Cinema

OPEN ROADS/ La guerra in Libia di Monicelli

di Gina Di Meo

La presenza di Mario Monicelli a Open Roads ha fatto la differenza e come avevamo preannunciato nella presentazione del suo film, il grande regista ha colpito ancora.

Desert roses ha fatto rivivere le emozioni del miglior cinema italiano, di quelle commedie che non sono "troppo commedie" e di quelle tragedie che non sono "troppo tragedie". Monicelli ha riportato sullo schermo ciò che fa la differenza tra il cinema comune ed il cinema di qualità italiano, il suo cinema, quello che coglie tutto di noi italiani.

Il maestro è stato accolto tra gli applausi in un Walter Reade Theater naturalmente tutto esaurito e immediatamente dopo la proiezione ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a fare questo film.

"Ho deciso di fare questo film - ha detto - per tre motivi, uno perché nessuno aveva mai girato un film sull'ultima guerra, due perché anch'io ho fatto la guerra in Libia, tre perché c'era questo bellissimo libro di Mario Tobino Il deserto della Libia che mi ha ispirato".

Monicelli ha anche accettato di parlare con noi separatamente il giorno dopo e non nascondiamo che abbiamo avuto qualche perplessità sulle domande, cosa gli sì può chiedere per essere originali, per non fare la solita domanda? Ci abbiamo provato.

Maestro, il suo cinema è l'antitesi di quello holliwoodiano, cosa pensa dei film americani?

"Il cinema holliwoodiano ha un grosso problema, è quello dei produttori e anche l'Oscar è un dono che si fa alla produzione e non alla qualità. Da noi, invece, i premi si danno al singolo artista".

E lei ha sfiorato per tre volte l'Oscar, cosa significherebbe per lei l'ambita statuetta?

"In concreto niente perché non è che se vinco l'Oscar comincio a lavorare o lavoro di più. Certo non nascondo che è un premio prestigioso che mi piacerebbe avere come del resto è stato dato a diversi miei colleghi".

Il suo film sarò distribuito negli Stati Uniti?

"Non so, dipende dalla produzione".

Quanto fanno bene al cinema italiano manifestazioni come "Open Roads"?

"Sono sicuramente utili perché tra le altre cose si riesce a capire anche la risposta del pubblico anche se per la maggior parte è italiano. Però qui è difficile diffondere il cinema d'éssai".

Le piacerebbe lavorare con qualche attore americano? Tra l'altro lei ha detto che da giovane è stato ispirato dalla commedia americana degli anni '30 e '40.

"Sì, mi piacerebbe lavorare con loro e aggiungo che loro verrebbero anche in Italia, ma è difficile far fare certi ruoli agli anglosassoni, non sono latini e o interpretano i personaggi che li riguardano oppure niente. Con i francesi è diverso, invece, e noi lavoriamo molto con loro. Non ho preferenza tra gli attori americani, sceglierei chiunque sia bravo ma purché gli si faccia fare il personaggio che gli è attinente".

Nel suo cast ci sono due grandi attori come Michele Placido nel ruolo di fra Simone, e Alessandro Haber nel ruolo di Stefano Strucci e c'è anche un bravo Giorgio Pasotti nel ruolo di Marcello Salvi. Cosa l'ha spinta a scegliere lui?

"Me lo hanno proposto e mi è piaciuto. Mi serviva un giovane avvenente, che in un certo senso di differenziasse dagli altri personaggi, che sono uomini brutti, bassi, insomma come gli italiani di allora".

Le rose del deserto anche se ambientato durante la seconda guerra mondiale è straordinariamente attuale perché rivela certe sottigliezze che si vedono ancora oggi quando ci confrontiamo con altre nazioni. Ad esempio, sempre nel film, i soldati italiani hanno sempre qualcosa in meno rispetto ai tedeschi.

"Il mio cinema ha sempre trattato i perdenti, gli sfigati e questo ancora di più durante una guerra".

Maestro, in passato lei ha lavorato con tutti i grandi del cinema italiani, Totò, Anna Magnani, Ugo Tognazzi, Sophia Loren, Aldo Fabrizi, Monica Vitti, solo per citarne alcuni, c'è qualcuno oggi che può essere dello stesso livello?

"C'è stato Massimo Troisi, ma purtroppo è morto anche lui. Michele Placido è sicuramente un bravissimo attore mentre tra le donne, Margherita Buy".

Pensa di fare un altro film a breve?

"Ci tenevo a fare questo, per il futuro vedremo».Nel film c'è un'esclamazione "Per il bene che ti voglio" che il maggiore Strucci, alias Alessandro Haber, ripete continuamente e che è l'essenza della comicità anche se tradotta in inglese (bless you, ndr) non rende affatto. Abbiamo chiesto a Haber se questa battuta "gli calza".

"Sì, e il mio personaggio è una persona che non c'entra con le guerre. È un acculturato, si occupa dei rapporti umani e non usa il potere. Mi è piaciuto molto interpretarlo anche se Monicelli inizialmente aveva pensato per me il ruolo di fra Simone. Io gli detto che preferivo Strucci e sono stato accontentato perché Monicelli prende gli attori che sa quello che possono dargli. Poi io e lui siamo molto amici, abbiamo fatto cinque film assieme anche se spesso durante la lavorazione ci sono stati dei momenti di tensione. È stato un po' come se lui riversasse su di me le sue ansie, dovute alle difficoltà che abbiamo incontrato durante le riprese. Ma alla fine è andato tutto bene".