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Il saluto di Antonio Bandini. La sfida dell'Italia a New York

Ministro Antonio Bandini, Console Generale a New York
di Antonio Bandini*

Accolgo con piacere l'invito dell'amico Stefano Vaccara, editor di questo periodico, a condividere con voi lettori qualche riflessione sulla mia esperienza quadriennale di Console Generale a New York...

...nel momento nel quale mi accingo a lasciare questo entusiasmante ed estenuante incarico. Lo faccio tanto più volentieri in quanto confortato dalle numerose manifestazioni di stima ed apprezzamento da tanti di voi pervenute a me e mia moglie ("il Console è un mestiere che si fa in due - ci ha fatto presente un'amica - ma quando lo si fa bene è come se si fosse in tre"). Stima ed apprezzamento, ne sono sicuro, influenzati dall'amicizia che ci lega, ma non per questo meno graditi.

A giustificazione della sua richiesta, Stefano ha citato il modo "innovativo" nel quale avrei svolto, in questi quattro anni, le funzioni di Console Generale. Anche qui, credo che la valutazione pecchi per eccesso di benevolenza. Se qualcosa di nuovo c'è effettivamente stato, ciò è dipeso soprattutto dal fatto che giunge finalmente al pettine un nodo che andava forse da tempo affrontato, quello della mutata realtà dell'immagine dell'Italia all'estero, e della natura della presenza degli italiani in questo Paese. Chi mi ha sentito parlare in pubblico di queste questioni, sa con quanta tenacia abbia insistito sul fatto che fra la mia prima esperienza consolare - trent'anni fa ero giovane Vice Console a Newark - e quella attuale tutto, assolutamente tutto, è cambiato, al punto che sembra ora di rappresentare un diverso Paese. Ricordo l'allora Console Generale Alessandro Cortese de Bosis che raccomandava a noi, giovani Vice Consoli, di parlare d'Europa, quando chiamati a parlare in pubblico, perché dell'Italia degli scioperi selvaggi, della mafia e delle Brigate Rosse era meglio che si parlasse il meno possibile. Che differenza da adesso, quando non ricevo che richieste di illustrare, nei più diversi consessi, la cultura, lo stile di vita, la produzione di qualità del nostro Paese, che suscitano grande interesse ed anche un po' d'invidia, al punto da far sì che la difesa dell'originalità della produzione italiana in tutti i campi, dalla moda ala tecnologia meccanica all'agro alimentare, sia diventata una delle nostre priorità operative. Che differenza, quando penso alla reazione di tante personalità del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo, che sentendomi presentare come Console italiano, hanno reagito dicendomi, con aria, variamente trasognata "Oh Italy...my favourite country!", passando poi a parlarmi dei loro viaggi nel nostro Paese, della loro approfondita conoscenza non solo delle grandi mete turistiche, Roma, Venezia o Firenze, ma anche di città minori, borghi e villaggi, e talvolta anche della casa che hanno acquistato o affittano sulle colline toscane, in Umbria, in Liguria o sulla costiera amalfitana.

Molti personaggi di rango di origine italiana trovano d'altra parte motivo d'orgoglio nel rivendicare le proprie origini italiane, che una volta costituivano perfino motivo d'imbarazzo. Solo per rimanere nel mondo del cinema, a tutti noto, durante questi anni ho assistito alla consegna di passaporti italiani a Francis e Sofia Coppola, a Paul e Mila Sorvino, a Robert De Niro, a Martin Scorsese, a Marisa Tomei, a Tony Lo Bianco, alla figlia di Susan Sarandon, per non citare che alcuni esempi. E lo stesso vale per innumerevoli amici italoamericani meno noti, ma sovente comunque personalità di rilievo nei rispettivi settori professionali.

La nostra lingua, fino a pochi anni fa a rischio di estinzione negli USA, non solo sta conoscendo una grande richiesta di apprendimento (il vero problema è trovare abbastanza insegnanti in grado d'insegnarla come si deve...), ma è anche diventata una specie di "status symbol" per l'élite culturale americana. Conoscere l'italiano qualifica come persona di cultura, è indice di raffinatezza personale ed intellettuale. (Ricordava William Safire, nella sua pagina settimanale sul New York Times Magazine dedicata ai fenomeni linguistici, che l'élite cosmopolita della East Coast americana, che una volta veniva definita " bligny and chably crowd" è ora divenuta nel gergo politico "the latte and biscotti crowd": non è solo in Coppa del Mondo o nell'esportazione dei vini che diamo qualche dispiacere ai cugini d'oltralpe!).

Si tratta dunque di una congiuntura straordinariamente favorevole per il nostro Paese, che ha reso il mio lavoro qui infinitamente più facile e gradevole rispetto a quello dei miei predecessori. Ma che non ci consente di riposare neppure un momento sugli allori. Godere infatti di un'immagine positiva è vano, se non riusciamo a trarne pienamente i vantaggi che possono derivarne in tutti i settori, politico, economico, culturale, turistico. I dati sono confortanti - le esportazioni italiane crescono di anno in anno, il turismo americano in Italia ha raggiunto punte mai toccate (Roma è stata, per il terzo anno consecutivo, indicata dalla stampa specializzata americana come la destinazione turistica al mondo nella quale il maggior numero di americani vorrebbe ritornare).

