organi figli del processo di riforma del palazzo di vetro avviato nel 2005, la Peacebuilding Commission e lo Human Rights Council (HRC).

Sebbene non sia stato possibile bissare il successo dello scorso autunno, quando la candidatura italiana per il CdS ottenne lo straordinario risultato dei 186 voti sul totale di 192 Paesi membri dell'ONU, l'elezione dell'Italia conferma il nostro momento di grande popolarità all'interno delle Nazioni Unite. L'Italia si è assicurata un consenso di 101 voti contro gli 86 ottenuti dalla Danimarca: la tradizionale abilità della nostra diplomazia in materia di "campagne elettorali", la nostra capacità di raccogliere più simpatie nella membership africana e araba, i nostri legami speciali con il gruppo delle piccole isole (che raccoglie più di 40 Paesi), l'ostilità con cui ci opponiamo all'ipotesi di una riforma del CdS basata sulla creazioni di nuovi anacronistici seggi permanenti (quelli richiesti da India, Brasile, Germania e Giappone) hanno giocato un ruolo egualmente importante nel sostenere una candidatura che, fino a qualche settimana fa, sembrava minacciata dall'eventualità di un impegno del governo in favore della moratoria contro la pena di morte.

Secondo il Presidente del Consiglio Romano Prodi il risultato dell'elezioni di giovedì scorso "ha riconosciuto l'impegno e la credibilità del nostro Paese nella difesa dei diritti umani...che passa attraverso atti concreti...come abbiamo dimostrato portando avanti la questione della presentazione all'Assemblea generale delle risoluzione sulla moratoria e, in prospettiva dell'abolizione universale della pena capitale".

In realtà, più volte, nel corso di queste ultime settimane, è prevalsa l'impressione che il governo abbia rallentato l'impegno sulla pena di morte per evitare di danneggiare la nostra corsa al seggio nello HRC. Solo una paziente opera di pressione della società civile, della "galassia radicale", di una grossa fetta dell'opinione pubblica ha consentito di tenere viva la questione della proposta di moratoria, diventata ora obiettivo dell'intera Unione Europea. Aldilà delle celebrazioni retoriche, il nostro ingresso nel Consiglio dei diritti umani dovrebbe costituire l'occasione di un impegno in favore della difesa dei diritti umani che parta anzitutto da una valutazione critica dell'operato del nuovo organo. Il rapporto presentato da Amnesty International alla vigilia delle elezioni traccia un quadro assai desolante di quella che sarà la nuova composizione del Consiglio dei diritti umani. Angola, Egitto, Madagascar e Sud Africa sono infatti i nuovi eletti dell'Africa: torture, detenzioni illegali, processi irregolari, leggi d'emergenza i loro record lusinghieri. I nuovi  membri parte del gruppo asiatico? India, Indonesia, Filippine, Qatar. Il loro "score"? Impunità di massa per gli autori di violazioni di diritti umani, esecuzioni extragiudiziarie, uccisioni di attivisti politici democratici, ancora tortura.

Grazie alle pressioni dell'UE e degli Stati Uniti, la Bosnia Erzegovina si è imposta nella competizione elettorale ai danni dell'ex repubblica sovietica, la Bielorussia, retta dallo spietato regime di Lukasenko. Sebbene si sia evitato che un altro Paese non all' "altezza del compito" entrasse a far parte del Consiglio, la membership dell'HRC appare ancora viziata da incoerenza che rischiano di minacciarne un funzionamento efficace. In ragione della loro responsabilità come membri dello HRC, i Paesi indicati da Amnesty e diventati parte del Consiglio avranno la responsabilità di difendere e assicurare a livello internazionale la protezione di quei diritti umani già ampiamente violati dai loro ordinamenti giuridici.

Un contributo dell'Italia al superamento di questa incredibile contraddizione sarebbe il modo migliore per celebrare la nostra elezione. Giusto per ora festeggiare la nuova vittoria al palazzo di vetro. Ma sarebbe il caso di cominciare a lavorare al più presto per difendere la credibilità di quelle Nazioni Unite che, da più cinquant'anni, sono uno dei pilastri della nostra politica estera.