Analisi

Garibaldi nel nostro "underworld"

di Robert Viscusi*

Giuseppe Garibaldi, l'eroe rivoluzionario del Risorgimento Italiano, nacque a Nizza il 4 luglio 1807, il giorno in cui si celebra l'indipendenza americana.

Questa coincidenza è sembrata dopo divenire importante sia per gli Italiani che per gli Americani. I progressisti e i radicali italiani nel tardo '800 hanno sempre mostrato grande ammirazione per questo straordinario guerriero partigiano, per l'eroe invincibile di innumerevoli battaglie in Brasile, in Uruguay, a Roma, in Sicilia e in molte altre parti d'Italia, inclusa Mentana, dove ha combattuto contro i soldati francesi che difendevano il Papa nel 1867. Molti Americani lo hanno ammirato per il suo coraggio, le sue capacità, la sua irremovibile fedeltà per la causa del popolo e della Nazione. I radicali di qualunque paese lo hanno amato per il suo indomito odio nei confronti di papi e cardinali - secondo lui gli immortali "cattivi" della storia italiana. Nel 1888, 6 anni dopo la sua morte, gli italo-americani lo hanno commemorato con una statua di bronzo di Giovanni Turini, ereggendola nel parco di New York dedicato al grande rivoluzionario americano George Washington.

La sera del 3 luglio 2007, proprio di fronte a quella statua, the "Italian Heritage and Culture Month Committee" ha sponsorizzato un concerto in onore dei 200 anni del "condottiere" - e, allo steso tempo, in riconoscimento al giorno dell'Indipendenza Americana. La statua splendeva alla luce del tramonto estivo quando il direttore d'orchestra ha alzato la sua bacchetta per dare inizio all'esecuzione musicale.

La parte del concerto dedicata a Garibaldi è venuta prima. Piuttosto emozionante, comprese le due partiture di Giuseppe Verdi, che lo stesso Garibaldi avrà ascoltato durante la sua vita - "Libiamo" dalla Traviata e la marcia trionfale dall'Aida (con quel suo tema che evoca "La Marseillaise"). Abbiamo poi ascoltato altri due brani che Garibaldi dovrebbe aver conosciuto abbastanza bene - "The Star Spangled Banner" e "Fratelli d'Italia", la marcia del Risorgimento, cantata con grande capacità da Michael Castaldo. Poi anche due arie di Puccini ("O mio babbino caro" da "La Boheme"  e "Un bel di" da "Madama Butterfly") e due canzoni napoletane fin-de-siecle ("O Sole Mio" e "Torna a Surriento") - tutti brani che Garibaldi, essendo morto nel 1882 prima che nessuno di questi brani sia stato scritto, può solo aver ascoltato dal paradiso - o qualunque sia il luogo in cui i violenti rivoluzionari anticlericali ascoltano la musica dopo la morte. L'orchestra ha avuto un po' di incertezze con le marce, ma non aveva importanza. Il soprano Deborah Longino e il tenore Salvatore Motisi sono stati all'altezza, e hanno spezzato in due il cuore del pubblico tanta la commozione.

Ma il pubblico non si stava commuovendo per Garibaldi. Di Garibaldi, per la verità, se n'è parlato solo quando il comitato ha mostrato la sua immagine sul manifesto per l'October 2007 Italian Heritage and Culture. Certamente, tutti gli italo-americani di una certa età ricordano quell'immagine incorniciata sulle pareti. E molti ricordano il suo nome dalla litania degli eroi nazionali - Cavour, Mameli, Crispi, Palma di Cesnola - vecchi nomi, del diciannovesimo secolo, che era solito sentire nelle botteghe dei barbieri della "colonia" sessanta o settant'anni fa, prima che Mussolini dichiarasse guerra agli Stati Uniti e la gente smettesse di parlare italiano ad Astoria Square o in Williamsbridge Road, e si trasferisse a Massapequa e Tuckahoe, per imparare a coltivare le loro origini andando al centro commerciale o comprando l'acqua San Pellegrino. Poco è stato detto sull'Eroe dei due mondi la notte prima del suo compleanno, e quello che è stato detto lo avrebbe sorpreso probabilmente. Qualcuno lo ha celebrato per il suo amore per Dio e la Famiglia, come se fosse stato il fondatore dei "Knights of Columbus" piuttosto che il fautore della cacciata del papa da Roma nel 1848. I cuori della gente presente erano stati spezzati dalla commozione, ma non per la guerriglia di Garibaldi.

Erano commossi perchè, come sempre è successo e succederà nell'America degli italo-americani, i cantanti hanno riportato in vita un mondo perduto, che questo pubblico ricordava ancora, un mondo dove queste canzoni si ascoltavano ogni notte. Ho conosciuto così tanti Italiani di una volta "bere" questa musica come fosse il loro bicchiere di vino giornaliero, quasi dipendenti da storie d'amore impossibili e da una nostalgia implacabile. Ascoltavano queste canzoni ed era come se ascoltassero il richiamo delle loro madri e dei loro padri dalle caverne dell'oltretomba, "Da la terra de l'ammore /Tiene ‘o core ‘e nun turna'?". Le canzoni parlavano di una tristezza talmente inesauribile che era come un trionfo. Allo stesso modo, le marce, con le loro posture, inneggiavano cosi tanto all'eroismo da essere segni evidenti di una sconfitta eterna.

La parte americana dello spettacolo è sembrata quasi un ripensamento. I cantanti (Giada Valenti, Joann Robertozzi, Lorraine Ferro) sono stati creativi ed efficaci, ma di per se non c'è stata una grande coerenza o un tentativo di richiamare la memoria collettiva. E' stato piacevole a sufficienza, ma eravamo ancora presi dalla nostra discesa verso l'"underworld".

Questo viaggio ai confini della memoria è stato un buon preavviso per l' Italian Heritage and Culture Month, che il prossimo ottobre avrà Giuseppe Garibaldi come principale protagonista. Ora che abbiamo evocato i vecchi sentimenti familiari che cosi spesso ci fanno compagnia, forse possiamo davvero cominciare a parlare della storia delle speranze e delle delusioni che hanno accompagnato noi e i nostri antenati, da quel remoto giorno di duecento anni fa, quando Giuseppe Garibaldi per primo annunciò a sua madre che no, non sarebbe stato un prete.

(Traduzione di Donato Di Bartolomeo)

* Robert Viscusi, Professore di Letteratura inglese al Brooklyn College, è autore di Buried Caesars (State University of New York Press, 2006).