Italiani in America

Un conte tra gli indigeni del Vaupés

di Generoso D'Agnese

Decimi di sangue emiliano, una stilla di sangue delle Highland scozzesi e un titolo nobiliare dal sapore austriaco. Nella famiglia Stradelli gli incroci della storia hanno costruito un bel quadro che nel 1852...

...precisamente l'8 dicembre, si arricchì di un nuovo membro. Ermanno Stradelli, figlio del notaio Francesco (divenuto conte) e di Marianna Douglas Scotti di Vigoleno (contessa di remota ascendenza scozzese) fu infatti il primogenito di una nidiata che vedrà anche Angelo, AlfonsoMaria (diverrà gesuita), Bianca, Antonietta, Luisa e Gliceria.

Nato a Borgo Val di Taro (attualmente in provincia di Parma), Ermanno mostrò fin da piccolo una irrequietezza che mal si addiceva a una famiglia imperniata sui solidi principi della ricca borghesia italiana. Impetuoso e impulsivo, estroverso e romantico, il giovane frequentò il Ginnasio nel collegio Santa Caterina di Pisa e si iscrisse successivamente alla facoltà di giurisprudenza, ma nei suoi progetti non c'erano certamente procedure penali e processi. Il ragazzo era attratto infatti dai libri che narravano di viaggi e di imprese eroiche,  di geografia e di continenti da esplorare e decise di far parte di quel mondo. Senza condividere il proprio sogno segreto, Ermanno Stradelli studiò alacremente e in poprio etnologia, topografia, farmacologia, omeopatia, botanica, zoologia e fotografia, e imparò il portoghese e lo spagnolo: un insieme di nozioni per affinare il proprio progetto di diventare geografo ed esploratore e per indirizzare la sua personale prua verso il continente africano.

Nel 1878 il giovane conte decise di rivelare i propri progetti alla famiglia, gettandola nello scompiglio. Pretesa la propria parte di eredità, accettò dal padre un solo consiglio: quello di cambiare il proprio progetto geografico spostandolo dall'Africa al Sudamerica. Il 9 aprile 1879 salpò dal porto di Bordeaux alla volta del Brasile. A 27 anni lo attendevano l'Amazzonia e la Storia.

A Manaus, Ermanno Stradelli giunse con una notevole strumentazione fotografica. Sua intenzione prima era infatti quella di documentare fotograficamente la civiltà amazzonica. Progetto che fallì quasi sul nascere. Presa residenza in Rua Marcilio Dias, a Manaus, l'italiano  decise di progettare la sua prima spedizione all'interno della foresta pluviale ma nell'ottobre del 1879 naufragò nelle acque amazzoniche perdendo tutto il materiale geografico e fotografico.

Ritornato a Manaus, l'italiano riorganizzò i suoi progetti sullo studio della lingua delle popolazioni indigene e su suggerimento del conte Alessandro Sabatini (incontrato sul Rio Amazonas) imparò decorosamente lo "nheengatu", che sarebbe diventato la sua vera arma di penetrazione nella vita dell'Amazzonia.

Nel 1881  e nel 1882 organizzò una proficua spedizione nella regione del Vaupés per arrivare infine a Pracuara. Rientrato temporaneamente in Italia per terminare gli studi di diritto e per iniziare il praticantato forense, Stradelli non riuscì a resistere alle sirene della vita selvaggia e nel 1885 pubblicò un piccolo poema (Eiara) ispirato  a una leggenda indigena. Due anni dopo sbarcò di nuovo in America ma questa volta in Venezuela con il proposito di individuare le sorgenti dell'Orinoco. Distolto dall'obiettivo dopo aver appreso del buon fine avuto da un'analoga spedizione francese, Stradelli tornò a  Manaus e dopo qualche anno tornò nel Vaupés, arrivando fino alle cascate di Yurparì. Sarà il Bollettino della Società Geografica Italiana a ricevere regolarmente le sue relazioni di viaggio, minuziosamente descritte in stile sobrio ma incisivo.

" Un viaggio nell'Alto Orenoco nel 1888", "Rio Branco" e "Dal Cucuhy a Manaos nel 1889", "L'Uaupés e gli Uaupés", "la Leggenda dell'Jurupary" vennero pubblicate tutte nel 1890 mentre  "Iscrizioni indigene della regione dell'Uaupés" ebbero la la stampa nel 1900.

Naturalizzatosi brasiliano Stradelli decise di non mettere in soffitta il suo titolo di avvocato e iniziò ad esercitare la professione forense. Dopo un breve viaggio in Italia, nel 1898 il parmense riprese ancora una volta la via dell'Amazzonia per dedicarsi con sempre più energia alle ricerche linguistiche ed etnologiche dell'Amazzonia. Saranno questi gli anni in cui egli decise di assemblare tutto il materiale raccolto in anni di viaggi e di vita con gli indigeni del Vaupés. Stradelli aveva infatti deciso di conoscere meglio questo popolo in seguito alla deleteria attività missionaria di due missionari francescani, decisi a distruggere le basi della civiltà indigena. Stradelli si era interessato in particolarmodo al culto di Yuruparì e aveva conosciuto un saggio capo discendente dei Manaos e Tariana. Mas

Maximiano José Roberto era diventato suo amico e lo aveva aiutato a ordinare criticamente gli apporti di vari altri indigeni. Grazie al lavoro di Stradelli fu recuperata la figura di Yuruparí, antico eroe legislatore, protagonista di una saga amazzonica e maestro di costumi ritualizzati in feste collettive. Il testo italiano di del conte viene usato ancora oggi come base per la comprensione della cultura amazzonica.

Pioniere dell'approccio rispettoso e paritario ai popoli indigeni, Stradelli divenne per molti un vero e proprio difensore della cultura amazzonica e l'amore per la foresta pluviale lo convinse a rimanere anche dopo aver appreso di essere malato di lebbra. L'italiano rinunciò infatti al ritorno in Italia, e scelse di vivere la terribile malattia nonostante le insistenze della famiglia; editore di altri vocabolari delle lingue amazzoniche, Stradelli si trasferì in un lebbrosario di Manaus vivendo gli ultimi anni in compagnia di mappe, manoscritti e ricordi. La morte lo colse solo e dimenticato da tutti, a 73 anni. Pochi capirono che nel 1926 si era spento uno dei più illuminati etnologi e geografi italiani, impegnato per 43 anni a difendere le culture indigene. Postume uscirono i suoi scritti  sulla "Revista do Instituto Histórico Geográfico Brasileiro" di Rio de Janeiro,  e nel 1929, " i Vocabulários portoghese-nheêngatú", una monumentale raccolta di osservazioni su ogni aspetto della cultura indigena amazzonica attraverso la língua geral del gruppo tupí. Un contributo straordinariamente scrupoloso e privo di pregiudizi sul mondo indiano dell'Amazzonia. Ma purtroppo insufficiente ad accendere la memoria distratta di un'Italia alle prese con le rovine della Prima Guerra mondiale e l'ascesa del fascismo.