Analisi

Pensioni: la controriforma

di Valerio Bosco

Altro che Afghanistan o base di Vicenza. Ben più che sul carattere della nostra presenza a Kabul o sulla costruzione della nuova base americana nel vicentino - temi attorno ai quali il governo di centro-sinistra è stato nei mesi scorsi ad un passo dalla crisi - è ormai sulla questione della contro-riforma della pensioni che l'esecutivo guidato da Romano Prodi sembra avere i giorni contati.

Obiettivo del partito della Rifondazione Comunista, del partito dei Comunisti italiani e dei sindacati - in particolare la CGIL - è infatti quello di archiviare una delle poche riforme (buone) varate dal passato governo di centro-destra. Ciò che si vuole eliminare è infatti il cosiddetto scalone Maroni-Tremonti, un provvedimento con il quale il governo Berlusconi aveva varato un modesto incremento dai 57 ai 60 anni dell'età pensionabile a partire dal 1 gennaio 2008. Questa riforma aveva di fatto consentito all'Italia di mettersi in linea con quanto avviene in due dei principali partners europei: in Francia si va attualmente in pensione a 60 anni con 40 anni di contributi; in Germania un recente provvedimento ha addirittura elevato a 67 anni l'età pensionabile.

Si tratta di provvedimenti che hanno avuto il merito di allineare i sistemi pensionistici e di previdenza all'allungamento delle aspettative di vita e all'ormai "istituzionale" integrità psico-fisica che caratterizza la maggior parte delle persone oltre i 58 anni. Quello che la sinistra comunista e la dirigenza sindacale chiedono è di consentire ai 58enni, già dal prossimo gennaio, di accedere alla pensione, abbinando a tale disposizione un sistema di incentivi (già dimostratisi inefficienti) per quanti invece desidereranno rimanere al lavoro. Rispetto a quanto fatto dal precedente governo italiano, a quanto stabilito in Francia e Germania, a quanto sostenuto dalle istituzioni di Bruxelles - allarmate per la tenuta dei nostri conti pubblici - si tratterebbe di un clamoroso passo indietro. Un setback segnato da precisi costi economici e sociali: nel solo 2008 si spenderebbero infatti circa 7 milioni di euro per un provvedimento che riguarderebbe poco più di 100mila persone. In particolare, in caso di abolizione dello scalone, la spesa previdenziale, nel 2050, potrebbe aumentare addirittura del 40%, facendo di fatto saltare i conti pubblici e minacciando la stessa esistenza di un sistema pensionistico per i giovani di oggi.

È stato evocato, comprensibilmente, l'ipotesi di uno scontro generazionale. Oggi, chi ha un lavoro precario - la maggioranza dei neo e post-laureati tra i 25 e 32 anni - rischia di non avere una pensione: "stupisce - ha osservato, Francesco Rutelli - uno dei leader del futuro partito democratico -  che non nasca un movimento dei trentenni capace di lanciare un'azione politica che manifesti ai sindacati e alle forze politiche la speranza di non vedere svuotarsi gradualmente le casse dell'Isitituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS)".

Tra le diverse componenti riformiste della coalizione di governo sono ormai sempre più in crescita le insofferenze nei confronti dell'intransigenza della sinistra massimalista e dello stesso premier Romano Prodi, tentato dall'idea di assecondare, per l'ennesima volta, l'ala estrema della maggioranza. Alle forti contrarietà espresse contro l'abolizione della legge Maroni da parte dello  stesso Ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa, del Ministro degli esteri Massimo D'Alema e del Ministro per il commercio con l'estero, la radicale Emma Bonino, si è aggiunta l'aperta opposizione dell'ex Presidente del Consiglio Lamberto Dini, quelle di Antonio Di Pietro, dell'ex ministro dell'Ulivo Tiziano Treu. Molti, nella eterogenea componente riformista dell'alleanza di governo, considerano l'abolizione dello scalone un sacrificio del futuro delle giovani generazioni sull'altare della collaborazione con un blocco sociale e politico minoritario - quello identificato, in particolare, dalla sinistra comunista e dall'area massimalista della CGIL - al momento indispensabile alla tenuta di un esecutivo dotato di una fragile maggioranza politica e parlamentare. Nessuna delle dure prese di posizioni contro l'idea dell'abolizione dello scalone ha sin qui prodotto quella scossa auspicata all'interno del nascente Partito democratico (PD). È stato ancora una volta l'attivismo dei radicali di Marco Pannella - in sintonia con quella proposta politica liberale e socialista della Rosa nel Pugno che sembra oggi un po' appassita - a lanciare un'importante iniziativa lo scorso 3 luglio. Con un convegno intitolato "Diritto al lavoro, alla pensione e riforma del sistema previdenziale" i radicali hanno cercato di mobilitare i riformisti dei due schieramenti in favore di un approccio realistico al tema del prolungamento dell'età pensionabile che sappia coniugare equità, sostenibilità economica e istanze di giustizia sociale. Dal convegno è di fatto emersa l'incapacità della leadership del PD di assumere una posizione coerentemente riformista sul tema. Una posizione capace di affermare l'autonomia della sinistra italiana dalle pressioni di un sindacato che ormai, da anni, non rappresenta le esigenze di rinnovamento della società - quelle dei precari, dei giovani "intellettuali" laureati in cerca di un posto di lavoro - ma che si limita piuttosto a difendere pregiudizialmente i diritti dei propri iscritti senza manifestare alcun segno di solidarietà concreta agli outsiders, a quanti, fino ad oltre i 30 anni di età, hanno un'esperienza effimera, saltuaria e non formativa del mercato lavoro, magari accompagnata da una batteria infinita di stage e tirocini non retribuiti.

Da chi, come Walter Veltroni, appare ormai il leader politico più accreditato e acclamato per assumere la guida del PD, ci saremmo aspettati e ci aspettiamo un chiaro rilancio della proposta riformista. Una proposta che sappia denunciare la follia economica, sociale e politica di scaricare sulle spalle dei più giovani il peso di un sistema pensionistico sempre più ingiusto. In definitiva, non è solo sul rispetto delle tradizionali priorità della politica estera italiana - Unione Europea, Nazioni Unite, rapporti con gli Stati Uniti - che la nuova forza del partito democratico può manifestare concretamente la sua impronta riformista. La capacità di affrontare la questione giovanile e l'affermazione di una piena autonomia dalle forze sindacali costituiranno un banco di prova decisivo per la nascita del nuovo partito della sinistra. È su questi aspetti che si definisce l'identità di una nuova forza politica. Anche a costo di mettere a rischio la durata di un governo di cui gli azionisti del futuro PD sono parte. Ma di cui, a quanto pare, non sono affatto la forza trainante.