Cinema

Visto al Tribeca/"Passio" di Paolo Cherchi Usai. Concerto in memoria delle immagini

di Letizia Airos

Sabato 28 aprile abbiamo visto "Passio" di Paolo Cherchi Usai. Se ne parlava da giorni nell'ambiente cinematografico newyorkese. Cinque proiezioni speciali sponsorizzate dal Tribeca Festival, veri e propri film-evento.

Siamo entrati nella sala a pochi attimi dal suo inizio. L'impatto era forte. L'ambiente nella  cattedrale di St. John the Divine, a due passi da Central Park, era superbo. Un maxischermo era montato all'interno dell'imponente edificio neogotico. Immediatamente sotto si esibivano un'orchestra da camera e le voci del Trinity Choir dirette da Paul Hillier.

Il pubblico newyorkese appariva particolarmente curioso, del resto l'attesa per quest'opera d'avanguardia era cresciuta grazie ad una recensione molto positiva di Stephen Holden sul "New York Times".

Il noto critico ha fatto notare, tra l'altro, che una caratteristica importante  di "Passio" si trova nel fatto che l'ego personale di chi l'ha realizzata è lasciato in secondo piano.  Vogliamo partire da questa considerazione per provare a descrivere "Passio". Si tratta di un'opera difficile da raccontare, va vista. E' un lungometraggio ‘corale' strutturato esclusivamente per la proiezione con musica dal vivo, dove tutti i piani vengono messi in gioco. Ascolto e visione si fondono e si contrastano, scompaiono e riappaiono. Un'elegia musicale e di immagini, con fotogrammi interrotti da pause per far parlare da solo il superbo accompagnamento musicale.

Ci si chiede quasi subito: film o concerto, o tutti e due? E poi ci si accorge che forse la risposta non è importante. Una cosa è certa, non solo l'ego dell'autore appare in secondo piano,  non esistono gerarchie e viene meno anche il concetto convenzionale di colonna sonora che accompagna un film.

Passio, la composizione dell'estone Arvo Pärt (1982) incentrato sulla morte di Cristo dal Vangelo di Giovanni, è considerato  uno dei capolavori musicali del ventesimo secolo. Le sue note di forte impatto emotivo scandiscono un film sicuramente violento  ma che ha anche un intento mistico. Vengono usate immagini risalenti all'inizio del secolo, con tutte le crepe del tempo, annebbiate, già lontane dal nostro immaginario. Veri e propri fantasmi mossi dalla tecnica cinematografica ai suoi albori.

La "morte del cinema" è confrontata da Usai con il testo evangelico ripercorso da Pärt,  e la sua opera diventa  una sorta di meditazione a-religiosa. La memoria collettiva  viene meno con la morte delle immagini.  74 minuti dunque di frammenti cinematografici muti,  accuratamente selezionati. Frammenti, a volte anche sgradevoli a vedersi, molte ad esempio le sequenze di interventi operatori. Immagini che vogliono testimoniare diverse espressioni legate all'intolleranza  nel ‘900.  Che sia  politica o razziale,  dovuta ad esperimenti scientifici o alla sofferenza umana che viene utilizzata per far divertire. Usai propone un percorso di meditazione, allo spettatore viene offerta un'atmosfera che noi abbiamo trovato simile a quella che si vive nel corso delle via Crucis il venerdì santo. Si rimane quasi come flagellati dalle immagini delle stazioni di Cristo. Ma non c'è certo afflato di fede.

 "Il film deve parlare da sè. Sta allo spettatore decidere la connessione tra immagini e musica. Io ho seguito il testo del Vangelo secondo Giovanni".  Questo dice del suo lavoro  Usai . E  forse prima di tutto il suo film è un invito a riflettere sulla crisi della cultura  del ‘900 che è diventata sostanzialmente cultura visiva. La maggior parte  delle immagini realizzate ogni anno scompaiono per sempre dalla  memoria collettiva. Per questo nel suo lungometraggio Usai riscopre e ripropone pellicole d'archivio provenienti da cineteche di tutto il mondo, dalla Nuova Zelanda all'America Latina.

Due parole sul finale del film. L'attesa procurata dall'incedere di immagini  spesso forti e in un certo senso destabilizzanti forse non rimane pienamente appagata dalla scelta che il regista ha riservato alle ultime scene. Usai ci porta in una sala operatoria dei primi del Novecento e ci fa assistere ad un parto cesareo, per poi mandare indietro la pellicola, con un effetto rewind che fa ritornare il bambino nel grembo materno. Come se non volesse nascere dopo aver visto  ciò che c'è fuori? Ciascuno può dare la sua risposta, come vuole il regista, ma resta il fatto che l'espediente del rewind è un po' troppo banale per concludere un'opera di intento così colto e raffinato.