Analisi

Sul finale Europa senza sprint

di Valerio Bosco

Ormai questione di giorni. Probabilmente la prossima settimana sapremo se l'Unione Europea è riuscita a trovare un'intesa sulla presentazione di una risoluzione in favore di una moratoria universale sulla pena di morte nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite tutt'ora in corso.

O se, con nuova inspiegabile prudenza, deciderà di puntare sull'apertura della nuova sessione di settembre attribuendo un mandato specifico alla prossima presidenza di turno dell'UE che sarà assunta dal Portogallo a partire dal primo luglio 2007.

Incomprensibilmente, nonostante il chiaro mandato già ricevuto dal Parlamento europeo di Bruxelles, la Presidenza tedesca sembra aver infatti "tirato il freno a mano" sull'iniziativa avviata (tardivamente e timidamente) dal governo italiano sotto la pressione dei radicali e di una spinta eccezionale dei media e dell'opinione pubblica. E dire che anche una prestigiosa Organizzazione non governativa come Amnesty International, tradizionalmente scettica sulla possibilità di ottenere i consensi necessari all'approvazione della moratoria all'interno del Palazzo di Vetro, è sembrata sbilanciarsi non poco nel corso delle ultime settimane.

Proprio Roma, teatro di una massiccia mobilitazione contro la pena capitale nella domenica di Pasqua, è stata scelta da Amnesty come il luogo di presentazione dell'ultimo rapporto sullo stato delle esecuzioni capitali nel corso del biennio 2005-2006. Un rapporto in cui le tante ombre sono accompagnate da segnali incoraggianti. Pessime notizie arrivano dal Medio Oriente: mentre in Iraq, dal 2004 ad oggi, sono state decretate 270 condanne a morte - almeno cento sarebbero state eseguite nel corso del 2006 - l'Iran ha raddoppiato il suo score portando sul patibolo 177 persone. La Cina continua a guidare la speciale classifica: Amnesty avrebbe documentato almeno 1000 condanne a morte, una stima però "ottimistica" che non può tenere conto dei dati nascosti e secretati dalle autorità di Pechino sull'uso quotidiano della pena capitale. Nonostante ciò, gli attesi Giochi Olimpici di Pechino del 2008 potrebbero contribuire ad un processo di revisione delle condanne a morte da parte del regime comunista.

Non mancano, come detto, notizie positive: negli stessi Stati Uniti, presentati spesso come il "boia più spietato", si registrano ormai "solo" una cinquantina di esecuzioni l'anno - l'1% del totale annuo - cifra assai bassa se confrontata con le migliaia che avvengono in Cina o in Iran. In uno degli Stati americani più fermi nel ricorso alla pena capitale, la Florida, il governatore Jeb Bush ha addirittura proclamato, lo scorso dicembre, una sospensione delle esecuzioni disponendo altresì la formazione di una commissione per considerare l'umanità e la costituzionalità delle iniezioni letali. In New Jersey, proprio in questi giorni, l'idea di sostituire la pena di morte con il carcere a vita - anche in relazione a crimini gravissimi come omicidi o atti di terrorismo - è stata rilanciata grazie all'attivismo dei democratici locali. Altro risultato di grande rilievo nel corso degli ultimi mesi è stata l'abolizione della pena capitale nelle Filippine dove la decisione è stata accompagnata dalla più importante conversione di pena nella storia, con ben 1200 condanne a morte trasformate in detenzione. In Africa sono invece solo sei i Paesi che avrebbero eseguito condanne morte nel corso del 2006. Complessivamente, il numero delle esecuzioni nel mondo è calato dalle 2.148 del 2005 alle 1591 del 2006: una tendenza indubbiamente positiva.

Ancora dall'Africa sono arrivate in questi ultimi giorni le ultime adesioni alla dichiarazione d'intenti in favore della moratoria contro la pena di morte: il Gabon è stato l'ultimo Paese del continente ad aderire al fronte abolizionista che ormai raggiunge circa 90 Paesi Membri dell'ONU. L'attivo Sud Africa del Presidente Thabo Mbeki si è infine reso disponibile ad essere uno degli Stati leader per la presentazione di una risoluzione contro la pena di morte sponsorizzata da una coalizione mondiale di Paesi dei diversi continenti. Queste segnali fanno intravedere un barlume di speranza per i tanti dead men walking e si sommano a dati incontestabili: dal 1997 al 2005, ben 101 Paesi membri dell'ONU hanno votato a favore delle risoluzioni per la moratoria della pena di morte presentate all'interno della Commissione sui Diritti Umani che ha sede in Svizzera, garantendo ormai annualmente una larghissima maggioranza. Appare peraltro chiaro che diversi Paesi che non applicano più la condanna capitale, ma che tuttavia non l'hanno formalmente abolita nei rispettivi ordinamenti continueranno ad astenersi giocando così in favore del fronte abolizionista.

Di fronte a questi segnali positivi, la scelta della Presidenza tedesca dell'UE è stata quale di inviare un complesso questionario ai vari firmatari della Dichiarazione sin qui firmata da 90 Paesi: un set di domande che non fa altro che ritardare il lancio concreto dell'iniziativa e ignora la necessità di sfruttare l'attuale ed estrema popolarità della battaglia nell'opinione pubblica internazionale e nella società civile. La timidezza dell'UE sulla moratoria si unisce comunque alla sua debolezza: la settimana prossima, la Bielorussia, unico Paese del vecchio continente a praticare la pena di morte, rischia di essere eletta nuovo membro del Consiglio dei Diritti umani. La Bielorussia è candidata assieme alla Slovenia per i due seggi messi in palio per il gruppo regionale dell'Europa dell'Est nel quale sono compresi anche diversi Paesi membri dell'Unione.

Proprio per fare campagna in vista delle imminenti elezioni il sotto segretario agli esteri Vittorio Craxi ha trascorso 4 giorni al Palazzo di Vetro dal 7 all'11 maggio: la questione della pena di morte sembra esser stata colpevolmente esclusa dell'agenda newyorchese e la visita è stata piuttosto una caccia degli ultimi voti necessari all'Italia per battere la concorrenza di Olanda e Danimarca (solo due seggi sono in palio per i Paesi dell'Europa occidentale. Uno dei tre Paesi rischia di restare fuori). Come le altre diplomazie europee, quella italiana sembra dunque avere già abbandonato l'idea di accelerare l'iter per la presentazione della moratoria: in tema di diritti umani, la priorità decisa a Bruxelles è quella piuttosto di fare pressioni sui membri dell'ONU per evitare che l'ultima dittatura e tirannia d'Europea, la Bielorussia di Aleksandr Lukašenko, riesca ad entrare nel Consiglio dei diritti umani. Un obiettivo che l'UE potrebbe conseguire con maggiore facilità se, probabilmente, invece di biasimare dietro le quinte le nazioni disposte a dare il loro voto alla Bielorussia, incoraggiasse sin d'ora i Paesi del gruppo regionale dell'Europa orientale, con record meno allarmanti in materia di rispetto dei diritti umani, a competere con l'ex repubblica sovietica nel tentativo di sottrarle i voti necessari ad entrare nell'organo ginevrino. Si tratterebbe di un esercizio lodevole, capace di difendere la credibilità delle Nazioni Unite e quella nozione di multilateralismo efficace celebrata ripetutamente nei documenti e nei trattati dell'Unione.