A modo mio

Come e perchè muore un servitore dello Stato

di Luigi Troiani

Il 3 settembre di venticinque anni fa a Palermo, nei pressi della centralissima piazza Politeama, al centesimo giorno del suo incarico di rappresentante dello stato nel capoluogo siciliano, veniva assassinato dalla mafia il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Era di venerdì alle 21.15, ricordo giorno e ora perché ero appena partito in macchina per godere gli ultimi scampoli d'estate in giro per borghi, quando la pessima notizia mi arrivò via radio sconvolgendo ogni piano e spingendomi a rientrare.  Il generale era con la giovane moglie, nella piccola vettura privata, seguito dall'agente Domenico Russo con un'auto non blindata di scorta. Il commando mafioso scaricò, da moto di grossa cilindrata, una gragnola di colpi di Kalasnikov che uccise i tre. L'Italia perse un uomo buono, saggio e devoto alle istituzioni. Emanuela Setti Carraro, 32 anni da poco sposa, non sopravvisse al tentativo del marito di farle scudo. L'agente non riuscì a reagire.

     Nei giorni seguenti e ai funerali, nella reazione dell'opinione pubblica e della gente semplice, andò sotto schiaffo lo stato, incapace di proteggere i suoi uomini, neppure in una zona di guerra aperta come Palermo. Apparve evidente, come sarebbe stato confermato tante volte dalla storia italiana dei decenni successivi, che lo stato non solo non era in grado di provvedere al bene comune, ma non sapeva neppure fornire alla gente di prima linea mezzi e protezione adatti a sconfiggere l'avversario. C'era di peggio. In suoi anfratti lo stato era connivente con la mafia, e in altri ancora era pavidamente complice per la scelta di quieto vivere e lassismo operata da suoi, peraltro ben pagati, rappresentanti. Mi capitò di essere in Sicilia a qualche settimana di distanza dall'assassinio di Dalla Chiesa. Chiesi ai miei interlocutori, alla Regione Siciliana, cosa avessero provato di fronte all'accaduto. Leste furono piuttosto acide, e il cinismo agghiacciante per me che arrivavo dal "continente" dove avevo vissuto da spettatore partecipe l'azione mafiosa. Dialogavo con alti funzionari dell'istituto regionale e sentivo argomentare che in fondo se l'era cercata, con l'atteggiamento spavaldo di chi troppo si era pavoneggiato nei cento giorni di mandato. Qualcuno arrivava a sibilare che, con quella sposina accanto giovane e graziosa, doveva essersi rilassato un po' troppo, e, ignominia imperdonabile, l'aveva esposta condannandola a morte.   C'era tanta "sicilianità" culturale in quegli argomenti, con il rito inveterato della prudenza, e quello pudico della riservatezza nuziale. Ma c'era anche un giudizio politico. La sfida alla mafia del generale settentrionale che vuole riportare la normalità a Palermo, ovvero spingere la gente a mostrarsi parlare in pubblico testimoniare denunciare schierarsi con lo stato e la legalità rigettare i padrini di turno, e che per risultare convincente deve rischiare per primo insieme alla moglie, non viene apprezzata. Anzi l'autore di tanta bravata è visto come un provocatore, un disturbatore della quiete pubblica, un fanatico che inguaia se stesso, sua moglie e la città intera. 

     La Sicilia ufficiale non amò il prefetto venuto dal nord e lo considerò una parentesi. Ma aveva ragione il generale a inalberarsi contro l'arroganza dei picciotti e la presa in giro di Roma che lo aveva mandato allo sbaraglio. Che sbagliavano gli altri, non lui, lo dimostra il fatto che i sicilianissimi Falcone e Borsellino sarebbero poco dopo caduti anch'essi in una guerra che si vincerà solo quando la politica lo vorrà davvero. E quando chi è in prima linea non sarà "abbandonato" dagli altri. Disse il generale  al giornalista Giorgio Bocca, tre settimane prima della fine: " ... è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo."

