A modo mio

Eroe del Mondo

di Lugi Troiani

Il 4 luglio del 1807, alle 6 di mattina, nasceva a Nizza di Savoia (oggi Francia), il grande politico e guerriero Giuseppe Garibaldi. Molte le celebrazioni in corso.

Nazzareno D'Errico, sul nostro giornale, sta evocando a puntate, con ammirevole padronanza, mille e uno dettagli personali di una vita avventurosa e romantica, spesa al servizio delle proprie passioni e dell'Italia. Ted H. Jacobsen, Segretario del City Central Labor Council  di New York, che si autodefinisce massone e filatelico, ha celebrato il bicentenario disegnando e stampando uno splendido francobollo personalizzato del servizio postale statunitense. Il francobollo è stato emesso, in concomitanza con l'anniversario, nella città che nel nord e centro America ricorda il "Father of a Unified Italy": l'agglomerato urbano di Garibaldi, nell'Oregon, sulla costa del Pacifico. Tenendo presente il soggiorno del grande italiano a Staten Island, nel periodo immediatamente successivo alla morte dell'amata Anita, una cerimonia di annullamento del francobollo avrà luogo il 21 luglio al museo Garibaldi-Meucci. A fine settembre mille ragazzi, a ricordo della spedizione dei Mille, salperanno in crociera da Genova per Marsala. Ad ottobre, Napoli e Roma si immergeranno in mostre e convegni sul Nizzardo.

 Il momento più ufficiale delle celebrazioni è risuonato mercoledì scorso al Senato, con la commemorazione delle istituzioni repubblicane alla presenza del presidente Napolitano. Il discorso, impeccabile sotto il profilo formale, non ha tuttavia sciolto gli interrogativi che ancora ci poniamo sul patriota e combattente che ha infiammato cuori e menti dei generosi degli ultimi due secoli.

 Il primo riguarda il sofferto rapporto con gli altri padri della patria, in particolare re Vittorio, Cavour e Mazzini. Con gergo contemporaneo, chi dei quattro getteremmo giù dalla torre senza farne soffrire il processo risorgimentale? Anche il più indisposto verso il Generale, mai risponderebbe Garibaldi. Il regno delle due Sicilie, con Napoli e Palermo, cadde nel sacco di Cavour perché Garibaldi lo colse dall'albero maturo dei Borboni e gli inglesi non si azzardarono ad ostacolarlo; Roma è italiana perché Garibaldi insisté sino allo spasimo perché ciò accadesse. E, cosa poco analizzata, le masse contadine e proletarie della nascente (e povera) Italia unitaria, si resero fedeli alla Monarchia sabauda perché si sentirono garantiti da Garibaldi, guardato dalla venerazione popolare come un Cristo dal "sacro cuore".

 Il secondo interrogativo riguarda il rapporto di Giuseppe Maria (ma la sua Anita brasiliana lo chiamò sempre José) con la massoneria e la religione. Questione importante per un paese, il nostro, sempre pronto a rinnovare la zuffa tra guelfi e ghibellini. Agli occhi contemporanei risulta bizzarro che l'eroe dei due mondi possa essere stato insieme massone della più bell'acqua e cristiano credente e praticante. La militanza massone e l'anticlericalismo gli servivano per mobilitare l'appoggio alla causa italiana delle intelligenze e dei poteri forti del suo tempo. La profonda e genuina pietà verso Cristo era un fatto intimo, frutto dell'educazione materna e della fede. Non era certo uno stinco di santo il Giuseppe nazionale, ma si ritenne cristiano nel pieno senso della parola.

C'è in ultimo la questione del Garibaldi uomo di compromessi e ambiguità, che Mazzini detesta perché, repubblicano, ha reso forte la monarchia sabauda. Guerrigliero e soldato, Garibaldi è in realtà un realpolitico che sa sin dove può spingersi che, salvo poche eccezioni (Laguna, Roma, Aspromonte) pratica alleanze e moderazione. Per questo è apprezzato ovunque nel mondo, e ogni parte politica ritrova in lui i propri ideali.