Analisi

Le strane primarie del Gop

Il neo candidato Fred Thompson venerdì scorso durante un comizio in Iowa
di Rodrigo Praino

La sera di mercoledì si è svolto in New Hampshire l'ennesimo confronto televisivo tra gli aspiranti inquilini di 1600 Pennsylvania Avenue. Questa volta a confrontarsi sono stati i candidati repubblicani.

Eccezion fatta per il Sen. Ron Paul, che sembrava quasi aver sbagliato dibattito, nel senso che avrebbe ottenuto più successo presentandosi alle primarie democratiche, un po' tutte le anime del conservatorismo americano erano rappresentate sul palco. Ad un primo sguardo questo fatto potrebbe sembrare l'apoteosi della democrazia americana: gli elettori hanno il diritto di scegliere la linea politica del loro partito, selezionando il proprio candidato preferito. Solitamente la cosa funziona proprio così. Questa volta invece sarà proprio questo il problema fondamentale delle elezioni presidenziali.

Il punto è che la scelta del candidato funziona quando uno ha almeno un'idea abbastanza chiara di chi sarà l'avversario sul campo. Ebbene, è molto interessante notare come mai, neppure una sola volta in tutta la storia politica americana del secondo dopoguerra, l'esito di un'elezione fu così incerto fin dall'inizio. E' vero, ci sono state vittorie a sorprese, come quella di Harry Tuman del 1948, quando i giornali erano praticamente già stampati dando la vittoria a Dewey, sconfitte sconvolgenti e ritorni trionfali, grazie a Richard Nixon nel 1960 e poi nel 1968, e grandi promesse infrante, come la candidatura di Mario Cuomo del 1992. Quello che non è mai capitato è un'amministrazione senza un Delfino. Insomma, non è mai successo in cinquant'anni di storia che ci fosse vera competizione per la scelta del candidato alla presidenza all'interno di entrambi i partiti. Per farla breve possiamo affermare che anno dopo anno ad uno dei partiti andava il vantaggio dell'incumbency - sia presidenziale che vice-presidenziale -, mentre l'altro aveva la possibilità di selezionare il proprio candidato tenendo conto di diversi fattori, inclusa la conoscenza del "nemico" da affrontare. Questa volta, per la prima volta dalla diffusione capillare di primarie dirette come metodo principale di selezione dei candidati alle elezioni presidenziali statunitensi, non c'è ancora neanche un candidato "sicuro".

No, la mancanza di un Delfino non è colpa della guerra e dell'uragano di critiche che sta travolgendo l'amministrazione Bush. Anche nel momento peggiore della sua popolarità per via della guerra del Vietnam, mentre in effetti la possibilità di una sua candidatura per un altro full-term veniva abbandonata a suon di proteste per le strade del paese, Lyndon Johnson appoggiò la candidatura alla presidenza del suo vice Hubert Humphrey. E' vero, Humphrey cercava in tutti i modi di prendere le distanze da Johnson e dall'amministrazione, ma il Presidente considerava comunque, anche solo ufficialmente, il nuovo candidato come il proprio erede politico. L'impressione che si ha oggi è che nessuno dei candidati vuole portare a casa la pesante e scomoda eredità di questa amministrazione.

Mentre l'eredità di Bush non trova un padrone, c'è invece un'altra eredità in giro che tutti i candidati repubblicani sono pronti e ben felici a raccogliere: quella di Ronald Reagan. Tutti, nessuno escluso, si sentono in qualche modo l'erede di Ronald Reagan. Giuliani e McCain ne hanno parlato esplicitamente in modo abbastanza efficace durante il dibattito, ma possiamo affermare anche senza pensarci molto che "The Gipper" è e continuerà ad essere per diversi anni il grande mito del GOP, il modello al quale ispirarsi. La cosa buffa è che anche l'attuale amministrazione, quella cioè dalla quale bisogna prendere le distanze ad ogni costo, si è sempre ispirata apertamente alla linea politica di Ronald Reagan. E' strano inoltre anche solo il pensiero di accostare personaggi con Rudy Giuliani e John McCain a Ronald Reagan. I primi due sono infatti gli eredi della corrente liberale del partito repubblicano, quella che all'epoca del "great communicator" faceva capo a Nelson Rockefeller. Nulla a che fare quindi con l'ultra-conservatorismo reaganiano ereditato da Barry Goldwater. Ciononostante, il quarantesimo presidente degli Stati Uniti rimane anche il loro modello.

Ben contento di raccogliere l'eredità reaganiana è il grande assente del dibattito, Mr. Fred Thompson. Erano mesi ormai che tra gli esperti si sentiva questo nome. Con un colpo di genio mediatico, Thompson ha deciso di annunciare la sua candidatura proprio la sera del dibattito, diventando il grande protagonista di questo evento pur senza essere presente. Ingenuamente quasi tutti i candidati hanno con qualche battuta preso in giro l'ex Senatore del Tennessee, che invece desta molta curiosità nel grande pubblico. Secondo i media il paragone con Ronald Reagan è d'obbligo, visto che entrambi gli uomini hanno fatto l'attore nel corso delle rispettive carriere. Tralasciando la completa assurdità di un parallelo basato solo su questo fattore, dai pochi interventi svolti fino ad ora sembra che il nuovo candidato voglia a tutti i costi assomigliare all'adorato Presidente. E' soprattutto molto particolare la scelta dell'uso del termine "conservatore" nei pochi discorsi pronunciati fino a questo momento.

Raccogliere l'eredità di Reagan non significa tuttavia auto-definirsi un conservatore contrario al "big government" o citare il Presidente nel corso di alcuni eventi televisivi. Ci vuole un programma politico serio e soprattutto ci vuole la capacità di mettere insieme una coalizione in grado di conciliare le diverse anime del conservatorismo americano. Margaret Thatcher disse una volta: "being powerful is like being a lady. If you have to tell people you are, you aren't". Forse lo stesso concetto vale per gli aspiranti eredi di Reagan: più che auto-definirvi tali, forse vi conviene iniziare a esserlo davvero...