 

Come e perchè muore un servitore dello Stato

l 3 settembre di venticinque anni fa a Palermo, nei pressi della centralissima piazza Politeama, al centesimo giorno del suo incarico di rappresentante dello stato nel capoluogo siciliano, veniva assassinato dalla mafia il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era di venerdì alle 21.15, ricordo giorno e ora perché ero appena partito in macchina per godere gli ultimi scampoli d'estate in giro per borghi, quando la pessima notizia mi arrivò via radio sconvolgendo ogni piano e spingendomi a rientrare.  Il generale era con la giovane moglie, nella piccola vettura privata, seguito dall'agente Domenico Russo con un'auto non blindata di scorta. Il commando mafioso scaricò, da moto di grossa cilindrata, una gragnola di colpi di Kalasnikov che uccise i tre. L'Italia perse un uomo buono, saggio e devoto alle istituzioni. Emanuela Setti Carraro, 32 anni da poco sposa, non sopravvisse al tentativo del marito di farle scudo. L'agente non riuscì a reagire.

     Nei giorni seguenti e ai funerali, nella reazione dell'opinione pubblica e della gente semplice, andò sotto schiaffo lo stato, incapace di proteggere i suoi uomini, neppure in una zona di guerra aperta come Palermo. Apparve evidente, come sarebbe stato confermato tante volte dalla storia italiana dei decenni successivi, che lo stato non solo non era in grado di provvedere al bene comune, ma non sapeva neppure fornire alla gente di prima linea mezzi e protezione adatti a sconfiggere l'avversario. C'era di peggio. In suoi anfratti lo stato era connivente con la mafia, e in altri ancora era pavidamente complice per la scelta di quieto vivere e lassismo operata da suoi, peraltro ben pagati, rappresentanti. Mi capitò di essere in Sicilia a qualche settimana di distanza dall'assassinio di Dalla Chiesa. Chiesi ai miei interlocutori, alla Regione Siciliana, cosa avessero provato di fronte all'accaduto. Leste furono piuttosto acide, e il cinismo agghiacciante per me che arrivavo dal "continente" dove avevo vissuto da spettatore partecipe l'azione mafiosa. Dialogavo con alti funzionari dell'istituto regionale e sentivo argomentare che in fondo se l'era cercata, con l'atteggiamento spavaldo di chi troppo si era pavoneggiato nei cento giorni di mandato. Qualcuno arrivava a sibilare che, con quella sposina accanto giovane e graziosa, doveva essersi rilassato un po' troppo, e, ignominia imperdonabile, l'aveva esposta condannandola a morte.   C'era tanta "sicilianità" culturale in quegli argomenti, con il rito inveterato della prudenza, e quello pudico della riservatezza nuziale. Ma c'era anche un giudizio politico. La sfida alla mafia del generale settentrionale che vuole riportare la normalità a Palermo, ovvero spingere la gente a mostrarsi parlare in pubblico testimoniare denunciare schierarsi con lo stato e la legalità rigettare i padrini di turno, e che per risultare convincente deve rischiare per primo insieme alla moglie, non viene apprezzata. Anzi l'autore di tanta bravata è visto come un provocatore, un disturbatore della quiete pubblica, un fanatico che inguaia se stesso, sua moglie e la città intera. 

     La Sicilia ufficiale non amò il prefetto venuto dal nord e lo considerò una parentesi. Ma aveva ragione il generale a inalberarsi contro l'arroganza dei picciotti e la presa in giro di Roma che lo aveva mandato allo sbaraglio. Che sbagliavano gli altri, non lui, lo dimostra il fatto che i sicilianissimi Falcone e Borsellino sarebbero poco dopo caduti anch'essi in una guerra che si vincerà solo quando la politica lo vorrà davvero. E quando chi è in prima linea non sarà "abbandonato" dagli altri. Disse il generale  al giornalista Giorgio Bocca, tre settimane prima della fine: " ... è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo."