Temi e dibattiti
Il Nuovo Mondo nel basement
Una casa due cucine... un flashback che mi ha riportato indietro di vent'anni, quando forse è stata l'ultima volta che in Italia ho visto una casa con doppia cucina.
L'incontro organizzato al Calandra Institute at Queens College "Una casa, due cucine: The Italian Immigrant Home with Two Kitchens in North America" con Lara Pascali, fellow per il programma Winthertur in "Early American Culture", in Delaware, è stato illuminante, ha risposto ad un interrogativo che mi ero posta nell'infanzia con la spontaneità di quegli anni e che avevo tuttavia rimosso non avendo trovato una risposta. Già, perché una doppia cucina? A cosa serve tenerne "impacchettata" una e usare solo l'altra? Chiacchierando con Lara Pascali ho scoperto che lei si è chiesta la stessa cosa e da qui è partita la sua ricerca. Lei ha analizzato i casi di italiani che vivono negli Stati Uniti e Canada, in particolare nelle aree di New York, Toronto e Montréal, la cui struttura tipo era rappresentata da un primo piano, con appunto una cucina, e un basement con un'altra. Più che un basement, un vero e proprio spazio abitato al cento per cento che spesso sostitutiva completamente lo spazio al piano superiore. «Ricordo - dice Lara - di essere andata a cena a casa degli amici italiani dei miei genitori e di essere sempre stata ricevuta nel basement. Anche le feste, come le comunioni, i fidanzamenti o altro si tenevano nel basement. A dir la verità, prima di iniziare questa ricerca, non avevo mai visto il primo piano di molte di queste case. Ero sempre entrata dal retro o dalla porta laterale e poi direttamente nel basement, la cui cucina per me era diventata lo spazio che io associavo con la comunità italiana e dire che nei miei viaggi in Italia non ho mai visto una casa con due cucine. Allora ho cominciato ad indagare. La cosa curiosa è che tra la comunità italiana è qualcosa di scontato e non sembra così sorprendente o tantomeno interessante, è "semplicemente così". Tutti hanno due cucine. Ma al di fuori della comunità, sono in pochi a sapere dell'esistenza delle due cucine. Il fenomeno è una di quelle pratiche sorprendentemente comuni e tuttavia straordinarie, visibili e tuttavia invisibili, che direi è fondamentalmente ideologico. Attraverso l'analisi di queste pratiche riusciamo a capire certi comportamenti». In particolare, Lara Pascali ha trovato spunti che offrono un'introspezione nell'esperienza delle immigrate donne in Nord America e intervistandone alcune sono emersi aspetti legati ai concetti di comodità, libertà, controllo. "Non lo so. Mi sento più... comoda" - ha detto una di loro e come ha commentato poi Lara: «Per le donne italiane, la cucina del basement è uno spazio liberatorio, libero dalle costrizioni delle formalità e dalla tradizionale divisione delle stanze. "Sopra mi sento rinchiusa, nel basement mi sento libera" - ha spiegato un'altra. Separando il piano superiore da quello inferiore, e concettualmente gli spazi "puliti" da quelli "in disordine", le donne italiane hanno dato un significato allo spazio domestico e hanno adattato le loro case alla loro visione della proprietà e dell'ordine, visto che loro erano le principali responsabili della pulizia della casa e del cucinare». Lara ha anche sottolineato che di solito gli immigrati italiani del dopoguerra compravano una casa a due piani con basement da sistemare e usavano la cucina del primo piano per cucinare e mangiare fino a che non avevano abbastanza soldi per finire il basement e dotarlo di una seconda cucina, un soggiorno e una stanza da pranzo. A questo punto la famiglia si "trasferiva" e il basement diventava il posto principale dove si viveva. E' il caso dei D'Aloisio, una famiglia italiana immigrata in Canada a metà degli anni 50', i quali dopo anni di sacrifici sono riusciti a comprare una casa nel 1963 e solo nel 1975 sono riusciti ad ultimare il basement. Questo testimonia quanto fosse importante la cucina del basement e come fosse un obiettivo a cui miravano molti italiani. Lara Pascali ha svolto un lavoro eccezionale, prima perché nessuno l'aveva mai fatto, secondo perché ha scavato nella concezione degli spazi che avevano gli immigrati italiani. E' stata altrettanto positiva la reazione del pubblico presente al Calandra Institute. Per alcuni semplicemente un "rivivere" le loro pratiche quotidiane, per altri, incluso la sottoscritta, l'aprirsi di un nuovo orizzonte che si è tradotto nella risposta, come accennavo all'inizio, a molti interrogativi e all'aggiunta di un ulteriore tassello al mosaico "sconfinato" che porta alla comprensione dell'esperienza italo-americana.
I prossimi appuntamenti al Calandra Institute sono lunedí 7 maggio alle 6pm con "Seeing Immigrant Growth Machines in Little Italies and Chinatowns" - Tarry Hum, Queens College , and Jerry Krase , Brooklyn College ed "Italian vote abroad" A symposium che si terrá tuttavia al Cuny Graduate Center, 345 5th Avenue, stanze 9004-9006 dalle 10am alle 5pm.





