A modo mio

Leonardo chi era costei?

di Luigi Troiani

Cominciamo dalla cronaca. Scrivo il titolo che avete appena scorso, e Windows cambia automaticamente il nome del sommo da Vinci in "leopardo". Insisto, non s'è mica scimunito ‘sto Bill Gates, ma Bill insiste anche lui.

 Visualizzo la correzione automatica e scopro con raccapriccio che il nome del Nostro non compare nella memoria del pc. Tranquilli, ho provveduto, con buona pace dell'incultura di programmatori e tecnici. Questo per dire dei nostri giorni, e riandare insieme a mezzo millennio fa, quando Leonardo da Vinci realizzava il dipinto passato alla storia con il nome di Gioconda. Tutto è stato scritto di quella tela, ma il suo sorriso resta mistero. Non casualmente nella fase decisiva della Seconda guerra mondiale, nel 1943, Radio Londra bisognosa d'un codice indecifrabile per un messaggio chiave, trasmise il celebre "La Gioconda conserva il suo sorriso".

Ma chi era la donna ritratta da Leonardo? Dopo ipotesi bizzarre (la più simpatica disse che la modella sarebbe stato un modello, un lui efebico e strabico), sembra accertato che si trattasse di  Mona Lisa Gherardini, sposata nel 1495 al nobile fiorentino Francesco di Zanoli (di Bartolomeo) del Giocondo. Con i nomi ci saremmo, visto che il personaggio del quadro viene da sempre chiamato "Monna Lisa" o "La Gioconda". Peraltro sono rintracciati anche i discendenti, in recente tenzone su giornali e riviste per le rispettive rivendicazioni gentilizie (v. l'esibizione di Natalia Strozzi in Style Corsera, e la castigata intervista di Raffaello Gherardini in Oggi7 del 18 febbraio).

Resta l'enigma dell'ineffabile sorriso; cosa racchiudeva? Lisa aveva 24 anni quando posò la prima volta: la proverbiale cura del maestro toscano nel perfezionare le opere, ma probabilmente anche l'incapacità di staccarsi da tanta bellezza, mise termine alle pose soltanto dopo quattro anni. In quattr'anni le persone si svelano: Leonardo ne fece forse un segno dell'eterno femminino, ricco ambiguo inafferrabile. L'enigma del sorriso attraversa i secoli, e fa tutt'uno con il magnetismo che l'opera continua a promanare: basta passare al Louvre e rimirare gli spettatori in fila (ahi i giapponesi!) estatici davanti al vetro antiproiettile che la protegge. E' anche quel fascino e i desideri che scatena, ad aver messo a repentaglio, in più occasioni, la salute del quadro. L'ultima volta accadde nell'agosto 1911 quando il connazionale Vincenzo Perugia (o Peruggia) sottrasse il dipinto al museo di Parigi e lo riportò in Italia come rappresaglia per i tesori artistici sottrattici da Napoleone. La Francia fu sconvolta dal furto, al punto che il governo chiuse i confini sospendendo i passaggi di frontiera. Tale era la complessa fama della donna del Louvre che l'ordine costituito, prima di capire chi fosse l'autore di tanto affronto, se la prese con i movimenti artistici d'avanguardia, arrestando poeti avanguardisti come Apollinaire e coprendo di sospetti lo stesso Pablo Ricasso. Il caso fu risolto da Roma che fermò il patriottico ladro e lo condannò a qualche anno di carcere: la tela tornò in Francia, a quasi due anni e mezzo dal furto.

Oltre che della bellezza ambigua e catturante della sciura Gherardini, la tela è figlia del genio di Leonardo, nono nella speciale classifica Mille anni Mille persone stilata da quattro accademici statunitensi all'inizio del presente millennio. Più che interrogarsi su Gioconda, è forse opportuno chiedersi chi fosse Leonardo, genio poliforme del Rinascimento senza eguali nella storia nazionale. La sua grandezza sta nell'aver saputo interpretare la potenza divina della geometria e dei numeri (fu architetto e scienziato), vestendoli di colori, profumo, atmosfere.