Non mancano però le sfide: il successo d'immagine è troppo limitato ai settori ben noto (le "tre F": food, fashion and Ferrari) a detrimento di altri, quali la meccanica di precisione, che pur costituisce di gran lunga il nostro maggior articolo d'esportazione, le costruzioni aeronautiche, nelle quali abbiamo recentemente ottenuto importanti successi, le biotecnologie, ecc. Nell'ambito degli stessi settori che dominiamo, spesso riusciamo in realtà ad incrementare le vendite solo nell'alto di gamma, perché le fasce inferiori perdono terreno a fronte di produzioni più economiche o di imitazioni. Non dimenticherò più la mia sorpresa quando, entrando in un elegante negozio di Manhattan che annunciava una presentazione di "pottery Italian style" vi ho trovato un'esposizione di vari prodotti nessuno dei quali fabbricato in Italia: la maggior approssimazione raggiunta era il Portogallo! E che dire delle mozzarelle (ovviamente non prodotte in Italia), notoriamente da consumarsi in giornata, che in alcuni casi vengono qui immesse sul mercato con scadenza semestrale...

E' in questo contesto che ci muoviamo ormai tutti, tutti noi italiani negli Stati Uniti, e tutti noi abbiamo la responsabilità di condurre un'azione, pacata ma determinata ed intransigente, a favore dell'immagine e degli interessi del nostro Paese. Di essa beneficiamo tutti: l'Italia, la sua industria e la sua cultura; gli italiani negli Stati Uniti, che oramai sono passati dallo status di "comunità" emigrata a quello di gruppo eterogeneo di professionisti, finanzieri, scienziati, ma anche artigiani e ristoratori di alto livello, insomma operatori economici attivi in tutti i settori nei quali le loro capacità professionali trovino in America un marketing adeguato; ed infine la comunità ancor più grande e variegata degli americani di origine italiana, che costituiscono oramai una parte integrale ed imprescindibile del tessuto sociale Americano, e che al suo interno ha saputo sviluppare una cultura ed un'identità proprie, che tanto ha in comune con la nostra d'italiani "d'Italia", ma che ha anche sviluppato importanti differenze e caratteristiche proprie, che dobbiamo imparare a meglio conoscere e rispettare.

E' questa comunità d'interessi, unita alla percezione univoca che dell'Italia hanno gli americani, ed in particolare la crescente comunità di quelli che possiamo ormai definire "italofili", americani che amano il nostro Paese e la nostra cultura a prescindere dalla loro origine etnica o nazionale, che c'impone sempre più di presentarne un'immagine coerente ed univoca. E' a questa necessità che si rapportano quelle novità che Stefano ha ritenuto d'individuare nella nostra politica degli ultimi anni: innnazitutto un'integrazione, a livello operativo e se non ancora legislativo, dell'operato delle varie agenzie governative italiane a New York: Consolato Generale, Istituto di Cultura, ICE ed ENIT, a cui si aggiungono la Camera di Commercio USA-Italy,  gl'istituti d'italianistica delle grandi Università, Uffici di rappresentanza a New York delle Regioni italiane, la cui intensissima opera promozionale, per alcuni versi preziosa, pone peraltro i più impegnativi problemi di coordinamento.

Mi è di grande conforto vedere come il nostro impegno in tale direzione abbia prodotto risultati apprezzabili e, soprattutto, apprezzati, dai nostri interlocutori istituzionali, italiani ed americani. Credo infatti fermamente che per gli americani esista un'Italia, e una sola, seppur con tutte le sue apprezzate varietà di cultura e civiltà: che cercare il successo in un settore - sia quello commerciale, quello turistico o quello culturale - senza curarsi degli altri (o, peggio, magari criticandone apertamente l'operato) sia una strategia perdente per tutti noi, che siamo rappresentanti dello Stato qui inviati per occuparci professionalmente di questi problemi, o comunque membri della grande comunità nell'Italia il suo punto di riferimento. Sono infatti proprio questi ultimi che, nel loro agire quotidiano, costituiscono la più forte proiezione dell'immagine italiana negli Stati Uniti. Il loro lavoro, il loro successo, uniti agli indubbi progressi realizzati dall'Italia nel suo complesso negli ultimi decenni, progressi che troppo spesso siamo portati a trascurare, sono alla base dell'immagine, così drammaticamente mutata, dell'Italia a New York. Sono lieto di poter dire che mai ho trovato difficoltà a condividere questa strategia, che certamente mia non è, ma piuttosto dettata dalla realtà che ci circonda, con i miei interlocutori, e che tutti, dai responsabili della istituzioni governative ai rappresentanti eletti della comunità, dagli studiosi di italianistica agli operatori economici e finanziari, hanno saputo adeguarvisi con entusiasmo. A tutti loro va la mia più profonda gratitudine. Se, grazie all'aiuto ed all'affetto di tutti voi, che mia moglie ed io ricambiamo dal profondo del cuore, lasceremo dietro di noi una presenza italiana più unita ed omogenea, allora credo che il lavoro svolto non sarà stato inutile. Non resta che formulare tanti auguri e guardare con fiducia al tanto che resta da fare, e per il quale auspico il miglior successo al mio successore ed a tutti i voi, che per quattro anni siete stati, consentitemi l'espressione, la "mia" Italia di New York.

*Console Generale d'Italia a New York