Mostre
Mirko e il viaggio nel mito
In questi giorni alla Casa Italiana Zerilli Marimò si respira un'atmosfera quasi sacrale tra le minute sculture di Mirko Basaldella. La New York University dedica infatti fino al 31 maggio - nel delizioso palazzetto al 24 West 12th Street - all'artista udinese del Novecento italiano, una raffinata mostra retrospettiva intitolata "Mirko - tra Archetipo e Mitologia".
Sono presenti 30 tra le opere più intime e di piccole dimensioni di questo artista, considerato tra i più interessanti esponenti della scultura italiana nello stratificato contesto artistico del nostro dopoguerra. Si tratta di 15 sculture per lo più in bronzo e 15 tra disegni, bozzetti e tele, prodotte tra il 1937 ed il 1968, anno che precede la sua morte, avvenuta nel 1969 a Cambridge, Massachusetts.
L'immediata sensazione che si prova entrando nei locali dell'esposizione, è quella di una ricercatezza tutta italiana, insieme antica e moderna, che mette il visitatore a proprio agio per il senso di riconoscimento ed appartenenza ad una cultura che viene da spazi e tempi lontani. Le sale della rassegna sono raccolte e le sculture -in particolare quelle degli Anni Cinquanta- fanno capolino dalle loro teche come delle steli astratte, emblemi primordiali dell'uomo che evocano immagini primitive.
E' Stefano Albertini, Direttore della Casa Italiana Zerilli Marimò, che ci introduce alla mostra raccontandoci la motivazione che ha spinto la Casa ad ospitare le opere di quest'artista: "La Casa continua con questa mostra su Mirko Basaldella (Mirko) la sua opera di capillare esplorazione della scena artistica contemporanea italiana, portando all'attenzione del pubblico americano gli artisti più significativi di questa feconda stagione". Questa mostra segue infatti quelle già dedicate a Lucio Fontana, Carla Accardi, Achille Perilli, Carlo Guarienti e precede un'importante retrospettiva dedicata al fratello di Mirko - Afro Basaldella - prevista per il prossimo autunno.
Lo spettatore può accostarsi alla mostra di Mirko seguendo idealmente una linea emotiva ed avventurandosi in un vero e proprio viaggio nel "Mito". Mito che sarà il tema dominante in tutta la sua produzione artistica e che rimarrà una costante fonte di ispirazione. Il Mito parla infatti una lingua che, almeno a livello sommario, è nota a tutti ed è un'evocazione di emozioni e di immagini potenti, di icone che servono da filtro culturale e che fanno riaffiorare i lineamenti delle forme antiche. Esattamente come le sculture di Mirko.
Icaro, Efigenia, Antigone, Mosè, Elettra, David, Salomone sono i titoli evocativi di molte delle sculture visibili in mostra. "Più che sculture appaiono come maschere che potrebbero, a volte, durante cerimonie sacre, essere indossate" si legge nell'elegante catalogo che accompagna la mostra - curato da Renato Miracco - che offre una preziosa chiave di lettura per comprendere e contestualizzare l' opera di Mirko.
Su un piano prettamente stilistico e formale le opere evidenziano la costante ricerca da parte dell'artista di un equilibrio tra la tradizione classica - con riferimenti a scultori rinascimentali da Donatello a Michelangelo - e le tendenze astratte di matrice ‘cubista'. La conoscenza di prima mano dell'opera di Picasso avvenne sicuramente in occasione dell' Esposizione Universale del 1937, a Parigi, dove Mirko si recò insieme al fratello Afro.
Ciò che del Cubismo affascinava Mirko era il fatto che il cubismo avesse rotto la prospettiva geometrica del Rinascimento, sostituendola con la quarta dimensione del Tempo, secondo le allora recenti scoperte teoriche di Einstein sulla relatività.
In mancanza delle sue opere monumentali - tra le quali spiccano il Cancello delle fosse Ardeatine a Roma e la Croce dedicata ai Caduti italiani a Mauthausen - il garbo delle opere esposte alla Casa Italiana ha il pregio di mettere delicatamente il visitatore a contatto con la grandezza di questo artista e soprattutto con il suo ruolo nell'arte contemporanea italiana.
La mostra, che si svolge in due tappe-una americana ed una italiana- risponde pienamente all'intento di risvegliare la coscienza critica nei confronti di uno dei più importanti, ma subito dimenticati, artisti del Novecento Italiano, ponte tra una realtà americana - fu direttore infatti del Design Workshop della Harvard University - ed il complesso panorama artistico del nostro dopoguerra.





