Visti da New York

Il ritardo di Petraeus

Bush incontra le truppe nella Al-Asad Airbase, Iraq, il 3 settembre 2007

E venne il giorno che Petraeus parlò. Domani il generale che comanda le forze americane in Iraq, sarà davanti ad una commissione congiunta del Congresso (House Armed Services and Internatioanl Relations Committees) per il rapporto più atteso.

Poi, martedì, David Petraeus  insieme all'ambasciatore americano a Baghdad  Ryan Crocker testimonierà davanti alle commissioni del Senato.

A caricare di attesa questo evento è stata proprio la Casa Bianca, che da mesi scommette sulle doti "mediatiche" del generale (oltre alle stellette sfoggia un PhD a Princeton) per far breccia se non proprio tra navigati senatori, almeno su milioni di cittadini che non si fidano più di Bush. Petraeus, che ricevette il suo incarico perché fu ritenuto, da una amministrazione sempre più impopolare, l'unico capace alla realizzazione di un piano alternativo per la stabilizzazione dell'Iraq, a otto mesi dal "surge" di truppe da lui raccomandato, dovrà ora spiegare al Congresso quali sono i risultati ottenuti e far conoscere le sue proposte per l'immediato futuro.

La preparazione mediatica a questa audizione è stata immensa, la visita "a sorpresa" del Presidente Bush una settimana prima in una base americana nella provincia sunnita di Anbar, serviva a diffondere ottimismo, di come la situazione sul campo fosse migliorata. Sembrerebbe che l'operazione sia in parte riuscita, le posizioni dei democratici al Congresso si starebbero già ammorbidendo rispetto a quelle che li vedevano decisi a lottare per imporre una scadenza precisa per l'inizio del ritiro delle truppe, almeno così dicono le fonti citate dai principali giornali americani.

Su questi stessi giornali si leggevano reportage e analisi di chi in Iraq avrebbe costatato questi miglioramenti. Sarebbe stata ribaltata la precedente strategia che puntava sulla stabilizzazione della capitale Baghdad (mai avvenuta) e che ora invece registrerebbe dei risultati positivi proprio in certe regioni periferiche controllate da clan sunniti fino a pochi mesi fa epicentro di accese resistenze agli americani. Sarebbe successo, raccontano certe fonti, che queste zone avrebbero sperimentato l'arrivo sul territorio dei fondamentalisti di Al Qaeda e non volendo scegliere tra due terribili mali, soccombere al controllo del governo centrale degli sciiti o ai metodi del terrore dei seguaci di Bin Laden, avrebbero deciso di allearsi con l'ex odiato nemico occupante ritenuto il meno pericoloso. Chi prima sparava agli americani perché rimpiangeva Saddam, ora pensa sia meglio che questi rimangano più a lungo in Iraq  per tentare di assestarsi in una situazione più etnicamente "bilanciata".

Quando dopo la caduta di Saddam non si trovarono più le armi di distruzione di massa, il presidente Bush spiegò al mondo, con accanto il premier britannico Blair, che andare in Iraq era stato comunque un atto necessario, bisognava liberare quella popolazione dalla tirannia e cominciare a diffondere le libertà democratiche che avrebbero cambiato l'orologio della storia del Medio Oriente... Adesso Bush non esita ad andare sotte le tende di capi tribù che prima facevano saltare in aria i suoi soldati, perché almeno così si combatte meglio Al Qaeda, che ora sarebbe per il presidente Usa la vera ragione che ci costringe a rimanere in Iraq. Ciò ricorda un po' quando le truppe alleate, sbarcando in Sicilia per liberare l'Italia dai nazi-fascisti, misero a capo dei paesi siciliani ex capi mafiosi. All'inizio i Don Calò servivano alla stabilizzazione di una popolazione ancora sotto shoc, poi sarebbero stati utili a raffreddare le teste calde dei comunisti...

Il capo di Al Qaeda intanto si fa rivedere, con tanto di barba restaurata. Il sermone di Bin Laden - un misto tra l'antiamericanismo alla Diliberto e il via le tasse alla Bossi - arriva lo stesso giorno che il capo della Cia, il generale Michael Hayden, si presenta in divisa militare davanti al raffinato pubblico del Council of Foreign Relations di New York per avvertire che un attacco terrorista di Al Qaeda negli Usa sarebbe in preparazione con conseguenze devastanti.

Gli allarmi della Cia e la riapparizione di Bin Laden, aiuteranno Petraues e il suo presidente a convincere il Congresso? Al Qaeda è il pericolo numero uno, ci crediamo, per carità. Però... magari fosse apparso prima un Petraeus per convincere Bush e il Congresso che quel pericolo fosse più imminente di "Kick Saddam's Ass".