Temi e dibattiti

Città, strumento di propaganda

di Monica Mascia London

La città è un discorso, e questo discorso è realmente un linguaggio", diceva Lewis Mumford, il grande storico dell'urbanistica.

Ed è proprio la "polis" nel significato più originario di unità politica autonoma (che oggi chiameremo stato) ad assumere un valore emblematico e rappresentativo per comprendere le dinamiche più profonde del rapporto tra l'uomo e la realtà storica. Questo è il filo conduttore che emerge dalla conferenza tenutasi venerdi e sabato scorso alla Italian Academy della Columbia University dal titolo: "Polis and Politics, Italian Urbanism Under Fascism" promossa dalla Graduate School of Architecture, Planning and Preservation e dal Dipartimento di storia dell'arte della Columbia University.

Progettato e organizzato da tre studenti dottorandi, Andrew Manson, Lucy Maulsby e David Rifkind, l'evento nasce dall'intento di focalizzare l'attenzione sul rapporto -spesso contraddittorio e ambiguo- tra la politica fascista e la città come luogo di "autorappresentazione" e di strumentalizzazione ai fini politici. In particolare, ci si chiede in che modo e secondo quali valenze la politica ha esercitato un'influenza così potente presso le opere di architetti, letterati e artisti del tempo, e quali le conseguenze socio-culturali ad essa correlate.

La conferenza accoglie una serie di interessanti interventi presentati da professori di storia dell'arte, architettura e storia dell'architettura, specializzati in tematiche relative alla relazione tra il fascismo e l'architettura: un binomio di ampio interesse storico, culturale e sociale che ha colto l'attenzione di molti studiosi e letterati del passato e che tuttora continua ad esercitare un particolare interesse in ambito accademico.

Ad aprire la conferenza è il direttore dell'Italian Academy e professore di storia dell'arte della Columbia University, David Freedberg, il quale ricorda con tono quasi commemorativo la donazione di alcuni mobili - tuttora presenti alla Casa Italiana della Columbia- ad opera di Mussolini in omaggio alla tanto amata comunità italo-americana. Dopo i saluti e un breve intervento da parte di Mark Wigley, il capo del dipartimento della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation, la parola passa a Patrick Anthony Cavaliere, professore di storia della Laureatian University del Canada e professore associato dell'Università La Sapienza di Roma. L'attenzione del prof. Cavaliere si focalizza sul rapporto tra l'architettura monumentale e la sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, distinguendo due immagini di Mussolini che corrispondono rispettivamente a due diverse fasi: la prima - che si snoda dagli anni venti agli anni trenta - più propriamente dinamica e trasformista, e la seconda definita dallo storico "neolitica", caratterizzata da una fanatica esaltazione nazionalistica e dalla mitizzazione della propria immagine come il Cristo della nuova religione.

E' in questa seconda fase caratterizzata da un vero e proprio "fanatismo dogmatico", sostiene Cavalieri,  che "avviene una vera e propria sacralizzazione della politica: il fascismo diventa movimento di massa e si propone come manifesto della nuova Religione del paese". E quali sono le conseguenze e gli effetti di questa politica nella fisionomia geopolitica del tessuto urbano? La città diventa protagonista in assoluto dei cambiamenti politici apportati dagli ideali del fascismo e viene sottoposta ad un processo di drastica trasformazione. Il discorso puntuale e attento dello storico viene accompagnato dalla potenza visiva di immagini che ricostruiscono in ordine cronologico alcuni dei momenti più significativi del fascismo italiano.

A completare il percorso per immagini Cavalieri conclude presentando un film di grande interesse e valore storico, rilasciato solo recentemente dal governo Berlusconi: "La Roma di Mussolini", diretto dai registi Leonardo Ciacci e Leonardo Tiberi e prodotto dall'Istituto Luce nel 2003. Come sostiene Cavalieri "il titolo del film non è una frase convenzionale. Mussolini da vita ad una vera e propria opera di ricostruzione e modernizzazione della città e del relativo assetto urbano".

L'ideale è quello di un'architettura razionale basata sui principi di rigore, di economicità e di funzionalità. Si demoliscono i borghi antichi, si aprono nuove vie nel centro, si aprono case popolari nei sobborghi periferici della città secondo un'ideale di accentramento del potere e di suddivisione gerarchica della società. E' ancora Cavalieri ad aggiungere che "Il regime totalitario del fascismo si serviva dell'architettura per autorappresentarsi, in quanto ne aveva compreso il valore pubblico".

Un patto basato sulle immagini è proprio quello che emerge dalle scene inedite del film girate tra gli anni venti e trenta, dove i cantieri in festa, le celebrazioni dai tetti delle case in demolizione per aprire le nuove vie della città e l'acclamata figura del duce munito di piccone, rendono quel patto sempre più esplicito. E' stata la "furia costruttrice" di Mussolini, così come l'ha definita l'architetto razionalista del regime Munzo, a proclamare la nuova era del cambiamento e della modernizzazione secondo i principi di ordine e di rigore stilistico.

L'architettura urbanistica rivela dunque i punti di forza del governo totalitarista del fascismo, ma allo stesso tempo ne rivela i caratteri contraddittori ed effimeri, in quanto non seppe alla fine darsi uno stile proprio, restando a lungo prigioniero di indecisioni e ambiguità.

La seconda giornata della conferenza affronta più dettagliatamente il tema del rapporto tra lo spazio urbano e quello rurale e il tema dell'industrializzazione come linguaggio culturale dell'epoca. Tra gli interventi più interessanti ci sono quelli di Tom Avermaete e Filip Geerts, il primo architetto e il secondo professore di architettura dell'università di TU Delft, i quali pongono l'accento sulle immagini simboliche che popolano le opere dei futuristi - centrali elettriche, stazioni ferroviarie, giganteschi translatantici, multiplani volanti e treni proiettili - in quanto è proprio attraverso il loro linguaggio figurativo che in qualche modo possiamo avvertire il passaggio netto, nella percezione dello spazio e del tempo urbani, tra moderno e postmoderno. Così come sostengono i due storici è proprio la necessità di utilizzare i nuovi materiali prodotti dall'industria e di tener conto della concentrazione spaziale degli impianti e delle forze produttive, a determinare questo nuovo modo di rappresentazione dello spazio promosso dalla politica industriale del governo fascista.

Il razionalismo, l'architettura del ventennio fascista, ha lasciato anche in un contesto internazionale tracce profonde. E' su questo tema che il console generale d'Italia Antonio Bandini,  già ambasciatore in Eritrea nel 1998, inaugura con grande coinvolgimento la terza sessione della conferenza. L'attenzione si rivolge all'opera colonizzatrice del fascismo e al rapporto tra lo spazio dei coloni e l'attività ricostruttrice e modernizzatrice del regime. E' lo stesso Bandini a sostenere che "oltre che in molte città italiane, interventi notevoli sono stati fatti in Libia, Eritrea ed Etiopia. Ciò che caratterizza questi progetti è la grande possibilità di sperimentazione e il particolare stile europeo mediato dalle tradizioni africane che li caratterizza".

Era l'utopia di Marcello Piacentini, uno dei più importanti architetti razionalisti del regime: costruire nelle colonie d'oltremare- all'epoca poco più che villaggi rurali- palazzi comunali, scuole, ville, grandi resort, cinema, piazze, presidi militari e perfino moschee secondo questo canone. Mentre in Italia venivano fondate nuove città nell'agro pontino, anche nel cuore del Mediterraneo islamico, a Tripoli, Asmara, Gondar, gli italiani esportavano uno stile.