Libri

La Roma di Augias a New York

di Gina Di Meo

Storie, segreti, luoghi e personaggi di una capitale, o meglio della capitale, di Roma, la città eterna.  Dopo Parigi, Londra, New York, Corrado Augias stavolta gioca in casa con "The secrets of Rome" (Rizzoli Ex Libris 2007), già pubblicato in Italia nel 2005, e ora arriva anche negli Stati Uniti nella versione tradotta in inglese. Il volume è una rivisitazione di luoghi indimenticabili, ma non solo come lo stesso autore ci spiegherà.

Augias, giornalista e scrittore, per diversi anni all'estero come inviato speciale per "L'Espresso" "Panorama", "La Repubblica", quotidiano per il quale tutt'ora collabora curandone la pagina delle lettere, è stato ospite dell'Istituto Italiano di Cultura per presentare il suo libro, occasione durante la quale siamo riusciti a scambiare qualche battuta con lui. La discussione ovviamente si è estesa ad altre tematiche, d'altro canto un'opera del genere si presta ad analogie con la situazione attuale in Italia e non solo. Ma qual è la peculiarità di "The secrets of Rome", perché non è la solita guida alla scoperta della capitale?

"Il mio libro è diverso - ci spiega Augias -  perché racconta le vicende di Roma con una tecnica mista. Da una parte ci sono i dati, le date, i nomi, i fatti, storicamente fondati, dall'altra il tono è quello di un romanzo".

E direi un ottimo romanzo giallo...

"Sí, esattamente perché Roma è una città nera, delittuosa, basti pensare che il suo mito è nato con un fratricidio, Romolo che uccide Remo e diventa il primo re di Roma, cosí come è successo con l'origine della specie, Caino che uccide Abele. E quando all'origine di qualcosa, c'è un atto crudele come un fratricidio, vuol dire che le sue radici affondano in una material intrisa di sangue, di delitto".

Nel suo libro lei racconta 27 secoli di storia romana, se dovesse fare un gioco di associazioni, quali personaggi del presente assocerebbe a quelli del passato? Chi potrebbe essere una novella Lucretia Borgia ad esempio?

"Non mi sento tanto di fare delle associazioni tra persone, piuttosto farei un paragone tra l'Impero romano e gli Stati Uniti, direi che ci sono diversi punti di contatto. Si è parlato spesso di "imperial presidency" riguardo agli Stati Uniti, soprattutto dopo la scomparsa dell'Urss".

Parlando di Roma, non si può non parlare di Chiesa, soprattutto oggi, alla luce di tutte le polemiche che ci sono state tra Stato e Chiesa, lei ne parla?

"C'è un capitolo dedicato alla Chiesa, in particolare si parla del passaggio da religione plebea a religione imperiale con Costantino. È in quel momento che il cristianesimo cambia, non è più religione del popolo bensì del potere, della politica. La Chiesa cattolica è l'unica al mondo ad avere uno stato sovrano, un esercito, una moneta, è l'unica monarchia assoluta rimasta sulla terra".

Perché il libro su Roma arriva solo dopo Parigi, Londra e New York?

"Perché è stato quello più difficile, sia perché Roma è una città complicata, sia perché è la mia città. È stato come scrivere della mamma, c'è stato il coinvolgimento emotivo".

Tra i personaggi di cui parla c'è naturalmente Giulio Cesare, in particolare del suo assassinio, che lei considera come il prototipo di tutti gli assassini politici.

"Sì, proprio così. L'omicidio di Cesare fu messo in atto con una congiura, perché si temeva che egli volesse restaurare la monarchia, che a Roma era considerata un taboo, una forma di tradimento verso lo Stato. In realtà Cesare pensava che quella forma di repubblica non era più in grado di amministrare l'impero, ci voleva, appunto, un impero. Non ebbe, tuttavia, la determinatezza di passare all'impero e diede solo l'impressione, è lì che è nata la congiura. Nell'ordire questa congiura, però, possiamo dire che è stato usato "un coraggio da leoni e una testa da bambini" perché non si è pensato alle conseguenze, e le conseguenze sono state circa 40 anni di guerra civile. Ci vorrà Augusto, fondatore dell'Impero, a mettere fine a tutto questo".

Lei cura su "La Repubblica" la rubrica delle lettere. Non molto tempo fa ce n'è stata una, titolata "Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista", che si concludeva con la frase "Ma voglio legalità, voglio la cultura della legalità in questo benedetto Paese, voglio che chi sbaglia paghi" e che ha suscitato diverse riflessioni, soprattutto alla luce dell'attuale situazione italiana, ma il bisogno di legalità non è una prerogativa esclusiva di alcuni schieramenti politici, non trova?

"Negli ultimi anni l'Italia, da paese di emigranti è diventato paese di immigrati, che sono circa tre milioni, un numero che la sinistra non ha saputo affrontare e gestire nella maniera corretta. Anche la Francia ha avuto questo problema ma si è posta di fronte a questo tema in modo diverso e se Nicolas Sarkozy ha vinto le elezioni è stato proprio per la sua politica nei confronti dell'immigrazione.

Una politica dura che non nega una tradizione di accoglienza generosa, ma che non si fa problemi ad elencare nel dettaglio i casi in cui i nuovi arrivati saranno immediatamente espulsi. Tornarno all'Italia, la destra affronta il problema degli immigrati in modo errato perché dice "via tutti", la sinistra, invece, non sa come comportarsi".

E non sarà anche perché a volte noi italiani abbiamo un concetto molto relativo di legalità?

"Sì probabilmente c'è un concetto molto allargato di legalità, ma ciò è dovuto alla crisi del 1992, quando dopo Tangentopoli è venuto a mancare l'equilibrio politico, che non ci sarà se non si provvederà a mettere mano all'attuale legge elettorale, che è una vera e propria trappola perché non garantisce una maggioranza assoluta".

Qual è la sua opinione sui Dico?

"È una battaglia vecchia per il riconoscimento di qualche diritto e qualche dovere che c'è in tutto il mondo, ed è incredibile che si debba ancora lottare per questi diritti, è umiliante".

Anche lei ha avuto qualche problema con la Chiesa dopo l'uscita del libro "Inchiesta su Gesù

"Io non sono stato in polemica con la Chiesa, è stata lei polemica con me. Nel libro, che ha venduto 500mila copie, io e Mauro Pesce, uno dei massimi biblisti italiani, raccontiamo Gesù dal punto di vista storico. La Chiesa ha obiettato che questo punto di vista non è corretto, non si può parlare di Gesù senza la teologia".

Perché secondo lei oggi la Chiesa tuona tanto su tante questioni se non ha nulla da temere. Mi riferisco anche all'ultima bagarre sul filmato sui preti pedofili?

"È la logica politica della Chiesa, la quale misura la sua forza rispetto allo Stato. Per ora vince, ha perso, invece, anni fa quando sono stati legalizzati l'aborto ed il divorzio".